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11 mesi senza te

Non sei mai abbastanza preparato a dire “arrivederci” ad una persona che ami. Anche quando sei consapevole che quella persona poteva non esserci più da tanto tempo, che la maggior parte dei giorni che ha potuto vivere più o meno vicino a te sono stati un dono e potevano non esserci o essere in misura senz’altro ridotta.
Il giorno che sei andata via non ho pianto. Non ho pianto i giorni precedenti, quando è stato chiaro che era inutile sperare, che era solo questione di ore e che ogni tentativo di trattenerti con noi non sarebbe stato un gesto d’amore ma un moto di egoismo. Perché dietro la possibile (vana) speranza di riavere ancora tra noi i tuoi sorrisi e la tua tenacia, da subito ho scorto per te solo il prolungarsi di una sofferenza che per quanto ben celata dietro una lotta condotta sempre col coltello fra i denti, durava davvero da troppo tempo.
Quella sera, ricordo come fosse adesso, dopo l’ultimo messaggio che mi hai mandato dall’ospedale, il mio pensiero prima di lasciarmi andare al sonno è stata una forte preoccupazione per i giorni a venire, per come avresti potuto affrontarli senza soffrire oltre il lecito. Era evidente che anche il tuo Spirito stava vacillando nel continuare a sostenere un fisico assolutamente provato da otto lustri di malattia, con alti e bassi, con salite e ricadute, bombardando ogni giorno il tuo esile corpo di velenose misture necessarie per farti stare tra noi. E il pensiero che entro qualche giorno avresti dovuto riprendere ad attaccarti ad una macchina ogni altro giorno per poter sopravvivere, mi dava un’inquietudine mai vissuta in precedenza, forse perché per la prima volta in cuor mio si era insinuato il dubbio che avresti anche potuto non farcela.
Ricordo quella notte, il telefono che suona, papà che tra le lacrime tenta di dirmi ciò che un padre non vorrebbe mai dover dire, io che senza batter ciglio ero già vestito, in macchina per correre da te a capire cosa fosse successo. Senza una lacrima: troppa adrenalina e la speranza che anche questo fosse superabile.
È stato subito chiaro, nonostante i discorsi dei medici davvero intrisi di umana pietà, che di fatto eri già andata, che il tuo Spirito, consapevole delle sofferenze che lo attendevano, ha detto stop, e il tuo corpo ha agito di conseguenza. E questa consapevolezza, pur nel momento complicato da gestire, mi ha dato tanta forza. Non ho pianto in quei giorni, ti siamo stati vicini fino all’ultimo istante possibile, e quando anche l’ultimo soffio di te è andato via, ero lì e ti stringevo la mano, proprio come in tante foto in bianco e nero dell’album di famiglia, dove piccoletti, coi nostri sandaletti, tu con le tue codine, ci diamo manina da bravi fratellini. Non ho pianto perché sono intimamente convinto che la quantità di sofferenze che ti sei risparmiata vale molto di più dell’egoismo del mio cuore che vorrebbe averti ancora qui, leggere i tuoi messaggi, sentire la tua voce al telefono, ricevere i tuoi abbracci quando arrivo a casa dai genitori. Credo profondamente che la nostra gioia, per essere davvero tale, non debba generare sofferenza ad altri. Lo credo anche se inevitabilmente, come molti se non tutti, anch’io nella vita ho fatto scelte pensando alla mia gioia e senza curarmi del fatto che avrebbero potuto causare dolore ad altri. Fa parte del percorso e del cammino che ci rende chi siamo oggi. Ed oggi, anche quando guardando la tua foto qui sulla mia libreria, faccio davvero fatica a trattenere le lacrime (si, succede, sono fatto di carne e spirito anch’io e non credo affatto che piangere non sia maschile), è solo un attimo: il pensiero che le tue sofferenze non ti hanno seguita è un conforto grande. Non grande abbastanza da non farmi pensare a te con nostalgia svariate volte nel corso delle mie giornate, ma sufficiente a ricordarmi che con le unghie, con i denti e col sorriso sei stata aggrappata alla vita e a noi quarant’anni più del previsto.
Ora che corri libera nelle praterie celesti, senza dolori, senza pastiglie, senza dover farti forza ogni giorno sperando che domani sia migliore, non sarebbe bello arrogarsi il diritto di essere tristi. Perdere una sorella con cui sei cresciuto da sempre non è un’esperienza felice. Ma avere un angelo in più per tutti aiuta davvero! Ciao Dani!

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Published inAmore
  1. Monica Monica

    E chi avrebbe mai pensato che Stefano,sempre allegro e giocoso quando veniva a bere il caffè con Giancarlo,potesse avere una luce così abbagliante dentro?
    Dani non può che essere orgogliosa di te e di come ci hai parlato di lei.
    Grazie Stefano🥰

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