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2 – La mia BNA

Sebbene fossimo al 16 di agosto, la Galleria Umberto conservava il suo aspetto particolare.

Le persone vi camminavano, lento pede, avanti e indietro; ogni tanto si formavano piccoli capannelli e sempre, anche d’estate, si avvertiva un rumore di fondo che saliva dal basso verso l’alto, verso il primo ed il secondo piano dove erano posti gli uffici della banca.
La Galleria e la sua vita erano centrali nelle abitudini dei colleghi.
Il bar prospiciente l’ingresso della banca (anzi a quel tempo c’era anche un altro ingresso laterale che dava sulla galleria ed era quello della “cassa-cambiali” ), il Bar Brasiliano, era quello più frequentato, solo qualcuno si allontanava fino all’altro bar, più da vip, posto al centro della Galleria e dove avrebbero, anni dopo, girato una scena di un film con Marcello Mastroianni.

La Galleria è un gioiello architettonico senza eguali.
Per molti anni ha continuato ad essere frequentato da personaggi bizzarri del mondo dello spettacolo – molte agenzie dello spettacolo erano ubicate in galleria – vestiti con fogge appariscenti, che si accompagnavano spesso con personaggi che mostravano un aria pensosa, sussieguosa ed impegnatissima, che presumo fossero gli agenti. D’estate la galleria era solcata da uomini in bermuda coloratissimi e d’inverno le sciarpe larghe e lunghe, di rigore era il bianco, segnalavano la deambulazione di Artisti noti o in attesa di esserlo. Tutti e sempre, in Galleria, davano l’idea di essere indaffaratissimi sebbene, in realtà, tutti sfaccendati.

Quella mattina del 16 agosto non scesi a prendere il caffè durante l’orario di lavoro.
Ero in prova. Tre mesi. E non volevo sbagliare.
Capii ben presto, però,  che la pausa caffè era un’abitudine tanto diffusa e radicata da essere vissuta da tutti se non come un diritto, almeno come una tradizione acquisita e non emendabile dalla Direzione, i cui membri, d’altronde, ogni tanto lo facevano fra loro o accompagnando clienti importanti (o semplici conoscenti? vallo a sapere).

Ero stato accompagnato subito nell’Ufficio Prima Nota; il giro per conoscere i colleghi me lo fecero fare dopo l’intervallo pomeridiano.
Mi accolse Renato, il capo ufficio. C’era anche Tommaso, quella mattina; erano in ferie Annarita e un altro, che non ricordo bene, forse si chiamava Mario.
Fu Renato a darmi quel giorno – e i giorni successivi – le istruzioni di lavoro, che in verità, almeno al mio livello, mi sembrarono molto semplici e tali da non giustificare in alcun modo né la laurea in Giurisprudenza, né la votazione con il massimo di voti, solo attraverso la quale era stato possibile assumermi. Ho scoperto ben presto che questa regola aveva numerose eccezioni, non solo c’erano ragionieri, come era previsto, ma anche diplomati o laureati in altre discipline e sprovvisti della votazione massima.

I requisiti richiesti per l’assunzione erano strettamente legati alla forza della raccomandazione o al potere di chi la chiedeva. Il valore cui era necessario conformarsi era l’affidabilità e non la conoscenza.

Ed infatti io ignoravo la partita doppia e di contabilità non sapevo un fico secco e per molto tempo l’idea che mi ero fatto di Di Tullio, il capo ufficio della Contabilità, era simile a quella di un essere mitico.

Allora il lavoro era svolto con la calcolatrice e con la macchina da scrivere; le contabili erano composte di più fogli e dovevano essere corredate da carta copiativa (le auto-copianti sopraggiunsero dopo).
I fogli delle contabili avevano colori diversi.
Ed il significato di quei colori fu l’argomento della prima “lezione” che Renato mi impartì.
Renato era quello che a Napoli si definisce “un pezzo d’uomo” con la faccia larga, in grado di aprirsi in risate fragorose, ma che si aggrottatava  quando iniziava il rito giornaliero della quadratura.
Sulla intera superficie della scrivania, accuratamente sgombrata da qualsiasi carta estranea al rito, Renato andava formando dei mazzetti di fogli dall’identico colore; fogli che le sue manoni separavano con cura e diligenza gli uni dagli altri, contabile per contabile.

Il rito si avviava in tarda mattinata e si compiva con la battitura, ciascuna per ciascuna, delle mazzette contabili. I risultati di quelle somme dovevano adempiere al significato dell’intero rituale: il Dare doveva pareggiare l’Avere.

Si tratteneva il fiato in attesa del risultato dell’ultima battitura. Renato lo proclamava in diretta con voce stentorea: quadrato! oppure con voce più bassa: non quadra!

La mancata quadratura significava la spunta alla quale, in genere, veniva chiamato a collaborare uno dei colleghi e poteva comportare, nelle situazioni più rognose, anche il fare tardi, andare oltre le 17, senza che esistesse un limite invalicabile dell’orario di lavoro.
Si narrava che gruppo di colleghi della contabilità e di altri uffici passassero gran parte del 31 dicembre in banca, addirittura brindando.
Questa cosa non l’ho mai verificata di persona, a Napoli.

Si faceva tardi nel pomeriggio e, nel 1976, c’era l’abitudine di non segnalare lo straordinario. In alcuni uffici il rimanere oltre la fine dell’orario, anzi, era considerata una tradizione acquisita (come la pausa caffè), tanto che era guardato con sospetto chi abitualmente se ne sottraeva.

Dovettero passare almeno un paio di anni e numerose discussioni prima che il lavoro straordinario rientrasse all’interno dei limiti e delle prescrizioni del contratto di lavoro anche nella BNA di Napoli.

La BNA era una banca privata, su tutti gli impiegati pesava la cappa intimidatoria del controllo dei comportamenti se, o meno, in linea con il “bene dell’Istituto”. E rifiutare di fermarsi, a fonte di una mancata quadratura, era un comportamento considerato inammissibile, un pò da tutti, impiegati compresi.

Nell’iter di istruzione che Renato mi fornì c’è un pezzo da antologia che ancora ricordo con gusto.
Erano passati un paio di giorni dalla mia assunzione e dopo avermi spiegato il “Dare cassa” e l'”Avere cassa” e dopo aver verificato che non ero particolarmente ferrato in materia contabile, un giorno Renato mi spiegò un aspetto importante del lavoro e dei colori della contabili: i concetti di “Iniziativa” e di ” Conformità”.

Ricorse ad una metafora spiccia ed in napoletano.
“si te rong nu’ schiaffò, io teng pigliato l”iniziatìv e tu o’ piglia in conformìtà”

Memorabile.

Bei tempi!

(continua)

Pubblicato inGenerale

5 Commenti

  1. vincenzo Viglietti vincenzo Viglietti

    Bravo complimenti per la memoria.,come al solito perfetto.

  2. nino vento nino vento

    Ti ho considerato eccezionale fin dal primo momento che ti ho accolto allaeroporto di Catania e lo dimostri ancora con tutti questi particolari di moltissimi anni or sono.

  3. Rita Orlando Rita Orlando

    Che bello leggerti, è come incontrarci di nuovo, eppure ne è passato di tempo.

  4. Giuseppe Carofalo Giuseppe Carofalo

    Ma non ci puoi lasciare cosi, mentre i ricordi si riaccendono. Questo è peggio di un coitus interruptus

  5. Luciano Luciano

    Maro’ sembra Medioevo Passiamo alla prossima puntata …

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