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Piazza Fontana

La storia parla al presente. Nel duplice senso: la storia comunica con il presente, ma anche la storia parla usando il tempo verbale presente. Per questo ci interessiamo alla storia, non certo per il gusto di archiviare date, nomi e fatti.

Se la storia parla al presente, a maggior ragione lo fa piazza Fontana. Piazza Fontana non è stata, piazza Fontana è.

E’ una tappa fondamentale della memoria di chi si impegna per cambiare le cose e incessantemente si incontra/scontra con lo status quo. Piazza Fontana è uno snodo critico, di quelli che ci danno indicazioni sul presente e sul modo in cui vogliamo starci.

Per CONTAME è fondamentale l’idea di tramandare – come si fa accanto al fuoco – il ricordo di una storia che ha segnato profondamente non solo Milano, ma tutta l’Italia. Le giovani generazioni vanno alla manifestazione il 12 dicembre, lo abbiamo fatto tutti, ma il ricordo di quello che è avvenuto si è perso. Se in un liceo chiedi cos’è successo, lo sa solo uno studente su dieci.  

La strage di Piazza Fontana ha dato il via al periodo della strategia della tensione. Piazza della Loggia a Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus sono le tragiche declinazioni di un’identica strategia.

Il nostro è un Paese che non riesce a uscire dal proprio passato, né a farci pace né a condannarlo. Noi vogliamo sottolineare la mancanza di un ricordo condiviso a livello istituzionale.

Questa pagina è a disposizione di chi vuole tessere assieme a noi il filo della memoria. E’ aperto a chi ricorda, a chi non c’era e vuole sapere e a chi,  dopo 50 anni, vuole sapere, vuole capire, vuole passare il testimone della memoria.

Facciamo nostre le parole pronunciate nel corso della commemorazione per il 40esimo anniversario della strage da Federica Dendena, nipote di una delle vittime di Piazza Fontana:

«Adesso toc­ca a noi. Perché quarant’anni è un sacco di tempo. E se non ci muoviamo noi chi testimonierà per i testi­moni, quando loro non ci saranno più?».

 

 

Il servizio della RAI la sera dell’attentato:

(da un post su Fb di Angelo Proietti che ringraziamo)

LA STAFFETTA DELLA MEMORIA

(1) Il 12 dicembre 1969 possiamo dire che la grande Storia si è incrociata con quella piccola di tante persone, in molti casi cambiandola per sempre. Chiediamo un Suo racconto di come ha vissuto, o ha saputo, dei fatti accaduti a Piazza Fontana e dei sentimenti che essi hanno provocato in lei

(2) Dalle inchieste svolte nelle scuole, in occasione della commemorazione dei 40 anni, è emerso che solo uno studente su dieci aveva una vaga idea di quello che era successo a Piazza Fontana e quasi nessuno sapeva del grottesco itinerario processuale che non aveva saputo affermare una definitiva verità giuridica.
Le chiediamo: come parlerebbe di Piazza Fontana a chi non c’era, quali parole userebbe per coinvolgere i giovani nella richiesta che giustizia sia fatta?

Rivolgeremo queste domande ai lavoratori in servizio quel giorno o a quelli che sono entrati successivamente nella banca che fu teatro della strage, ai familiari delle vittime e infine alle persone che seppero della strage negli stessi giorni in cui avvenne o dopo o che ancora non sanno.

Raccogliendo e pubblicando queste testimonianze terremo aperto un capitolo doloroso e tragico della storia del nostro paese nella speranza di far emergere la verità giuridica della strage e con l’obiettivo di sviluppare nei giovani la consapevolezza della gravità degli accadimenti avvenuti in Italia alla fine degli anni sessanta.

LE TESTIMONIANZE

1) avevo diciannove anni, università, primo anno di Ingegneria, qualche corteo, cominciavo a respirare una brezza di rimbalzo del vento sessantottino. Figlio unico, allevato nella bambagia, non capivo assolutamente nulla del significato degli slogan che pur gridavo nelle fila serrate dei cortei che partivano da Mezzocannone per il Rettifilo; intuivo, però, che era il momento della ribellione contro tutte le istituzioni, compreso un padre autoritario, come era il mio. La notizia della strage di Piazza Fontana mi arrivò a casa, dalla televisione: mio padre si incupì ma non disse niente, mia madre si mise a piangere, io rimasi stordito, incredulo con la mente svuotata. Tre giorni dopo eravamo ancora davanti alla televisione, stavolta solo io con mio padre ed ascoltammo la notizia dell’arresto di Pietro Valpreda e per la prima ed ultima volta nella mia vita entrambi ci esprimemmo nello stesso identico modo: “gli anarchici? già!! chi altri se no?” la rozza semplificazione che i mandanti della strage volevano provocare nelle menti di tutti scattò anche nella mia. Avevo bisogno anche io, come milioni di altri cittadini italiani, di un colpevole “credibile” sul quale scatenare l’angoscia tremenda di tante vite spezzate. La mattina di quel 15 dicembre avevo guardato la diretta dei funerali e avevo pianto a dirotto. La notizia dell’arresto di Valpreda mi placò.

2) non so se gran parte della mia generazione, ma certamente tutta quella parte che ha fatto “politica” dagli inizi degli anni settanta ha acquistato il libretto con la copertina che ritraeva Pietro Valpreda con il pugno alzato ed un titolo secco: “Valpreda è innocente, la strage è di Stato”, una straordinaria contro-informazione prodotta dai migliori intellettuali di allora. In quegli anni, tutti, ma proprio tutti i cortei, ai quali partecipavo mettevano la parola d’ordine della Libertà di Valpreda al primo posto. Tutti noi eravamo certi che lo Stato non si sarebbe mai auto-processato ed al più avrebbero pagato i pesci piccoli. Per Piazza Fontana non è avvenuto neanche questo. Alle mie figlie ho proposto di vedere insieme il film “Romanzo di una strage” ; sono rimaste basite, incredule; ho dovuto ripetere che si, era proprio tutto vero. Nonostante noi – quella parte che ha fatto politica attiva in quegli anni – Piazza Fontana è stata una grande aberrazione giuridica che ha coperto le manovre per un colpo di stato in Italia. E’ stato possibile allora, è possibile adesso o in futuro. Mantenere alta la memoria su Piazza Fontana non è solo, quindi, un tributo a chi ci ha lasciato la vita, è anche la doverosa testimonianza che “si! è stato possibile tutto questo!”, e che impedire che non possa essere tentato mai più in futuro dipende solo da loro, dai nostri figli e da quelli che verranno.

pierluigi del pinto (assunto in BNA nel 1976/nato nel1950)

Ero da poco entrato in banca quando quel pomeriggio del 12 dicembre un funzionario della filiale di Novara mi comunicò, cupo in volto, che alla sede di Milano di piazza Fontana c’era stata una tremenda esplosione, quasi sicuramente causata dalla caldaia, che aveva causato molti morti. Arrivato a casa le prime immagini del telegiornale davano la dimensione della tragedia e avanzavano l’ipotesi che potesse trattarsi dello scoppio di una bomba. Mi sembrava impossibile; chi mai poteva attuare un crimine tanto enorme e così assurdo. La Tv comincio anche a fornire una prima ipotesi: “anarchia”. Dal cilindro ecco uscire anche il nome di Valpreda: il mostro è servito. La tragedia di Pinelli apri’ nella mia coscienza pigra i primi dubbi che si ampliarono sempre più fino a divenire certezza. Fu quello l’inizio della mia apertura sociale che mi avrebbe poi accompagnato per tutta la vita.

roberto quaglia (assunto in BNA 1969/nato nel 1941)

Il boato è tremendo, lo spostamento d’aria mi manda lungo disteso fino alla porta di ingresso della saletta dell’ammezzato che dà sul corridoio opposto a quello della Direzione. Avverto solo che d’improvviso è tutto buio. Dopo il boato solo silenzio. Mi rialzo a fatica, sento dolori dappertutto. I colleghi attorno a me hanno il volto insanguinato dalle schegge della vetrata andata in frantumi. Imbocco la breve rampa di scale, diretto verso il pian terreno. Molti corrono verso l’uscita e tanti sono feriti. C’è tanto sangue ovunque. Devo assolutamente parlare con Rosetta, mia moglie.

Trovo, miracolosamente la linea esterna libera, riesco a mettermi in contatto con lei “Qui in banca è scoppiato qualcosa… sto bene – cerco di parlare con il tono più calmo di cui sono capace – qualsiasi cosa sentirai nelle prossime ore, non ti preoccupare”. Mi accorgo che sono riuscito solo a metterla in agitazione; a fatica la convinco a riattaccare.L’odore dolciastro di mandorle amare della polvere mi stordisce. In un attimo la mia memoria va alla guerra, alle bombe, alla dinamite. “Dio mio, è stata una bomba; è scoppiata una bomba”. Mi dico he non è possibile, che adesso mi trovo a due passi dal Duomo, in una banca e che la guerra è finita da un pezzo. I colleghi che corrono verso l’uscita continuano a ripetermi “Devi uscire, vieni fuori in piazza: qui è pericoloso!” ma qualcosa mi attira verso l’emiciclo, mi avvio verso il salone.

Qualcuno si aggrappa ai miei pantaloni. Mi sembra di riconoscerlo, è ferito e cerca di trascinarsi verso l’uscita. “Mi aiuti la prego…” si aggrappa alla mia giacca con una mano insanguinata. Mi chino su di lui, l’uomo ha una gamba tranciata di netto, perde molto sangue, sto per vomitare. Vorrei aiutarlo ma non so cosa fare. Tutto diventa confuso, non ricordo più niente, forse per l’orrore ho rimosso tutto.Non so quanto tempo è passato ora un uomo con un camice bianco mi prende per un braccio e mi aiuta a rialzarmi.

“Lasci fare a noi, vada fuori ci sono altri infermieri…”. Non sento le sue ultime parole, anziché uscire, mi dirigo barcollante verso il salone. Lo scenario che si apre davanti a me è terribile. L’orologio, sulla parete di fondo segna le 16,37: rimarrà così per anni. Quello che vedo è spaventoso, un fotogramma che resterà stampato nella mia memoria per sempre. Tra il fumo acre e i gemiti dei feriti qualcuno si muove barcollando tra pezzi di suppellettili, vetri, cambiali, tabulati, banconote, una sedia miracolosamente intatta, il buco dove c’era l’ordigno e.. corpi maciullati, troncati di netto, un mattattoio. Le grandi vetrate, che dividono gli uffici dei piani superiori dalla cupola a volta, si sono volatilizzate; l’esplosione ha triturato oltre al pesante tavolo ottagonale con le borchie in ferro, il bancone, gli armadi, le macchine calcolatrici e quelle per scrivere, i box di cassa, le cassette metalliche contenenti le banconote. Ogni cosa è stata scaraventata in tutte le direzioni trasformandole in proiettili mortali o in schegge che hanno ferito persone, sfondato pareti, bruciato documenti.

Nella penombra mi sembra di scorgere un sacerdote che benedice un fagotto informe e un uomo in divisa che esce di corsa. Un cassiere grida qualcosa che non afferro. Mi chiameranno più tardi per convincerlo ad allontanarsi. “Non toccate niente – continua a ripetere sotto shock – devo quadrare!” Valentino Bedetti ha un idrante in mano e cerca di spegnere un principio di incendio. Giulio Stifano ha preso un rotolo di grandi fogli per tabulati e copre pietosamente i corpi più martoriati. Due mesi dopo si presenta allo sportello un cliente; ha con sè un pacchetto, si appoggia ad un paio di stampelle, é senza la gamba destra .

“E’ per lei!” – mi dice salutandomi – “Lo apra”, mi incoraggia. “Questa è la mia cinghia; come fa ad averla lei? è un ricordo di mio nonno” “Non ricorda? Mi bloccò l’emorragia il giorno dello scoppio della bomba”. “No, non ricordo. Forse si sbaglia: non sono capace di fare una cosa simile.”“In effetti era un po’ inesperto e tremava, ma l’ho guidata io, e prima che arrivassero i primi soccorritori, ha fatto un buon lavoro: la ringrazio ancora”. Ancora oggi sono convinto di non essere stato io.

fortunato zinni (assunto in BNA nel 1962/nato nel 1940)

matteo dendena, nipote di Pietro, vittima della strage di Piazza Fontana, interviene a Bruxelles, Commissione Europea, Giornata della memoria, 11 marzo 2019

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1. Mio padre morto di ictus… mia madre costretta per mantenerci agli studi, orgogliosa com’era, a fare la portinaia per qualche anno… arrivai ai diciannove, riempito di idee di rivoluzione e di pratiche di volantinaggi, manifestazioni, scontri, riunioni in ambienti saturi di fumo… Non volevo fare il militare e m’inventai un problema alla colonna… non ci credettero e mi toccò farlo… A quel punto, estremista com’ero (tutto o niente…) feci la domanda, per guadagnare uno stipendio, per la Scuola Militare Alpina ad Aosta e poi l’ufficiale degli alpini, ovviamente di complemento… E pur senza raccomandazioni mi presero… Cinque mesi duri, nei quali misi su chili e chili di muscoli, nei quali percorsi decine e decine di chilometri nelle montagne valdostane, nei quali imparai a sparare con FAL e MG e mortai da 91 e 120 mm e nei quali piansi molte volte per la fatica… E là ad Aosta arrivò la notizia della bomba e quasi subito circolò nella caserma un foglio militare e militarista con un titolo quanto mai deriso in camerata: “Alpini, zaino in spalla”. E da allora nelle caserme si cominciò a tramare per fare la rivoluzione.

2. Racconterei la storia per quello che si sa… sottolineando che dappertutto, ma soprattutto in Italia, il mistero avvolge la gran parte delle stragi e degli omicidi più clamorosi, appunto da Piazza Fontana, fino a Ustica e, ad esempio, fino ad arrivare a quelli dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte. Guarda caso, tutti delitti che hanno avuto come protagonisti o complici dei funzionari dello Stato. O meglio “pezzi” di uno Stato che ci si ostina disinvoltamente a chiamare “deviati”. Ma che, in verità, non sono per niente deviati, isolati o estinti tant’è che per decenni sono riusciti a garantirsi l’impunità. Nelle stragi e negli omicidi efferati e nei loro sfacciati depistaggi, sono implicati a vario titolo militari, politici e giudici, dei quali sono noti nomi e responsabilità. Molti di quelli implicati in piazza Fontana sono morti. Ma tutti sono rimasti ai loro posti. In Italia la verità evidente, quando c’è di mezzo lo Stato, non è mai diventata verità giudiziaria.

guido piccoli, scrittore e giornalista.

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1. all’epoca giovane rampollo (23 anni) della media borghesia Genovese avevo iniziato a collaborare con l’azienda di famiglia, in un ruolo assolutamente esecutivo e per nulla gratificante :avevo da poco avuto il mio primo figlio e mi ero impegnato nella nuova avventura con una moglie più giovane di me e con scarsissime disponibilità finanziarie.
Io ero genericamente “di sinistra”, ero stato iscritto alla Federazione Giovanile Socialista avevo partecipato a qualche manifestazione del mitico 68, ma ero assolutamente distratto dalle mia vicende personali: il 12 dicembre si cominciava a respirare un aria natalizia e – anche se non potevamo fare tanti regali – ci guardavamo intorno per trovare qualche oggetto economico.
Improvvisamente, nel tardo pomeriggio arriva via radio la notizia di un esplosione alla BNA e un’ora dopo la comunicazione che non si era trattato di una caldaia, ma di una bomba. Angosciato dalla notizia delle numerosissime vittime non sono tornato subito a casa mia dal lavoro, ma sono andato dai miei per confrontare le opinioni e per avere conforto da chi – avendo vissuto la guerra – era “abituato” a situazioni del genere, Nella mia rozza visione non avevo dubbi e mi sono subito scontrato con mio padre perché sostenevo che la matrice fosse fascista, mentre i miei sostenevano che fosse più probabile quella che poi è diventata la vulgata ufficiale e cioè che si trattasse di un attentato anarchico. Nessuno di noi poteva neanche lontanamente sospettare che si trattasse di una strategia della tensione sviluppata da servizi segreti nazionali e internazionali in funzione del contenimento delle rivendicazioni operaie del 1969 e della paranoia antisovietica di larghi strati dell’opinione pubblica italiana e degli USA.
Comunque sono tornato  casa sicuro delle mie opinioni e con mia moglie abbiamo deciso di destinare le poche risorse destinate ai regali di natale al sostegno delle famiglie delle vittime.
Sono stato assunto in BNA nel 1973 e li, avendo anche assunto impegni di carattere sindacale, con il contributo dei colleghi e compagni presenti al momento dell’attentato: uno su tutti Fortunato Zinni, ho approfondito la questione, seguito il surreale iter processuale, conosciuto fugacemente il Valpreda, insomma dal 1973 ad oggi (mi sono licenziato dalla Banca nel 1979) l’attentato ha fatto parte importantissima della mia vita e ho sempre cercato di informarmi e partecipare a tutte le iniziative che tentavano – inutilmente fino ad oggi – di sollevare il pesantissimo velo che è stato calato sulla vicenda.
2 – secondo me per informare i giovani su Piazza Fontana occorrerebbe prenderla alla larga: addirittura dall’attentato del Cinema Diana (Milano 23.3.1921 21 vittime) da subito attribuito agli anarchici, ma probabilmente pensato ed organizzato da ambienti poliziesco in accordo con il nascente fascismo.
Poi informare sulla condizione operaia pre e post 1969, sulla guerra fredda ecc. Probabilmente perché i giovani non hanno l’abitudine di leggere bisognerebbe visionare insieme il film che tratta della strage seguito dalle testimonianze di chi c’era. Sarebbe utile anche portare il contributo di Magistrati, Giornalisti ecc.che si sono occupati della strage e anche di Paolo Calabresi che ha avuto suo il padre ucciso per fraintendimenti sul suo ruolo di Commissario di PS, indicato come responsabile del assassinio del Pinelli (ma, a questo punto, forse, si allargherebbe troppo il discorso) .
giorgio cristoffanini (assunto in BNA nel 1973/nato nel 1946)
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L’invito è pervenuto tramite  Carlo Arnoldi,  presidenteAssociazione  Familiari delle vittime di Piazza Fontana ed  ex collega della Banca Nazionale dell’Agricoltura 

Sarò presente  con altri componenti dell’Associazione a Roma per la cerimonia della Giornata della Memoria del 9 maggio p.v, che si terrà alla Camera dei Deputati con inizio alle ore 11.) 

La giornata è dedicata principalmente al 50 anniversario della strage di Piazza Fontana

Fortunato Zinni

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio in occasione del quarantanovesimo anniversario della strage ha scritto “Una verità piena e conclusiva non ha ancora coronato le lunghe e travagliate vicende giudiziarie. Questo nonostante il lavoro encomiabile e coraggioso di magistrati e servitori dello Stato, che hanno svelato responsabilità e trame di matrice neofascista, occultate da intollerabili deviazioni”.

Se nessuno l’ha fatto, io lo faccio oggi con molta umiltà, vi chiedo scusa“, ha detto il Presidente della Camera Roberto Fico,che ha partecipato, lo scorso 12 dicembre, al corteo istituzionale a Milano nel quarantanovesimo anniversario della strage.  La terza carica dello Stato si è rivolto direttamente ai famigliari delle vittime “Chiedo scusa per i depistaggi e tutto ciò che avete dovuto sopportare e per gli apparati dello Stato che non hanno fatto nulla per cercare la verità”. Finendo il suo intervento Fico ha rivelato che a Montecitorio si sta impegnando “a completare definitivamente la rimozione del segreto funzionale sugli atti e i documenti concernenti, le stragi, alle logge massoniche, alla P2.”