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2 – Formidabili quegli anni

Era metà mattina. Camminavo da solo a spasso svelto in quel tratto del lungomare di Napoli che si chiama Via Partenope, in direzione di Posillipo. Tirava un leggero vento fresco. Il cielo era sgombro di nuvole. Il mare sbatteva contro gli scogli a bassa voce.

All’altezza di Piazza Vittoria, quando il lungomare diventa Via Caracciolo, mi fermai.

E’ un posto che ho sempre amato: ogni volta che torno a Napoli mi fermo lì. Di fronte c’è Mergellina con sopra la collina di Posillipo e giù giù fino al capo dove finisce la curva che circonda al mare. Ma se giro la testa a destra verso il mare vedo Capri e a sinistra  la collina del Vomero con al centro una macchia di verde: è la villa Floridiana , dove mio padre mi portava a giocare la domenica quando ero bambino.

L’atmosfera, quel giorno, era assolutamente irreale. Non c’era nessuno. Non circolavano macchine, né taxi, né autobus. Non c’erano pedoni, anche i portieri degli alberghi di lusso di fronte al Castello erano scomparsi, nessun vigile, nessuno di nessuno. Ero incredibilmente solo. Ho buttato lo sguardo più lontano che potessi verso Mergellina ed ho cominciato a vederli.

“Domani scendiamo con i mezzi”, “domani occupiamo il Palazzo della Regione”. E la città sembrava, quella mattina, trattenere il fiato.

Arrivavano. Per venire da Bagnoli a Santa Lucia, al palazzo regionale, bisogna passare per la grotta e poi fare tutto il lungomare. Immobile, vedevo la scena che diventava sempre più chiara: le enormi pale meccaniche in testa, i carrelli elevatori coperti di bandiere rosse e sopra, intorno, dietro, i caschi gialli. Avanzavano a passo svelto, ritmato, gridando slogan al vento.

Era il 1985. Era iniziata l’agonia della fabbrica di Napoli, quella costruita nel 1906, intorno alla quale era cresciuta la città operaia, compatta abbracciata alla fabbrica: Bagnoli. Un pezzo della città che negli anni cinquanta e sessanta regalava al PCI più della maggioranza assoluta, dove era partito il primo progetto di scuola elementare a tempo pieno di Napoli, dove si sperimentava il teatro all’interno del carcere, quello dei ragazzi, quello di Nisida, dove tutti – donne, bambini, vecchi – erano pronti a scendere in piazza  per difendere la fabbrica che fin dai primi anni settanta era entrata in lotta contro il destino della siderurgia italiana.

Quella mattina tutti sapevano che era iniziata l’ultima lotta; le illusioni, con il guasto al treno di laminazione BK appena istallato che l’azienda rifiutava di riparare, erano state spazzate via: producendo solo coils e banda stagnata, l’Italsider di Bagnoli era fuori mercato. Sarebbe stata chiusa. Gli operai volevano conquistarsi un futuro dignitoso. Vedendoli sfilare accanto a me, con la faccia tesa e gli occhi orgogliosi, senza nemmeno accorgermene, cominciai a piangere.

L’ultima colata dell’altoforno è del 20 ottobre del 1990. Da quella data cominciò la “dismissione” della fabbrica le cui parti più moderne sarebbero state smontate e portate in Cina e in India.

Anche io, nello stesso anno, cominciavo a chiudere con tutto:  cambiavo vita, città, amicizie, famiglia, progetti, obiettivi, amori, abitudini.

Passarono gli anni, più di dieci, tredici per l’esattezza. Ero nella mia casetta di Roma, quella sui tetti, a Montesacro, steso sul letto a leggere la “dismissione” di Ermanno Rea; sulla copertina c’è una fotografia dell’Italsider scattata dal mare, dall’autore.

Leggere quel libro fu per me un esercizio della memoria.

Conoscevo i luoghi e le persone citate nella loro vera identità – come Aldo Velo, uno dei leader della lotta di allora – e cercavo di scoprire chi si celasse dietro al protagonista, Vincenzo Buonocore, ex operaio diventato tecnico delle Colate Continue,  incaricato di sovrintendere allo smontaggio di quello che lui – e migliaia di altre persone con lui – sente come la “sua” fabbrica.

Ero arrivato quasi alla fine, ma a pagina 339 entrai nel libro, lo vivevo e guardavo con i miei occhi la scena.

” Mi trovai a guardare la torre piezometrica: in certo senso il conto alla rovescia era già cominciato; tempo una ventina di minuti, si sarebbe trasformata in una grande nuvola di frammenti cementizi.” …. ” La torre vacilla per un attimo come un ubriaco. Sembra davvero un essere umano con quel goffo cappello in testa. Poi crolla…Fu più o meno a questo punto che sulla folla dabbasso cominciarono a piovere le note, quasi rabbiose, quasi dolenti, quasi disperate dell’Internazionale cantate da un solitario misterioso sassofono.”

Era Daniele Sepe a suonare quelle note. Un inno funebre e di saluto a pugno chiuso alla fabbrica. Chi altri se non lui, il musicista dei movimenti, ad ognuno dei quali, da sempre, prestava solidarietà militante suonando gratis in ogni tipo di manifestazione?

Il libro si chiuse e mi cadde di mano. Mi girai sul letto e misi la testa contro il cuscino. Cominciai a piangere disperatamente.

Ho ricominciato a farlo anche adesso in tutt’altro scenario, davanti al Duomo di Montagnana, dopo che sono passati altri quindici anni.

E allora perché erano formidabili quegli anni? Perché  usare questa formula giornalistica così abusata ?

Semplicemente perché hanno reso tutta la mia vita, assieme agli affetti e agli amori, formidabile. Degna, cioè, di essere vissuta con pienezza.

E raccontata.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

3 Commenti

  1. Enzo viglietti Enzo viglietti

    Mi commuovo sentendo la tua commozione.

  2. Nadia Nadia

    Grazie Pier per questo racconto.
    Tante emozioni insieme, forti, palpabili.
    Grazie

  3. Rita Maria Orlando Rita Maria Orlando

    Napoli e le lotte operaie, studentesche, c’ero anche io. Ripeto con te: formidabili quegli anni.

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