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2 – Le stelle basse

A me l’astronomia non piace. Anzi, non la capisco.
Forse non mi piace perché non la capisco: fatto sta che ho sempre guardato con ammirazione e invidia chi, alzando gli occhi al cielo, esclama rapito: “… Il Grande Carro, eccolo là … che luce incantevole stasera…”
Per giustificare la mia distanza da tutto ciò che è “scienza”, “numeri” e, in questo caso “astronomia”, replico ai conoscitori del Grande Carro sfoderando con goffa sufficienza Kant, cito la Critica alla Ragion Pura, e filosofeggio affermando che l’unico cielo che conosco è quello stellato sopra di me (tralasciando intenzionalmente di parlare della legge morale dentro di me).
A volte funziona, molto spesso vengo guardato con sospetto.
Fatto sta che continuavo a lavorare in Romagna, lontano da casa, in crisi con casa, sempre residente nell’unico albergo dignitoso della zona.
In quel periodo tutti parlavano di una cometa che, luminosissima, e quindi visibilissima, sarebbe transitata proprio sopra le colline poco distanti da F.
Il mio interesse per la stella stava a zero, erano giorni di profonda crisi, la lontananza da moglie e figlie aumentava il vuoto che mi portavo dentro da un pezzo, anche se sapevo bene che la soluzione non era il ritorno.
E l’inquietudine era alimentata dall’attività che ero chiamato a svolgere quotidianamente: un piano di ri-motivazione dei dipendenti di un piccolo istituto di credito che la mia banca aveva acquisito qualche mese prima.
Erano trascorsi pochi giorni dal mio incontro con De Andrè, e attendevo di utilizzare i biglietti che mi aveva regalato per assistere all’anteprima del suo ultimo spettacolo, in programma nel fine settimana.
Eravamo a cena in tre, due colleghi ed io, nel ristorante dell’albergo, avvolti dai discorsi tristi che solo gli impiegati di banca sanno tenere a tavola: il controllo di gestione, gli scostamenti dal budget, la campagna di lancio di un nuovo prodotto finanziario.
Allegria a mille.
Al momento del caffè si avvicina il mio amico cameriere (quello che aveva favorito il mio incontro con De Andrè), si china, mi sussurra all’orecchio: ”In portineria c’è una persona che chiede di te …”
Penso ad uno sbaglio, provo a capire se i miei due colleghi, visibilmente pronti per il meritato riposo notturno, hanno appuntamento con qualcuno.
Il cameriere insiste che la persona chiede proprio di me.
Vedo i miei colleghi stupiti, li invito ad aspettarmi: “… Faccio presto, anzi, se non mi vedete entro cinque minuti, venite a chiamarmi con una scusa …”
Controvoglia vado in portineria: in piedi mi sta aspettando B., una giovane collega che ho avuto in aula la mattina.
Ha gli occhi neri che ridono, una tuta gialla e si muove come se avessimo un treno da prendere.
“… Sto andando in collina, al Circolo degli Astrofili, a vedere la cometa; pensavo ti potesse piacere …”
Non ho il tempo di replicare ed esco con lei, parlo con lei, scherzo con lei, rido con lei, guardo dentro l’oculare di un telescopio e vedo una luce in movimento (non il Grande Carro).
La cometa è passata, mi convinco di averla vista, e torniamo verso il paese.
Allora esibisco Kant, ma non attacca.
“… Aspetta un minuto …” mi dice mentre guida la sua utilitaria. Le strade buie della collina hanno l’odore forte del maggio che sta esplodendo.
Una curva gira secca a destra, mi si blocca il cuore: improvvisamente un mare di luce, un tappeto infinito di lucciole copre i pendii, li illumina a giorno.
Il bagliore avvolge tutto, annulla i suoni, sospende ogni pensiero.
Ci fermiamo, non ho il coraggio di fiatare.
“… ecco il tuo cielo stellato … non è più sopra di te …” mi sussurra B.
Adesso non resta che innamorarsi. (continua)

Published inAmore
  1. Il tuo amico De Andrè ha cantato la storia di questa tua storia. E non sei soltanto un impiegato di banca che fa discorsi tristi… e non c’entra l’aver fatto la conoscenza con De Andrè. Un parlare così si ha dentro.

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