Salta al contenuto

5- La mia BNA

Me l’ha data Enzo questa foto. Me l’ha mandata scrivendo: “Meglio di così non viene.” E chisenefrega: basta a scatenare i ricordi.

Nessuno di noi due ricorda la data, e chisenefrega. Io mi ricordo l’emozione, l’odore di quegli anni, il fatto che eravamo uniti ed anche allegri.

Eravamo giovani e capefresche. L’essere sindacato per noi in quegli anni era essere “dall’altra parte” sempre comunque; era un posizionarsi in uno schema chiaro: qui l’azienda e qui noialtri, fedeli rispettosi delle regole, professionisti che permettevano a “loro” di fare reddito , di essere la decima banca in Italia, ma pronti a difendere i propri diritti e tutto ciò che ci aspettava. Schematici ed entusiasti, pronti ad indire assemblee e minacciare forme di lotta ogni qual volta che le richieste legittime della “nostra gente” non venivano  prontamente accontentate.

Per quella mattina avevamo organizzato una manifestazione in Galleria davanti alla sede della filiale, nell’ora di intervallo. Il Gran Caffè, un bar che stava davanti all’entrata della banca, ci aveva messo a disposizione le sedie e qualche tavolino. Avevamo chiamato i giornali. Qualcuno aveva mandato un fotografo. Se ne scrisse, se ne parlò. Era una forma di protesta goliardica ma efficace: la Banca non voleva mettere a disposizione un servizio mensa, come qualche altra banca della zona, come la BNL. Eravamo “costretti” a consumare il pranzo deambulando per la galleria, anche perchè la banca – almeno formalmente – vietava la permanenza nei suoi locali dalle 13,30 alle 14,20. Tutti sapevano che era un divieto fasullo perchè in molti uffici si lavorava oltre le 13,30 e qualche collega rimaneva alla sua scrivania, anche per mangiare, perchè questa era la sua abitudine. Ma il divieto c’era, così come il diniego dell’azienda alla richiesta di predisporre un locale idoneo alla consumazione dei pasti, primo passo verso un servizio mensa.

Allora, quella mattina, trasformammo, simbolicamente, la zona antistante l’entrata della sede in una “mensa”: nella Galleria Umberto I, l’epicentro della collettività napoletana sfaccendata in tutte le stagioni. Cosicché, immediatamente intorno a noi, accorsero e si assieparono nugoli di curiosi, che componevano e scomponevano capannelli di contorno ad un quadro spassoso: la saracinesca della banca abbassata sulla quale campeggiava lo striscione “Mensa Aziendale” e tutto intorno lavoratori che lo “presidiavano” consci di essere in quel momento al centro di tutta l’attenzione.

C’erano praticamente tutti i colleghi della sede.

La nostra non era, comunque, un’alzata di ingegno estemporanea, una protesta isolata. La questione del pasto e della mensa era al centro di numerose vertenze, anche legali, in varie aziende non solo del credito. Fu quell’onda lunga che portò all’invenzione dei ticket pasto.

Come era stato possibile arrivare a questa capacità di mobilitazione? Con la fine degli anni settanta era maturata, tra la stragrande parte dei colleghi, una consapevolezza: il sindacato aveva smesso di essere considerato un arnese pericoloso per la carriera bensì un arnese utile a migliorare la propria condizione di vita lavorativa e l’unità fra tutti – colleghi di ogni ordine e e grado e fra le sigle sindacali – era la carta vincente.

Già nel corso degli anni settanta c’erano state le prime vertenze sindacali. Vinte. Alcuni colleghi avevano scelto di far valere i propri diritti delegando al sindacato di richiedere il “quanto dovuto” dall’applicazione del contratto. La Banca accettò e soprattutto – questo elemento fu decisivo – non perseguitò in alcun modo né intralciò il progresso di carriera del lavoratore che aveva scelto di intraprendere quella strada.
Mi ricordo molto bene il caso di Vincenzo. Delegò il sindacato a richiedere il grado di Vice Capo Ufficio nel 1978 e nel 1986 divenne funzionario pur essendo iscritto al sindacato, alla CGIL.

Ci furono altri esempi simili in altre sigle sindacali.
Lo stesso Mario era divenuto funzionario, nonostante il suo passato, rimanendo iscritto alla CGIL.

Anche grazie a questi esempi si andava attenuando la divisione tra funzionari e non: una potenziale unità che avrebbe rafforzato in maniera straordinaria la forza collettiva, sotto la guida del sindacato.
Anche all’interno del sindacato, alla fine in tutte le sigle sindacali, avveniva un ricambio di energie e di volontà.
Le assemblee erano partecipate e si cominciava a ridere dei tempi in cui ad Elena veniva affidato l’ingrato (e ridicolo) compito di scrivere il report dell’assemblea per consegnarla, l’indomani, alla Direzione.  Tutti si sentivano liberi di esprimersi e Elena continuava a venire in assemblea e a sedersi nelle prime file, ma mostrando le mani vuote diceva a tutti sorridendo: “sono senza taccuino, non scrivo più!”

Le vertenze da individuali erano diventate collettive.
Il soggetto era “la filiale”.
La voce collettiva cominciava a “fare paura” alla Direzione per cui spesso bastava un volantino che alzava il tono per portare a casa l’obiettivo.

E la voce era napoletana: creativa e fuori dalle regole.

Come quella volta per la questione dei condizionatori in estate. Il tema “condizionamento termico” era un morire: almeno una volta alla settimana in sede o in qualche agenzia i condizionatori andavano in tilt e bisognava rimanere al chiuso e al caldo. Occorreva cambiare l’impianto, modernizzandolo, ma l’azienda temporeggiava e da Roma non arrivava, estate dopo estate, l’autorizzazione a spendere.

Visto che la Direzione ormai ci credeva capaci di tutto in un volantino proclamammo uno stato di agitazione per avere locali condizionati a dovere, minacciando che da un certo giorno in poi ci saremmo presentati al lavoro in bermuda (gli uomini) e prendisole (le donne) e infradito ai piedi di rigore per tutti.  Cosa che in realtà non violava nessuna norma aziendale specifica – “il decoro” è un concetto vago e storicamente cangiante – per cui era come mettere con le spalle al muro i vertici della filiale: quando la cosa si fosse saputa fuori (fra i clienti) e dentro (in Direzione Generale) loro sarebbero stati messi sul banco degli imputati.

Non ci fu bisogno di arrivare al giorno fatidico (qualche collega aveva già anticipato la protesta venendo in abbigliamenti simil marino e la Direzione era già in apnea) per cui la Banca decise di risolvere una volta per tutte la questione del clima.

E poi ci fu la “madre di tutte le vertenze”: uno sciopero ad oltranza per nuove assunzioni in filiale.

Ma questa è un’altra storia che, a raccontarla, sembra proprio una storia di altri tempi.

(continua)

 

Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. vincento vincento

    Ricordi sbiaditi ma sempre commoventi. Bravo Piero sei grande come sempre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *