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2 – VACANZE

L’inizio effettivo delle nostre vacanze avveniva il terzo giorno dopo l’arrivo, visto che il secondo giorno era impegnato dalla “purgatura” che doveva preparare me e mio fratello al cambiamento d’aria, come si usava dire e fare allora.

L’avvio era segnato dalla colazione del mattino che veniva consumata su una delle terrazze della casa che avevano impieghi diversi a seconda del tragitto del sole, generoso ed abbagliante, nel corso della giornata e delle stagioni. Vi si faceva colazione ad inizio giornata e, dal tardo pomeriggio, vi si sostava per “cuntare” di vicende paesane, dell’andamento della campagna, dei raccolti, dell’imminente vendemmia o della organizzazione delle attività che avrebbero impegnato le persone di casa e quelle in appoggio alla famiglia nei giorni a venire, come il bucato, la preparazione del pane, delle “frise”, dei taralli ed altro nei giorni in cui era stato prenotato uno dei due forni a legna del paese per la cottura, la lavorazione della pasta fatta in casa che prevedeva che i formati più lunghi venissero appesi per l’asciugatura a lunghe canne appoggiate alle spalliere delle sedie , la lavorazione dell’uva passa, la preparazione dei fichi secchi, alcuni da infornare ed altri da esporre semplicemente al sole mediante i “cannizzi” (ripiani ottenuti da canne intrecciate), la lavorazione delle “ulie” (olive ) ed altre ancora. Molte di queste attività comportavano l’occupazione di queste terrazze (lammie) nelle ore più assolate.
Abbiamo perso di vista la nostra colazione. Era un ottimo inizio di giornata in cui l’abbondanza era data anche dalla varietà di colori e di sapori che pregustavamo; dalle “fiche gnure o ianche” (fichi scuri o bianchi), ai fichi d’india verdi, rossi, gialli, a incredibili grappoli di moscato d’amburgo, di moscato Italia, di pizzutello….Nonostante questo ben di Dio, non potevamo rinunciare ad un piatto semplicissimo e povero di cui eravamo però golosi : “acqua e sale” e cioè frisa bagnata, sopra la quale veniva spremuto e strofinato qualche pomodoro, condita con sale e olio (che bontà quell’olio! capace di conferire a qualsiasi pietanza venisse aggiunto un sapore tutto particolare che fa parte delle mie nostalgie più amate…).

Talvolta io, più grandicello, andavo con lo zio in campagna molto presto al mattino per cogliere la frutta.
Venivo svegliato alle 5; avrei potuto guadagnare ancora una mezzoretta di sonno ma non volevo perdermi una delle tante “novità” che potevo assaporare in quel tipo di vita così diversa, così distante dalla nostra vita cittadina. Ed ogni anno, con la maturazione che accompagnava il nostro crescere, quelle stesse scene, quelle medesime situazioni avevano un gusto diverso perché diversa era la nostra capacità di lettura.
Non volevo perdermi la sequenza delle operazioni tramite le quali lo zio approntava carretto e somaro per andare in campagna. Mi sarebbe piaciuto capire cosa rispondeva il somaro con il movimento delle orecchie o con qualche impercettibile movimento del labbro superiore a quanto gli diceva lo zio o alle carezze che gli dispensava. Era un discorrere tutto loro!…
Il grande portone della stalla dava su uno sterrato piuttosto stretto, delimitato da entrambi i lati da abitazioni e muri di cinta che a quell’ora della giornata poteva essere percorso senza problemi; maggiori difficoltà si sarebbero presentate nelle ore più tarde quando sarebbe stato più vissuto da passanti, dal lavoro delle botteghe di qualche artigiano, da qualche carretto di passaggio.

Superato quel tratto di stradina, lo zio talvolta soddisfaceva una mia grande aspirazione, dandomi sorsate di felicità: avere le briglie del somaro per condurlo. Lo spronavo, arri a’…, arri…, lo sollecitavo tramite qualche scossa alle briglie ma con scarso successo. Negli anni seguenti mi resi conto che il cedermi le briglie non era tanto un atto di fiducia nelle mie capacità quanto un attestato di fiducia nei confronti del somaro giacché era l’asino che ci conduceva e non viceversa! Conosceva a menadito il percorso, l’attraversamento degli incroci in paese, l’itinerario fuori paese e il tratto finale particolarmente accidentato ma proprio per questo forse più facile. Il carretto infatti doveva percorrere una strada campestre dal fondo molto roccioso (queste rocce venivano chiamate “cozzi”) nel quale le ruote dei carri, a seguito del loro pluriennale passaggio, avevano inciso dei veri e propri solchi che alla fine conducevano carretto ed animale…

Poco dopo le 8 si era di ritorno, più che in tempo per il consueto orario della colazione e abbondantemente in tempo per un altro “evento” al quale ci piaceva sempre assistere: il passaggio del capraio attraverso le strade del paese e quindi anche dinanzi alla nostra abitazione. Questo passaggio avveniva verso la metà della mattinata o del pomeriggio e, quando si sentiva lo scampanellio delle capre, le donne si affacciavano sulla porta delle abitazioni con i recipienti nei quali il capraio avrebbe raccolto il latte da mungitura.
Nella mattinata potevano avvenire altri incontri, con persone però che venivano a casa e che le prime volte suscitavano la nostra curiosità.
Una di queste persone era una fraticello della vicina chiesa del SS. Crocifisso che una volta alla settimana veniva a prendersi “u pignatieddu”, una piccola pignata sufficiente per una/due persone che poteva contenere legumi, carne con il sugo, con le patate o verdure varie,…che le zie gli preparavano secondo una consuetudine consacrata dal tempo.
Altre volte ma più sporadicamente si faceva invece vivo un uomo un po’ sempliciotto, un po’ credulone, abbastanza sciocco, con qualche estrosità comportamentale che in dialetto veniva chiamato “magu”, termine questo che un vocabolario dell’epoca avrebbe tradotto con “scemo del villaggio” che il politicamente corretto. oggi. non tollererebbe.
Costui era ben voluto da tutti e, ora da uno ora da un altro, riceveva ciò di cui aveva bisogno e a questo fine saltuariamente si affacciava anche a casa nostra.
Una volta si presentò in un momento poco opportuno per una serie di impegni domestici. Alla sua “tuzzata” (bussata) replicò dal balcone una zia:
– “ci ede?” (chi è?).
– Io
– ce bboi? (che vuoi?)
– ‘n ci siti ? ( ci siete?)
– none, nun ci simu. Simu sciuti a lu mare (siamo andati al mare)
– e quandu turnati
– a bespera ( nel pomeriggio)
– poca turnu a bespera ( allora torno nel pomeriggio)
E puntualmente nel pomeriggio tornava e anche lui riceveva il suo pignatieddu il cui contenuto però veniva riversato in un contenitore che oggi diremo “a perdere” nell’incertezza se u pignatieddu avesse potuto ritrovare la strada di casa.
In paese vi era qualche altra persona con caratteristiche similari e tutte potevano “vivere” in quel contesto perché non solo accettate ma molto di più perché gli si voleva bene veramente anzi il contesto sostanzialmente le proteggeva…
Altre realtà quelle, con minori raffinatezze semantiche ma maggiore solidità umana e sociale!!…

Visite di tutt’altro genere sarebbero seguite nei pomeriggi dei giorni successivi all’arrivo.
Sarebbero venute le amiche più intime di famiglia ed i parenti più prossimi per salutare a dare il benvenuto a nostra Madre. Io e mio fratello fortunatamente, dopo esser stati “restaurati” ed abbigliati per l’occasione, venivamo ammessi in salotto solo per i doverosi saluti e bacini di circostanza. Eravamo quindi ben felici poi di sparire e, liberati degli abiti “buoni”, di tornare ai nostri svaghi tra i quali rientrava, in quelle occasioni, lo sbirciare in salotto soprattutto quando erano in visita alcune parenti.
Vi erano in particolare tre zie dalle dimensioni di tutto rispetto che già giungevano al portoncino di casa molto sudate per il tragitto compiuto. Altra abbondante sudorazione si procuravano poi nell’affrontare gli erti scalini che conducevano al piano superiore, a stento passando per il vano scala dalle dimensioni al limite della normalità.
Giunte alfine in salotto, venivano aiutate a prendere posto su divani e poltrone. Maliziosamente noi bambini pensavamo (ah! la cattiveria …dell’innocenza!) che l’aiuto era quanto mai interessato essendo principalmente finalizzato ad evitare che il subitaneo crollo delle zie su divani e poltrone ne compromettesse irrimediabilmente la durata.
Le zie si abbandonavano quindi ad un vistosissimo sventolamento dei loro ventagli di grossa taglia alla ricerca di un minimo sollievo finché l’arrivo di granite, di gelati preparati appositamente su ordinazione dall’unica, rinomata gelateria del paese, di pasticcini rigorosamente fatti in casa (altra bontà che anima le mie nostalgie…) non le inducevano a deporre …le armi e far chetare i ventagli.
Queste visite venivano ricambiate da nostra Madre in prossimità della partenza, sul finire della vacanza.

Il principale impegno di società, analogo per certi versi a quello delle “visite” che però ci vedeva coinvolti direttamente senza alcuna possibilità di fuga, era fissato alla prima domenica successiva al nostro arrivo.
La nostra famiglia partecipava alla S. Messa festiva nella Chiesa del SS: Crocifisso, esempio molto bello di barocco leccese, che affacciava su una piazza situata in prossimità della nostra abitazione.
In questa chiesa non vi erano banchi ma ci si avvaleva di “seggie” ordinatamente accatastate vicino all’entrata che, previa una piccola offerta, venivano prese e collocate nella “zona” ove le persone di solito si sistemavano secondo criteri che sicuramente c’erano ma che non sono in grado di riferire. Sta di fatto che le collocazioni erano sostanzialmente sempre le medesime. Di massima gli uomini rimanevano in piedi in fondo alla chiesa…
La nostra presenza interferiva quindi con la consueta sistemazione e già un minimo di trambusto iniziale rappresentava un segnale di novità, sottolineato dal contenuto brusio generato dal discreto bisbiglio tra vicini: “naaa…ci suntu?” “ ci sape?!” “sirà li parenti di Roma di donna Mitirdu?!” “bbà ssacci!..” ( chi sono? / e chi lo sa!?/forse i parenti di Roma di donna Matilde/ mah! Vai a sapere!). Lo scampanellio che segnalava l’inizio della Celebrazione interrompeva lo scambio di informazioni che naturalmente riprendeva, con ottime possibilità di avere risposte esaurienti, dopo l’Ite Missa Est…
A questo punto però noi ragazzini e nostra Madre eravamo al centro di una piccola ressa di parenti ed amici che avevano partecipato alla S. Messa e di un fuoco incrociato di: “naa…ce s’ha fattu rande!” “ ce beddu ca ede..tuttu Ssignuria!” “ noone…e nu bbidi ca sumigghia tuttu a sirisa! Sirisa piccinnu ede!” “ …e SSignuria, comu stai?…sempre bedda! Lu Signore cu ti benedica!” (come s’è fatto grande!/quanto è bello…assomiglia tutto a Lei-te/No…non vedi che assomiglia tutto a suo papà! E’ suo papà da piccolo! /e Tu come stai?…sempre bella! Che il Signore ti benedica!).
Questo era il nostro ingresso annuale in società e, grosso modo, avrebbe seguito gli stessi canoni negli anni successivi con le varianti che il nostro crescere avrebbe comportato.
Ciò che rimaneva immutato nel tempo e che avremmo apprezzato sempre meglio e di più con il trascorrere degli anni era il grande affetto che faceva da sfondo a quelli che potevano apparire come semplici convenevoli. In quei periodi di vacanza facevamo il “pieno” di affetto e di gesti di amore, soprattutto da parte degli zii che ci ospitavano e che, forse inconsapevolmente, contribuivano a irrobustire la nostra maturazione con valori che oggi alimentano qualche nostalgia.

Nota- Ho indicato qualche espressione dialettale così come io la ricordo ed ho trascritto le parole nel modo che ho ritenuto essere più rispondente. Per qualche dubbio ho consultato qualche vocabolario salentino ma alcuni termini non sono riuscito a trovarli. Mi scuso quindi per eventuali errori.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

1 commento

  1. Gesumino Schiano Gesumino Schiano

    Un tuffo nel passato. E una (poco) velata nostalgia..

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