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3 – VACANZE

“ Maniciatibe piccinni ca sciamu a li Cappuccini “ ( sbrigatevi ragazzi, che andiamo ai Cappuccini”).

Non era un convento. Era una zona del paese un po’ più in alto ove alcune famiglie avevano una dimora che utilizzavano nel periodo estivo, generalmente circondata da terreno, cosa che in “città” non era possibile. Per noi ragazzi voleva dire andare a casa di altri zii ove l’estensione del terreno ci consentiva di scorrazzare in lungo e largo, con distrazioni e svaghi vari che riempivano le nostre giornate sino a sera.
Andavamo a piedi, attraversando parte del paese che per noi era sempre una scoperta, a seconda del tragitto che si sceglieva di compiere. Ad attrarci erano per lo più quelle botteghe e quelle attività che a Roma non avevamo mai incontrato.

Il maniscalco era uno di quelle. Ci incantavamo a vedere i cavalli “posteggiati” in attesa di essere ferrati, il lavoro di modellatura e adattamento del ferro, il lavoro sullo zoccolo, la vera e propria ferratura. Lungo il percorso potevamo incontrarne diversi. D’altro canto i mezzi di trasporto, oltre alle biciclette, erano carri, carretti, calessi, birocci o direttamente l’asino cavalcato dai contadini per andare in campagna o impiegato per il trasporto di materiali vari.

Altra bottega innanzi alla quale ci soffermavamo era quella del “ quatararo” e cioè dell’artigiano che faceva le pentole ed altri recipienti come le “menze” che erano degli appositi contenitori con i quali si prendeva l’acqua alle fontane pubbliche o ai pozzi per le esigenze domestiche. Erano tra gli oggetti più diffusi e venivano dislocate, con l’imboccatura coperta da un piattino, in alcune stanze della casa (sala da pranzo, cucina, soggiorno..) e vi si attingeva l’acqua per gli usi vari.

Altri incontri potevamo fare ma solo nel tardo pomeriggio, quando le zone in ombra divenivano più frequenti ed estese. Erano le donne che sedute in prossimità dell’uscio delle proprie case filavano la lana, lasciando andare con destrezza il fuso, accompagnando con pollice e indice la formazione del filo dalla conocchia. E poiché gli usci erano abbastanza vicini l’uno all’altro si formavano, soprattutto se ci si trovava in una stradina, dei veri e propri salottini da strada; correva il filo e correva “ lu cuntare” ( il raccontare, il chiacchierare).

Quanto si parlava! Si parlava tanto, davvero tanto e si “ascoltava”. Che ricchezza di umanità, tanto ricca quanto semplice che dinamiche varie hanno dilapidato!
Una bella vista di umanità si offriva ancora, dopo il tramonto e dopo il ritorno dalle campagne, in una delle piazzette del paese ove si ritrovava la gran parte dei contadini che la occupava pressoché totalmente, animandola di vita e di “cunti” e di speranze. E la maggioranza si sarebbe ritrovata il giorno dopo lungo le strade che in direzioni varie conducevano alle campagne, chi con la bicicletta, chi a dorso di somarello, chi in compagnia di altre persone su piccoli carretti. Tutti con la inseparabile zappa a manico corto e lama larga ( che costringeva a lavorare la terra fortemente piegati) e lo “mbile”, piccolo contenitore in terracotta per l’acqua che vi si manteneva fresca anche se esposto al sole.

Torniamo ai nostri Cappuccini.. Si accedeva al villino da un cancelletto laterale o, se con il calesse, da un cancello grande dal quale partiva un bel viale che giungeva fino alla casa, avvolgendola totalmente sino ad arrivare alla stalla.
Lungo il viale si succedevano alcune viti intervallate da fiori. Le viti offrivano uve da tavola di diverse varietà, i cui grappoli costituivano per me e mio fratello una tentazione continua, soprattutto in prossimità dell’ora di pranzo, ma se ci fossimo azzardati a staccarne qualche acino ci attendeva una severa ramanzina. I fiori, ad eccezione delle tuberose, venivano colti solo per portarli di tanto in tanto nella vicina chiesetta tenuta da suore. Alle tuberose attingeva invece il maggiore dei nipoti degli zii, che conduceva la farmacia di famiglia in paese.
Nelle ore più assolate la casa veniva ombreggiata da alti alberi di pepe .
In prossimità della casa, al termine di una prima parte del viale, si trovava il pozzo dal quale veniva attinta l’acqua che veniva utilizzata per le esigenze domestiche e per l’innaffiamento. In una di queste vasche in tarda mattinata, quando l’acqua era stata scaldata abbastanza dal sole, noi ragazzi facevamo il bagno… en plein air.
Tutt’attorno, oltre all’orto, crescevano alberi da frutta e, lungo i muri di confine, fichi d’india e piante di capperi.
Il terreno situato nella parte posteriore della casa confinava per uno dei lati con la sede della ferrovia, situata ad un livello più basso rispetto al terreno. Al fischio che annunciava l’arrivo del treno, trainato da una locomotiva a vapore, era un precipitarsi mio e di mio fratello per affacciarsi al muro di confine per vederne il passaggio.
La ferrovia era sovrastata da un ponticello ad arco che consentiva la prosecuzione di una delle strade che veniva dal paese ed era quella che noi percorrevamo quasi sempre per venire al mattino e tornare giù la sera.
A questo ponticello è legato un ricordo che a distanza di una vita è ancora vivissimo. Lo zio all’ora di pranzo veniva dal paese con la bicicletta e, giunto alla sommità del ponticello, modulava un fischio al quale rispondeva con un fischio particolare il merlo che era nella gabbia vicino all’ingresso di casa. La zia non sentiva il fischio del marito ma sentiva la risposta del merlo che era il segnale che lo zio era in arrivo e quindi poteva “calare” la pasta. Era anche il segnale che noi ragazzi avremmo dovuto preparaci per tavola il che comportava essenzialmente di doverci lavare, piedi compresi visto che avevamo “sciocatu dintra a la terra” (giocato in mezzo alla terra).

Giocavamo in mezzo alla terra! Con che cosa!?! Con tutto e con niente.
Ci arrampicavamo sugli alberi che erano torrette di avvistamento di eventuali nemici o avamposti sui quali issare bandiere come facemmo quella volta con una bandiera con lo stemma sabaudo che avevamo trovato da qualche parte in casa. I carabinieri, una volta appurato che lo sventolio veniva da casa dello zio, accantonato il timore di un qualche moto sedizioso, lo invitarono a riporre quella bandiera.
Trasformavamo grandi e profonde buche preparate per piantare alberi in fortini in cui ricoveravamo “talorni” d’ogni genere che di volta in volta fungevano da riserve alimentari, medicine da campo, armi, munizioni e quant’altro la fantasia fanciullesca era in grado di immaginare. Veniva poi il tempo in cui l’albero doveva essere piantato e le nostre “truppe” dovevano partire alla ricerca di altri territori. Ci si spingeva talvolta sino in prossimità della tettoia che offriva riparo alle arnie delle api, con atteggiamento però sempre guardingo per via di alcuni precedenti, spiacevoli incontri ravvicinati con le bestioline.
Si passava poi ai giochi “agricoli”, maggiormente in linea con il contesto, e quindi carretti costruitici dallo zio, cavalli di cartapesta acquistati al mercato, attrezzi vari per arare, zappare e lavorare comunque i nostri “poderi”, piantine messe a dimora, innaffiamenti, concimazioni, allestimento di piccoli mercati con bilancine ricavate dalle scatole del lucido delle scarpe. E passavamo così ore e giornate..

Talvolta si andava in campagna con lo zio. Egli aveva un bel cavallo, gagliardo e a tratti irrequieto, che gli piaceva lasciar andare ad una andatura vivace. Era la passione sua e dello stalliere che lo governava. A noi piaceva in certi pomeriggi, sederci vicino alla stalla e vedere e ascoltare. Vedere come il cavallo veniva spazzolato, strigliato, lavato e pettinato ed ascoltare le cose che gli venivano dette alle quali probabilmente replicava in un linguaggio per noi… incomprensibile.

Il cavallo mi ricorda un’altra attività che ci piaceva enormemente vedere. L’attività del domatore ed addestratore di cavalli che veniva svolta in apposita area alla periferia del paese.
Altre realtà, altre attività, altre situazioni, altre relazioni meriterebbero di essere descritte e in certo qual modo “spiegate” ma occorrerebbe il tempo appunto di una vacanza anzi occorrerebbe una successione di vacanze per poter assaporare sino in fondo quei tesori di civiltà.

Prima di chiudere non posso però tralasciare di soffermarmi su una delle situazioni ricorrenti particolarmente significative: la preparazione del pane.
Il pane ed altri prodotti alimentari venivano fatti rigorosamente in casa. Per la cottura ci si avvaleva di uno dei due forni a legna presenti in paese che naturalmente bisognava prenotare con congruo anticipo.
La sera prima del giorno concordato il garzone del forno lasciava a casa delle apposite tavole sulle quali il giorno successivo sarebbero state deposte le forme di pane preparate, le freselle, i taralli e tutto ciò che dovesse essere infornato.
La sera precedente veniva messa a lievitare la pasta ed il giorno convenuto, non più tardi delle 6, cinque o sei donne, almeno a casa dei miei zii, si disponevano attorno ad un tavolo in mezzo al quale era stata posta la pasta da lavorare, credo di tipo diverso a seconda del prodotto: pane o freselle o taralli o altro e a mano a mano che venivano preparati erano deposti sulle tavole, differenziando per il tipo di cottura che avrebbero dovuto avere.
Verso le 8.30 veniva il garzone del forno che su un triciclo caricava le tavole che avrebbe riportato nel pomeriggio dopo la cottura.
Il giorno seguente aveva luogo una fase che per il suo significato è rimasta sempre vivissima nei miei ricordi.
Tra le pagnotte ve ne erano alcune che erano state preparate con il disegno di due braccia incrociate in segno di pace.

Queste pagnotte venivano inviate a qualche famiglia alla quale si era particolarmente legati, parenti o amici, e la persona che le consegnava usava questa espressione: Donna Francesca ti manda la Pace .

Quanto, in così poco!

Pubblicato inLuoghi del Cuore

1 commento

  1. Carmine De Robbio Carmine De Robbio

    Il magistrale affresco di Mario consente a tutti quelli della mia età, specialmente per
    coloro che, come me, sono vissuti in piccoli centri del Sud, d’immergersi in un bagno salutare di ricordi e di condivisione.

    Valorizzati dalla fresca prosa e dalla vivida rappresentazione dei luoghi e delle persone, i resoconti delle vacanze di Mario ci fanno intravedere un mondo in cui gli “odiatori” erano assenti, il pane si scambiava in segno di pace e gli incontri con i parenti erano contrassegnati da rispetto ed amore.

    Di conseguenza, grazie a Mario ed anche ai gestori di questo blog.

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