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3 agosto 1849

La sua calma si spandeva in ogni luogo in cui lui fosse presente.
Non era veloce mio padre, qualsiasi cosa facesse.
Così alla guida: non correva mai.
Io e le mie sorelle un po’ ci stufavamo durante il percorso, ci sembrava di non arrivare mai.
Forse lui se ne rendeva conto, e così ci faceva divertire raccontandoci delle storie.
Era bravissimo ad inventare o a romanzare ed arricchire anche fatti realmente accaduti.
Così quel giorno, al mare, per aiutare mia madre troppo indaffarata, mi portò a fare un giro in macchina lungo una strada soleggiata che a me bambina, e ora nel ricordo, sembrò meravigliosa, tra paludi e canneti.
Mi portò a vedere un capanno, una casa di pochi metri quadrati, con il tetto di paglia.
E come solo lui poteva fare, mi fece scoprire in modo meraviglioso Garibaldi.
Mi raccontò della sua fuga, del pericolo incombente su di lui, costretto a rifugiarsi lì, a nascondersi.
E così di Anita, morente tra le braccia dell’eroe dei due mondi.
Avevo una polaroid sempre con me, e tra l’altro la maestra quell’anno aveva impartito a noi studenti il compito di documentare le nostre vacanze in un album di foto commentate.
Non persi l’occasione.
Tornai a casa piena di idee per la mia composizione e ricca dentro di quella favola romantica del risorgimento che mio padre mi aveva così inaspettatamente regalato.

Immagine dal  web.

Pubblicato inAmore

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