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6 agosto 1945, e il sole cadde sulla terra

«Ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto».

1955 – Albert Einstein, Bertrand Russell

Alle 8 e 17 di mattina le cucine di tutte le abitazioni di Hiroshima sono in piena attività per preparare il primo pasto della giornata. Le scuole sono pronte ad accogliere gli studenti, in quanto agosto in Giappone non è un mese festivo, e centinaia di operai varcano i cancelli delle fabbriche per recarsi a lavorare presso una nota casa automobilistica, la Mazda.

Poco prima la stazione radar ha captato tre velivoli americani entrare nello spazio aereo giapponese. Un numero ritenuto esiguo dalle autorità militari, che decidono pertanto di non dare l’allarme aereo. Alle 8.15 circa il bombardiere B-29 Superfortress – ribattezzato Enola Gay dal nome della madre del pilota Paul Tibbets – sgancia Little Boy (il nome in codice della bomba nucleare all’uranio).

Il bombardiere B-29 Superfortress – ribattezzato Enola Gay dal no il bombardiere B-29 Superfortress – ribattezzato Enola Gay dal nome della madre del pilota Paul Tibbets
Il bombardiere B-29 Superfortress – ribattezzato Enola Gay dal no il bombardiere B-29 Superfortress – ribattezzato Enola Gay dal nome della madre del pilota Paul Tibbets
Quarantatré secondi dopo, a meno di 600 metri dal suolo, l’ordigno esplode provocando un lampo di luce accecante insime ad un enorme fragore. Una potenza esplosiva pari a 13mila tonnellate di tritolo, che in pochi istanti annienta 68mila vite umane e ne ferisce mortalmente circa 76mila. Di alcuni corpi non rimarrà che l’ombra, impressa sulle pareti; molti altri invece finiscono bruciati, martoriati dalla pioggia radioattiva o sepolti vivi dalle macerie dei 70mila edifici distrutti (vale a dire il 90% del totale).

Questo fu il tragico bollettino del primo bombardamento atomico della storia cui, 3 giorni dopo, seguirà quello su Nagasaki. Un’apocalisse che proseguirà con i sopravvissuti, il 20% dei quali rimarrà affetto da avvelenamento da radiazioni e da necrosi, portando il numero delle vittime a più di 200mila solo per Hiroshima.

Le autorità giapponesi non si accorsero subito di quanto fosse accaduto, a causa del black out dei collegamenti radio, prendendo coscienza dell’ immane disastro solo dopo aver effettuato un volo di ricognizione sulla città.

«Non la fine del mondo ma di un mondo!». Così era stata definita due secoli prima la battaglia di Valmy, la quale il 20 settembre 1792 aveva decretato la sopravvivenza della Francia rivoluzionaria assediata dalle monarchie europee, timorose del contagio.

Ciò che invece accadde il 6 agosto del 1945, 75 anni fa, non soltanto fu la fine di un mondo – quello della grande strategia militare basata sulle armi convenzionali, eserciti e flotte- bensì, insinuò nell’ umanità intera il timore di una possibilità fino a quel momento considerata remota: la fine del mondo intesa come fine della civiltà umana e sopravvivenza stessa della specie.

Quel giorno, alle ore 8,17 locali, la prima bomba nucleare della storia scoppiò a 580 metri di altezza sopra la città giapponese di Hiroshima, facendo entrare il pianeta nell’era atomica e per la prima volta il mondo intero intravide un possibile futuro di orrore inimaggibabile.

A Hiroshima e Nagasaki bastarono due aerei con carico bellico, uno per città. Finora la coscienza della capacità di distruzione messa in mano ai governi di un pugno di Paesi membri del club nucleare ha fatto sì che quelle due città, devastate per sempre, siano rimaste episodi isolati, un simbolo forte e concreto della follia umana. Ma al mondo esistono ancora quasi 48 mila ordigni nucleari.

L’epoca inaugurata dall’olocausto delle due città è ben lungi dall’essere passata.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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