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4 – LA MIA BNA

 

Alla fine di agosto, del mio primo mese in Prima Nota tornò, dalle ferie, Annarita. Il suo posto di lavoro era accanto al mio.  Lei mi incuriosì subito.

 

Per quei tempi era una lavoratrice bancaria assolutamente originale, nei modi di fare, nell’abbigliamento, nel cameratismo fuori da ogni cliché che instaurava con i colleghi. La cosa, però, che più sorprendeva era che metteva in soggezione e in confusione il funzionario preposto all’ufficio, dottor Stefano Pileri da Ficarazze.

Era a tutti chiaro – anche al malcapitato funzionario – che con Annarita le regole comportamentali dalle più elementari a quelle proprie del lavoro in Banca potevano essere in qualsiasi momento e senza alcun preavviso da lei calpestate. Una delle situazioni che si proponeva di frequente era questa: Annarita si alzava, improvvisamente e in maniera rumorosa dalla sedia e si avviava, senza chiedere alcun permesso e senza accennare a giustificazioni di sorta, verso la porta. In casi divenuti, col tempo, sempre più rari il funzionario le chiedeva la ragione della sua uscita; le risposte di Annarita erano tali da scoraggiare la solerzia del preposto:  un’alzata di spalle o risposte secche di un trucido da fare impallidire il più scafato frequentatore di malfamate taverne a fronte delle quali il dottor Stefano Pileri, da Ficarazze arrossiva, si schiariva la voce e quasi in falsetto mormorava: “vada, vada”. Altre volte capitava che Annarita commentasse ad alta voce, quasi che parlasse fra se e se continuando a battere sui tasti della macchina da scrivere, gli attributi genitali di qualche collega di altri ufficio che veniva da noi per motivi di lavoro, procurando un immediato pallore del viso del malcapitato funzionario preposto dell’ufficio. E la nostra immancabile risata.

Al rientro dall’intervallo, al primo piano si formavano capannelli, soprattutto di colleghe, all’interno dei quali Annarita teneva banco ed il resoconto di qualcuno dei temi “trattati” (gossip di banca, attualità o vicende personali) aggiornava lo zibaldone della filiale.

Nacque così la voce, che poi si accreditò sempre di più, che Annarita possedesse virtù divinatorie. Fu così che durante l’intervallo, opportunamente appartata in qualche ufficio del primo piano, Annarita dava prova di questa sue abilità leggendo i tarocchi a qualche collega, strettamente appartenente ad una cerchia di persone fidate.

L’ora di intervallo provocava la scomposizione degli uffici e l’aggregazione dei colleghi per abitudini: c’era il gruppo del tressette (giocatori, spettatori silenti e commentatori) asserragliato nell’ufficio spedizioni o in una delle stanze dell’ufficio portafoglio; c’era chi leggeva il giornale e mangiando la colazione portata da casa nella schiscetta, come dicono i milanesi, chi continuava a lavorare, casomai sbocconcellando un panino  e chi sciamava nella Galleria a Via Roma fino al San Carlo.

Già dal primo giorno di assunzione  avevo l’abitudine di passeggiare con Mario che mi narrava le storie della filiale.

Una storia che mi incuriosì in maniera particolare riguardava quei colleghi  iscritti o i simpatizzanti del PCI ai quali Mario passava di nascosto volantini e documenti, in particolare modo in prossimità delle elezioni. Erano a tutti gli effetti clandestini: alcuni erano funzionari di grado alto, altri preposti, alcuni semplici collghi, tutti accumunati dal timore che la scoperta delle loro idee politiche avrebbe potuto comportare intralci nella carriera  o comunque pregiudizi nella vita professionale. L’area di consenso alla sinistra – e di conseguenza anche al sindacato – era di gran lunga più ampia del numero di tesserati alla CGIL; c’erano parecchi  iscritti al sindacato autonomo che votavano a sinistra ed avevano evidenti simpatie per le posizioni generali del sindacato confederale. Eravamo nella seconda metà degli anni settanta; il vento del cambiamento cominciava a soffiare e sarebbe diventato impetuoso di lì a poco.

Ma che alcune preoccupazioni fossero fondate mi risulta per esperienza diretta. Prima della scadenza del periodo di prova avevo partecipato ad uno sciopero, mi ero iscritto al sindacato ed ero intervenuto pubblicamente, non so in che assemblea. Fatto sta che un pomeriggio mio padre si fece trovare all’uscita dalla banca e chiese di parlarmi con un faccia triste e scura. Il pover’uomo non si era limitato, infatti, a raccomandarmi al clan Leone per l’assunzione ma aveva chiesto ad alcune grosse ditte edili che lavoravano con le Ferrovie dello Stato (lui era ferroviere) di fare in modo che qualcuno all’interno della filiale vegliasse su di me. Non lo sapevo; me lo aveva nascosto e quel pomeriggio me lo rivelò con amarezza e disappunto. Disse che gli era stato riportato che io avevo cominciato a “scantonare”: me la facevo con i sindacalisti, avevo scioperato in occasione di uno sciopero “politico” (ovvero non di categoria) e non sembravo attratto dalla carriera. Tutto vero; il report era giunto da un funzionario che durava gli affidamenti di un grande gruppo che lavorava nella linea ferroviaria della quale rispondeva mio padre. Ragione per cui – continuò mio padre – sarei stato trasferito (“retrocesso” disse proprio così)in un altro ufficio. E così fu: andai al Portafoglio Vaglia, ottima cosa per la mia agibilità, né Giovanni, il capo ufficio, né Cherubini, il funzionario, infatti, avevano alcuna intenzione di controllare i miei spostamenti né, più tardi, di intralciare la mia attività sindacale.

Sono stato non più di un anno in  Prima Nota, ma ebbi il tempo di chiedere ad Annarita di predirmi il futuro. Ci appartammo in un ufficio sguarnito, al termine dell’orario di lavoro. Ero molto emozionato; ho avuto per molto tempo un’attrazione per l’esoterismo e cercato esperienze di questo tipo: sedute spiritiche, letture di carte ed infine lettura della palla, una storia, che ho già raccontato, talmente scioccante da farmi passare la voglia di praticare i chiaroveggenti.

Annarita assunse un’aria molto seria; mi fece tagliare il mazzo dei tarocchi e velocemente costruì sulla scrivania un cerchio di carte coperte; mi guardò, mi chiese se ero pronto e cominciò a scoperchiare una ad una le altre carte del mazzo. Mi disse molte cose veritiere, alcune delle quali effettivamente si sarebbero avverate qualche anno dopo: che mi sarei separato da mia moglie, che successivamente avrei avuto una figlia (mi venne di chiedere: con chi? ma non rispose), che avrei avuto una vita turbolenta, che mi sarei occupato di politica (“vedo scontri, incendi, ammoina”) che avrei avuto una vita lunga, ma quest’ultima profezia è in corso di verifica. Annarita scese anche in qualche particolare: che avrei avuto nella vita tre donne importanti, che mi sarei trasferito in un’altra città, che ero irrequieto. Qualche volta scopriva una carta, si limitava a sorridermi, lasciandomi la sensazione che altre cose da lei “lette” non me le volesse dire. Tutto finì in poco più di mezz’ora e fu un’esperienza molto simpatica.

Da allora in confidenza e fui in qualche occasione ammesso al capannello pomeridiano dei gossip della filiale: credo di aver avuto sempre l’attitudine della “capera”.

Annarita lasciò la banca non molto tempo dopo.

Andò a lavorare in una televisione privata come chiaroveggente.

L’ho persa di vista: parliamo di una storia di quasi quarant’anni fa.

(le foto sono state postate in Facebook da Anna Maria Oppi e Velo Cosimi che ringrazio)

Published inGenerale

3 Comments

  1. antonio cimmino antonio cimmino

    Il ricordo di Piero mi ha fatto rivivere alcuni episodi con protagonista Annarita,nel periodo in cui lavoravamo insieme nell’ufficio fidi con il funzionario Pirovine. Quest’ultimo era uno dei pochi capaci di zittire Annarita, classico napoletano ironico e ,come diciamo a Napoli,sfruculiatore. Tra i vari siparietti giornalieri, sempre a tema diverso, venne anche il momento esoterico in cui Annarita spesso, si sentiva ” lievitare ” per cui, improvvisamente, soprattutto quando eravamo tutti in silenzio, si alzava in piedi e cominciava a dire ad alta voce ” ecco, mi sollevo, vado fuori da questo schifo di stanza, non mi fermate, non mi toccate e fatemi volare”. Cominciava cosi a correre per la stanza’ incurante di ogni richiamo quasi a seguire qualcosa che vedeva solo lei.E Pirovine immancabilmente mi gridava,fingendo di assecondarla, Antò chiudi il balcone che chesta va’ abbascio:.Poi poneva sulla scrivania un piccolo teschio di gesso in direzione di Annarita e gridava “Pigliatella”. La cosa bloccava Annarita che facendo le corna si metteva a sedere.

  2. Giuseppe Carofalo Giuseppe Carofalo

    Annarita lesse le carte anche a me. Ma sarà che sono sempre stato scettico, non ricordo che mi disse niente di preciso. Che personaggio!

  3. enzo viglietti enzo viglietti

    Annarita era proprio così, a tal proposito racconto un episodio che mi capitò.
    Ero di servizio all’ingresso secondario posto al primo piano che dava nel palazzo di via Toledo 210, questo era composto da due porte, una in vetro all’interno mentre l’altra esterna era in legno che dava sul pianerottolo.
    Nell’intervallo che andava dalle ore 13:30 fino alle 14:30 c’era bisogno di un addetto che aprisse le porte per il rientro del personale. Avevo avuto ordine tassativo dal capo della segreteria,dott. De Lorenzo, di non far entrare nessuno prima delle 14:20, alle 14:00 circa si presentò all’ingresso Annarita e approfittando dell’uscita di un collega si intrufolò tra le due porte, chiudendo quella di legno all’esterno. Le dissi che non poteva entrare prima delle 14:20, ma lei per tutta risposta alzandosi la gonna fino alle mutande mi disse in napoletano: Vigliè si nun me fai trasì piscio ca n’ ‘derra…..
    A quel punto non mi restò altro che farla entrare. Annarita era una simpatica persona forse un po’ troppo sopra le righe.

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