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2019. Helena è ancora là

 

Da quando esiste la terra solo alcune migliaia di persone sono approdate a quest’isola.
Qualcuno ci si è insediato tre o quattromila anni fa. Alcuni da allora ci sono nati e morti senza
mai lasciare le sue spiagge per avventurarsi oltre il mare. Altri l’hanno abbandonata alla ricerca del tempo presente.

In passato fu meta di molti Ulisse, di saraceni, di pirati e di quel popolo di uomini audaci e curiosi che non temono l’ignoto.
Ma oggi, 2019 d.c., quanti tra quelli che non la abitano ne conoscono l’esistenza? Qualche cartografo e pochi fortunati spiriti aperti che sfidano il misterioso universo del mare alla ricerca
di se stessi.
Nekòs, sottile e montagnosa lingua verde che tende verso il cielo dal viola delle onde egee. Luogo dell’infanzia dell’umanità: la grotta della Sirena, la spiaggia delle tartarughe, insenature di scogli bianchi e rade di rossa roccia viva.
Ma come tutti i luoghi incantati, Nekòs nasconde al di là del suo apparire la sua vera natura, la sua imprevedibile storia segreta.

Per scoprirla ci si deve spingere “oltre”, oltre i confini visibili allo sguardo.
L’idea primigenia del mare, l’infinita serenità delle origini che pervade le sue coste convive con l’asprezza violenta della polverosa pietraia che si arrampica nei sentieri dell’interno fino alla cima del monte Olimpus, punto centrale dell’isola: un inferno di sassi acuminati spaccati da chissà quale dio in un impulso d’ira soprannaturale.

Eppure, se arrivi fin lassù, scopri il Paese dei Mulini.

La loro lunga fila cinge come una corona la vetta del monte, a formare una fortezza contro la minaccia dei predoni, un baluardo non di mura belliche e di torrioni armati ma di cultura semplice e di istintiva gentilezza a custodia della vita: vele spiegate per il miracolo quotidiano del pane.
Per secoli i bianchi mulini di Olimpus hanno macinato farina e pompato acqua per donne vivaci e laboriose, uomini saggi e pacifici, bambini agili e curiosi.

Oggi, uno solo continua la sua fatica intensa e leggera. Al suo interno una piccola donna senza tempo sta seduta accanto alla feritoia a spiare il vento.
Quando il profumo del mare si fa più pungente, segno dell’imminente arrivo della forza amica, Helèna scende veloce la ripida scala di pietra e raggiunge la prima pala. Le sue dita rapide sciolgono il primo quarto di vela e lo fissano con perfetti nodi a conocchia. E poi, uno dopo l’altro, gli altri tre quarti, appendendosi per tre volte alle pale che man mano cominciano a ruotare sotto la spinta delle prime folate.
Sempre più agile, sempre più forte, la piccola figura nera vola in tutto quel biancore, quell’azzurro, quel roteare che sembra volerla lanciare verso il cielo.

Ma che cos’ha nelle mani, nella schiena, negli occhi la piccola Helèna per compiere ogni volta l’impresa impossibile? che sia il ritmo naturale della vita? l’istintiva certezza del fare ciò che si deve?
Le quattro vele candide, ben fissate alla ruota, girano sempre più velocemente mentre Helèna
rientra nella stanza della macina e comincia con consumata pazienza a far scorrere i chicchi di grano dal sacco al frantoio.
Il rumore della pietra rotante si accoppia al suono del vento e ne nasce una musica a cui Helèna aggiunge il suo canto: l’eterna canzone della sua vita.

Quando la farina chiara incomincia a formare la prima collina sotto la macina, gli occhi celesti di Helèna sorridono. Ti guarda. E il suo viso è di luce.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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