Salta al contenuto

3 – La mia BNA

Non lo potevo sapere in quei primi giorni dell’agosto 1976, ma il vento del cambiamento stava arrivando anche nella BNA di Napoli.
Con lo Statuto del ’70 si erano allargate le possibilità di organizzazione dei lavoratori e con esse si stava cominciando ad estendere l’area dei diritti. Anche in una banca privata e fortemente impregnata di un cultura paternalista fondata sull’ossequio e l’obbedienza.
Due anni prima, nel 1974, una causa pilota intentata dal sindacato a Milano aveva abbattuto il muro della discriminazione salariale tra uomini e donne. Quell’anno il rinnovo del contratto nazionale di lavoro aveva visto una forte partecipazione dei lavoratori e il sindacato cominciava a fare pesare la sua presenza anche nella vita quotidiana delle filiali.
A pensare a quegli anni, parlandone con Annamaria e con Roberto, leggendo i ricordi di Annachiara e i commenti di Fortunato, mi si compone un’immagine di frenetica attività, di allargamento della consapevolezza dei diritti individuali, di entusiasmo e di voglia di cambiamento dei rapporti di forza con la Banca anche nelle filiali, grandi e piccole.
Quelli, che anni dopo avrei chiamato i “padri fondatori” – ed ai quali qualsiasi lavoratori della BNA deve sentirsi legato dalla riconoscenza – Villa, Toraldo, Carletti e Zinni stavano suscitando in ogni filiale l’impulso a costituire rappresentanze sindacali. L’esempio di alcuni veniva seguito da altri in altre filiali e, così facendo, un pò ovunque si mettevano in discussione abitudini e prestazioni fuori dalle norme.
Cominciava a farsi strada una domanda, che ho finito con il sentire un numero infinito di volte: “Ma mi spetta?”, che rappresentava l’inizio di una presa di coscienza e il nascere dell’abitudine di ricorrere al sindacato,. come garante del confine tra diritti e doveri.

L’assunzione di giovani, parte dei quali aveva vissuto la stagione del movimento studentesco e non era disposto ad una vita lavorativa all’insegna della divisione, del timore e della negazione dei diritti, allargò le fila di quelli che erano disposti ad “esporsi” (si diceva proprio così) per tutelare i colleghi e per chiedere l’iscrizione al sindacato.
Accanto a Mario si andavano stringendo giovani che se la sentivano di rischiare di diventare invisi alla Direzione esponendosi apertamente come facenti parte di un sindacato “politicizzato” come la CGIL. Uno dei temi più caldi era il pagamento dello straordinario.
Le norme erano chiarissime: si poteva “permanere nei luoghi di lavoro fuori dall’orario normale di lavoro, solo se debitamente autorizzati”. Cioè: con il foglietto dello straordinario compilato in ogni sua parte: nome, cognome, orario di uscita e firma del funzionario.
Ci sono voluti anni, costellati, all’inizio, da discussioni e litigi  prima di giungere a ritenere normale la richiesta di pagamento del lavoro extra orario. C’è un’emulazione positiva anche nella rivendicazione dei propri diritti e progressivamente questo diritto ad una retribuzione extra fu acquisito; il sindacato, da parte sua, sosteneva questo processo svolgendo spesso un controllo, dopo la fine dell’orario, che sembrava preoccupare molto i responsabili degli uffici (e anche, in verità, alcuni colleghi che cercavano di nascondersi, persino negli armadi, per non essere “scoperti” sprovvisti di autorizzazione) i quali per evitare discussioni e reprimende avevano acquisito la buona abitudine di compilare il famoso “foglio”.

Il punto era che non da tutti  il lavoro oltre l’orario di uscita (o durante l’intervallo) veniva inteso come extra, appunto come prestazione eccedente e non ordinaria da retribuire a parte. Non era solo timore ma l’effetto di uno straordinario senso di appartenenza, di orgoglio di far parte di una comunità di professionisti partecipi a pieno titolo dei risultati della banca.
Molti uffici specialistici della BNA erano considerati universalmente come fra i migliori del settore del credito, in alcuni casi al pari di quelli della Banca Commerciale, che era il benchmark di quegli anni.

A questo proposito sono convinto che i pensionati delle aziende, di moltissime aziende, conservino legami collettivi attraverso organismi di ogni tipo ed anche, in anni più recenti, attraverso Facebook, ma per i lavoratori della BNA il sentirsi come un’aggregazione specifica, quasi fosse un’appartenenza etnica, è maturato ancora prima della pensione, a partire dalle vicende legate alla crisi che colpì la banca e all’acquisizione della banca da parte del Banco di Roma. Da allora, le successive vicissitudini societarie hanno rafforzato un senso di appartenenza ad una storia e ad un patrimonio comune di professionalità disperso da una proprietà e da un management incapaci. Non è solo nostalgia o risentimento, che sono sentimenti comuni a tutti gli anziani, è una rivendicazione tacita e diffusa di una particolarità, di una specificità e di una diversità scolpita dalle vicende storiche, dalla strage di Piazza Fontana alla crisi che costituì lo spartiacque di un modo di sentirsi lavoratore bancario. Noi della BNA scoprimmo per primi e a nostre spese  che al lavoratore bancario poteva applicarsi la legge sui licenziamenti collettivi (la 223) e senza che avesse alcun ammortizzatore sociale, come la cassa integrazione prevista per altri settori. Uno strumento simile – lo scivolo fino alla pensione – fu sperimentato proprio in BNA. Ma tutto questo – crisi aziendale, minaccia di licenziamenti collettivi, giornate di solidarietà – avveniva a discapito di una collettiva di lavoratori la cui professionalità era di prim’ordine e ai quali nulla poteva esser imputato.
Dopo la crisi aziendale ci si è sentiti tutti parte di un destino tragico. I dirigenti succedutisi ai posti di comando, come effetto di acquisizioni e fusioni, fatto salvo il ristretto gruppo inviato dal banco di Roma,  apparivano meno capaci e meno professionalizzati dei loro sottoposti, quelli della BNA, quelli della banca privata che nel 1977 occupava il decimo posto come raccolta bancaria in Italia e supplivano, di frequente, alla loro palmare inettitudine con atteggiamenti arroganti, superbi e dispotici.

Come corpo lavorativo avevamo subìto due traumi, quello sanguinosissimo del 1969 e quello del fallimento nel 1998. Per ragioni molto diverse entrambe le vicende strinsero i lavoratori attorno ai propri rappresentanti sindacali, per quanto nella vicenda della crisi anche tutto il sindacato arrivò completamente impreparato e spiazzato dalle novità che furono messe in campo in quell’occasione.

A Napoli, dal 1978 Mario aveva cominciato a passare il timone della rappresentanza sindacali ad altri, più giovani e pronti all’impegno: Peppe, Giorgio ed io costituimmo un organismo collettivo attorno al quale in parecchi, che ormai potevano dichiararsi apertamente “di sinistra” senza temere chissà quale ritorsione (d’altronde Napoli aveva eletto un sindaco del PCI, Maurizio Valenzi), si davano da fare per partecipare alla discussione, alle decisioni e al proselitismo. In tutte le sigle sindacali si respirava un’aria nuova e, pur con sforzo e fatica, si mise in piedi, in quegli anni, un tipo di vertenza locale mai sperimentata: la vertenza “semestrale”, dal nome di un incontro formale che le direzioni erano tenute a realizzare, semestralmente, per la verifica degli organici con il sindacato.

Questa prassi fu intrapresa dagli inizi degli anni ottanta e crebbe progressivamente in adesione e convinta partecipazione tra i colleghi, fino alla lotta memorabile per un pacchetto di nuove assunzioni sostenuta da tutti attraverso la “cassa di resistenza”.

Ma questa è un’altra storia.

nella foto Galleria Umberto I, Napoli, dove era situata la sede della filiale BNA

Pubblicato inGenerale

2 Commenti

  1. Luciano Luciano

    banco di Roma, antonveneta, abnamro, Santander, mps … Tranne Santander che ancora resiste le altre proprietà sono tutte fallite

  2. Giuseppe Carofalo Giuseppe Carofalo

    grazie a queste prime lotte fui promosso capo reparto, e questo suscitò meraviglia per gli andazzi dell’epoca, come ben descrive Pier, e grande rammarico per Calzolari che avendomi raccomandato per farmi entrare, mi riteneva acquisito al suo gruppo di lecchini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *