Primo piano

Abbiamo scritto dei luoghi delle storie, domandoci dove abitano e dove nascono. Le storie abitano nel cuore di chi scrive e ci sono luoghi che raccontano storie.

E qual è il tempo delle storie? Il c’era una volta delle favole è il tempo obbligato di chi narra? Ed esiste un solo tipo di passato, quello passato-passato, o ci sono altri “tempi” delle storie?

Il tema della memoria è molto caro agli autori delle storie nel nostro blog.

C’è chi scava fra le immagini e i ricordi con la memoria dell’intelligenza – così come la chiamava Marcel Proust – descrivendo paesaggi, volti, accadimenti, dialoghi e la vivezza di questi ricordi dipende dall’abilità di chi scrive o dal suo coinvolgimento nel narrare, e perciò stesso nel rivivere quelle situazioni.

E c’è chi viene afferrato dalla  memoria involontaria, quella legata agli odori o ai sapori e narra come tutto il passato si sia illuminato improvvisamente restituendogli le immagini, le sensazioni, il gusto e le emozioni che il ricordo porta con sé.

Talvolta è proprio scrivendo che la memoria si svela a noi stessi ed ogni frase scritta toglie la polvere a un altro ricordo – e poi a un altro ancora – ed essi si allineano, si animano e mettono a fuoco correlazioni, legami, danno un senso ad eventi apparentemente sparsi e restituiscono un significato a pezzi della nostra vita.

Per questa Prima Pagina abbiamo scelto tre storie, tutte declinate al passato ma, ciascuna, scritta con uno sguardo diverso.

C’è la storia di Angela che riguarda un bambino di nome Nino e la sua strana avventura. Qui lo sguardo dell’autore è apparentemente quello di un cantastorie, sebbene partecipe e coinvolto emotivamente, perché quel bambino è suo padre.

La storia di Marcello emana la forza struggente dell’invocazione: a parlare è un cuore ferito, ogni particolare ci sbatte addosso un dolore sepolto e una richiesta di senso che, ahimè, non avrà mai una risposta.

Infine la storia scritta da Ernesto, che ha solo l’apparenza dell’anniversario, del racconto di un evento scolpito nella memoria di un piccolo adolescente. Lo sguardo di chi narra si inumidisce progressivamente di pianto, di nostalgia, di un desiderio che, rimane in gola, di riascoltare quella voce e di poter toccare quella persona scomparsa dalla sua vita senza un perché.

C’è, quindi, un tempo abitato dalle storie ed uno sguardo che le porta ad animarsi di fronte al lettore. 

Esiste la memoria perché esiste l’emozione e le emozioni sono universali, stabiliscono relazioni, costruiscono ponti tra persone lontane, ci fanno sentire, almeno per un attimo, parte di un’unica comunità.

nelle foto di Fulvio Mantoan la baia di Stromness, Isole Orcadi in Scozia

 

 

LUNA

“… Papà, alle tre e mezza svegliami … per favore … voglio anch’io vederli scendere…”
E così il 20 luglio 1969 lui mi sveglia, alle tre, perché io li veda scendere.

Barcollando per il sonno e il caldo raggiungo il salotto del nostro piccolo appartamento di periferia; nel buio vedo mio padre seduto sulla sua poltrona, le mani stringono i braccioli, è in canottiera e fuma, e il fumo si confonde con il colore azzurrognolo della tv che è accesa da molto, almeno a giudicare dal numero di mozziconi nel portacenere. E’ notte, esco sul terrazzo: la luce grigiastra dalle finestre e un brusio sommesso e diffuso mi fanno capire che siamo svegli in molti.

Fino ad ora la mia luna di dodicenne è tutta nei romanzi di Jules Verne, un po’ anche nelle leggendarie imprese di Yuri Gagarin, che però in casa si nomina poco perché è russo, comunista e ateo.
Ho il naso incollato a quella televisione in bianco e nero puntata sulla luna, il cui mistero si sta disvelando in diretta.
Sento la voce un poco nasale di Tito Stagno e la sua emozione, l’emozione nostra, e la sensazione, netta, di essere dentro ad una pagina unica ed eroica dell’avventura umana.
Vedo gli occhi sgranati di Tito Stagno dietro quelle strane lenti d’ingrandimento che porta agli occhi, da maniaco astrale, sento i commenti su scienza, fede e umanità dello scienziato Enrico Medi, affabulatore mistico e scientifico che trasforma i pianeti in parrocchie e gli astri in santini; poi le discussioni inutili se parlare di atterraggio o di allunaggio, e i dubbi delle mie sorelline: se la luna, che è lunatica, non è nel quarto giusto e non è piena, ma ridotta a una fettina, come faranno a sbarcare?

Io mi chiedo come faccia Tito Stagno a vedere la luna con quegli occhiali spessi, mentre il LEM sta allunando. Decido che da grande voglio essere Tito Stagno, occhiali compresi, è il protagonista assoluto di questa notte.
“Avevo studiato alla lettera i manuali forniti dalla Nasa” ricorda il giornalista. “Ero in grado di interpretare ogni parola, codice o numero nelle comunicazioni fra gli astronauti e il centro spaziale. Condurre la trasmissione fu una passeggiata, se si escludono i 12 minuti di black out che servirono al modulo lunare per staccarsi dal modulo di comando e scendere sulla Luna. Continuavo tuttavia ad ascoltare in cuffia le comunicazioni ufficiali e quando Armstrong disse “Reached land”, io annunciai “Hanno toccato”.

Mio padre applaude il primo passo di Neil Armstrong sulla luna, un gesto che accomunò l’Italia e il mondo, e come accade con i protagonisti di un romanzo, molti si immedesimarono in quei tre astronauti: per tutta l’estate con i ragazzini del quartiere continuammo a mimare la discesa degli astronauti, allestendo scalette malferme, muovendoci al rallentatore con grandi caschi di cartone e collegamenti in simil-inglese con Cape Kennedy.
Dell’avventurosa impresa lunare ricordo l’emozione e il piacere di assistere alla trasmissione televisiva che ne dava notizia insieme con gli adulti, come fossi cresciuto tutto d’un colpo, lo sguardo illuminato di interesse di mio papà, e lo scambio di parole con mia madre.
Ad un certo punto mio padre cercò di convincermi ad andare sul balcone per vedere se sulla luna qualcosa si muoveva. Ci andai.
E quando mi vide rientrare in casa deluso, mi sorrise con una tenerezza infinita, e facendo affiorare l’animo partenopeo di cui era orgogliosissimo, iniziò a canticchiare il ritornello di Luna Rossa

E ‘a luna rossa mme parla ‘e te,
i’ lle domando si aspietta a me,
e mme risponne: “Si ‘o vvuó’ sapé,
ccá nun ce sta nisciuna.

Di quella notte non sapevo molte cose.

Non sapevo che persino gli orari degli uffici pubblici furono modificati in funzione della missione Apollo 11, che circa 900 milioni di persone s’incollarono alla tv. Oltre 20 milioni erano italiani. Non sapevo che dal giorno del decollo dell’Apollo 11 fu davvero come se tutto, anche in Italia, ruotasse intorno alla Luna. I negozi, con le vetrine rigorosamente a tema, ottennero il permesso di tenere accesa la tv anche durante l’orario di apertura e al carcere di Roma il ministero concesse 600 apparecchi in prestito. Quella dell’allunaggio fu la prima notte senza furti né rapine da 10 anni a quella parte: a Milano il centralino della polizia squillò solo 2 volte (per una lite e per un falso allarme) e a Bologna e Roma il copione non fu diverso.
Non sapevo che quella notte Federico Fellini e Giulietta Masina brindarono a Fregene, Cesare Zavattini organizzò nella sua casa romana un “capodanno lunare”, Eduardo De Filippo festeggiò sull’isola di Lisca, nel mare di Positano.

Solo molti anni dopo seppi che quella notte il poeta Alfonso Gatto sperò di vedere sul Mare della Tranquillità una barca con a bordo sua madre e le persone scomparse alle quali aveva voluto bene, il regista Michelangelo Antonioni rivelò che il governo Usa gli aveva offerto di girare un film sulla missione Apollo, ma il progetto non aveva avuto seguito e Pier Paolo Pasolini si dichiarò orgogliosamente lontano “da quell’operazione enfatica e fastidiosa”.

Avevo dodici anni, ancora non sapevo.

Quando tornai a letto albeggiava, ero stordito dalle emozioni, la testa piena di pensieri. Ero convinto che la storia avesse lasciato la terra, traslocando nello spazio. Una rivoluzione annunciata che poi non avvenne. Perché la luna è tornata in preda ai romantici, ai lupi mannari, agli innamorati e ai leopardiani. E in questi anni non abbiamo conquistato la luna, né colonizzato Marte; in compenso abbiamo inguaiato la terra, l’aria, l’acqua. È finita l’epoca eroica della modernità.
La luna è stata restituita al suo legittimo proprietario, il sogno, ha ripreso a vegliare nel buio, a custodire i sogni e accudire la stanchezza dei giorni. Ha ripreso a dettare armonie nella notte, lasciando sul mare le sue bave argentate, vaga lumaca del cosmo.

Ed esco ancora a guardarla di notte, la luna, fisso la sua superficie per vedere se qualcosa si muove: ricordo mio padre, in canottiera, sorridente, la sigaretta sulle labbra:

E ‘a luna rossa mme parla ‘e te,
i’ lle domando si aspietta a me,
e mme risponne: “Si ‘o vvuó’ sapé,
ccá nun ce sta nisciuna.”

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