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6 – La mia BNA

“Articolo cinque, io, che ho i soldi, ho vinto”.
Così si espresse ad un certo punto della trattativa il Capo della delegazione della Banca Antoniana – Popolare Veneta.

Rimanemmo attoniti ma anche un pò divertiti, in verità. Recentemente avevamo partecipato, tutti noi presenti quel giorno, alla trattativa sindacale che avrebbe fatto la storia: quella con la Banca di Roma, all’indomani della crisi della BNA, per la costituzione del fondo per consentire il “pre-pensionamento” dei lavoratori bancari, il primo ammortizzatore di settore. C’erano i segretari nazionali al massimo livello e c’era, a capo della delegazione aziendale, un tale Carmine Lamanda, istrionico negoziatore scafato, circondato da un nutritissimo staff di professionisti esperti nelle varie discipline che quella complessa trattativa comprendeva. Insomma eravamo stati al Teatro La Scala del negoziato di settore.

Adesso, invece,  ci trovavano di fronte due dirigenti che facevano il gioco dei due sbirri nell’interrogatorio: uno il simpatico, l’altro il duro. E la frase fu detta – nel bel mezzo di una replica al sindacato – dal “duro”, tal Zorzi capo delegazione di Banca Antoniana -Popolare Veneta per l’incorporazione della BNA.

La prosopopea contenuta in quella frase infelice era, comunque, motivata dalla storia più recente della banca:  nata come Banca Antoniana, piccola banca di credito cooperativo, aveva acquisito una banca direttamente concorrente, la Popolare di Padova e poi di seguito una serie di banche minori sparse nel Nord Est. Adesso con la  incorporazione di una banca più grossa di lei faceva il grande salto a livello nazionale, diventava Antonveneta e si preparava ad entrare in borsa.

Insomma un pugile vincente, mai andato a tappeto, sicuro di se e pieno di “argomenti”. I soldi.

Il Nord Est, alla fine degli anni novanta era in pieno miracolo economico. Un miracolo fondato sull’operosità, sul senso del lavoro e sull’ingegno di un fascia di industriali innovatori e supportato da una radicata e diffusa cultura di grande attaccamento “all’azienda” quali che fossero le sue dimensioni.

In quel mare di profitti le banche facevano da collettore e da moltiplicatore, con un legame strettissimo con il territorio e senza opporre vincoli, lacci o remore di alcun tipo.

Ricordava commosso di quegli “anni d’oro” un ex direttore di una filiale di una “città murata” vicino Padova che la domenica, quando andava alla Santa Messa con la moglie, portava sempre con se una borsa della spesa dentro la quale riponeva le mazzette di depositi che i clienti febbrilmente gli passavano in quel santo luogo.

Al timone di comando della banca, venerato da tutti i suoi collaboratori di ogni ordine e grado c’era Silvano Pontello, leader carismatico e lungimirante, sorretto da una visione ambiziosa che con l’incorporazione della BNA cominciava a contornarsi: fare di una banca locale di credito cooperativo una fra le dieci banche di credito più grosse. Uscire, quindi, dai limiti e dalle sicurezze di un territorio affidabile e conosciuto per sfidare le incertezze e i pericoli di una dimensione nazionale, correndo anche i rischi di non poter contare fra i suoi collaboratori di quel patrimonio di competenze in grado di reggere la sfida.

L’incorporazione della BNA serviva ad acquisire una massa critica da utilizzare per fare altre acquisizioni di banche locali sparse in Italia e ad irrobustire, appunto, il patrimonio di competenze.

In alcuni casi questo irrobustimento non potè avvenire perchè le professionalità di alcuni settori della BNA non furono pienamente comprese, come per il settore estero che era un fiore all’occhiello della BNA e che fu praticamente smantellato o il personale, dove andò sperperato un patrimonio di “talenti” che il capo del personale venuto al tempo dell’acquisizione in Banca di Roma, stava sapientemente coltivando.

In generale un pieno amalgama tra le provenienze fu vanificato dal poco tempo a disposizione – l’Antonveneta visse in tutto cinque anni –  e dalle altre aggregazioni che in poco tempo si susseguirono: divennero parte di Antonveneta i lavoratori di Molfetta, Grottaglie, Catania, Siracusa.

In meno di due anni l’Antonveneta si quotò in borsa, ad aprile del 2002.

Il suo leader, quello al quale andava riconosciuto il merito di aver portato in dodici anni una banca di 50 sportelli ad una di 1019, era morto un mese prima che la sua visione si coronasse in pieno.

Mi capitò di conoscere personalmente Pontello.

Era in corso la trattativa per l’incorporazione della BNA e la sua ex segretaria diventata sindacalista combinò un appuntamento riservato con lui. E mi ci accompagnò.

Mi trovai di fronte un uomo logorato nel fisico ma con due occhi intensissimi puntati su di me. Non li mosse mai.

Mi parlò in maniera molto secca ma con il tono gentile. Mi rassicurò sul fatto che avrebbe tenuto dentro il Centro Elettronico di Casal di Pazzi, perchè lui era contrario per principio agli scorpori di pezzi d’azienda e voleva tenere tutti dentro. Pensava alla gente come alla sua famiglia e non temeva di avere diecimila famiglie. Eravamo i benvenuti e si augurava che noi lo capissimo presto perchè la fusione si sarebbe fatta, a tutti i costi.

Quel giorno, nel brevissimo tempo in cui parlai con lui, ebbi la sensazione di avere di fronte un duro, un “uomo pesca” come si diceva nel sindacato in quei tempi: gentile e capace anche di sorridere (poco) ma che poteva sprigionare una forza straordinaria contro il suo interlocutore. Era diventato famoso, infatti, non solo per la sua straordinaria abilità a districarsi nel mondo della finanza – aveva fatto l’apprendistato nella Banca Privata Italiana di Michele Sindona – ma soprattutto per le sue sfuriate. Ce ne accorgemmo un giorno quando decise di partecipare alle trattative e, avvertendo una resistenza da parte dei sindacalisti della BNA, ci gridò in faccia che aveva speso  centinaia di miliardi per comprarci ed adesso “eravamo suoi”.

Ancora il tema dei soldi.

La fusione si fece. Il primo ottobre del 2000. Passarono solo cinque anni e chi aveva ancora più soldi, la multinazionale con sede in Olanda, l’ABN AMRO, comprò a sua volta l’Antonveneta.

Fra di noi della BNA si confermò una diffusa superstizione: che esista davvero la “maledizione del Conte”.

Si narra che il Conte Auletta fosse molto irritato con la Banca di Roma che a suo modo di vedere gli aveva scippato la BNA e che a quel tempo avesse pronunciato una profezia: che chiunque fosse stato proprietario della “sua” banca avrebbe attraversato traversie e sarebbe scomparso.

Quando fu comprato e sembrato anche il colosso olandese, dopo la scomparsa della Banca di Roma, dell’Antonia – Popolare Veneta e dell’Antonveneta, tutti ricordammo quella profezia.

Adesso dovrebbe toccare al Monte dei Paschi.

Ma quella con il Monte è un’altra storia, in parte ancora tutta da scrivere.

(nella foto in alto alcuni dei sindacalisti della Banca Antonveneta.)

(nella foto a centro pagina Silvano Pontello)

(continua)

 

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2 Commenti

  1. Paolo De Rosa Paolo De Rosa

    Personalmente ho avuto esperienze di acquisizione e di fusione con diverse banche, essendo passato nel 2001 al Credem, altro Istituto che si è sviluppato a vista d’occhio. L’acquirente è sempre il conquistatore. Ma Antonveneta seppe comportarsi correttamente e mostrando grande disponibilità nei confronti dei dipendenti acquisiti. Ricordo di un problema che nacque in una filiale di Napoli che aveva generato una perdita secca per assegni truffa. In quella circostanza eventuali responsabili furono assolti con totale accolto della perdita all’istituto. Posso garantire che in altra Banca (B.Roma, Credito ital., Credem) l’occasione verificatasi sarebbe stata utile per effettuare qualche licenziamento. La stessa Banca Roma , precedente proprietaria di Bna, si era presentata inviando lettere di riservo ai vari Titolari di filiale per eventuali piccole e grandi sofferenze insorte. Il mio ricordo di Antonveneta, fino alla mia permanenza del aprile 2001 , è senz’altro positiva. Comunque la maledizione del Conte continuerà.

  2. Sergio Tonioli Sergio Tonioli

    Strana storia quella della BNA. A parte la vicenda dell’ABN Amro, oggetto di uno scontro fra colossi finanziari europei, sembrava proprio facessimo emergere le contraddizioni e le manchevolezze delle banche che ci hanno comprato… Ricordo un faticoso che e ben fatto convegno che come sindacati venne organizzato a Roma nel 1995 su analisi organizzativa e finanziaria della BNA… ma fù proprio il tempo che la Banca di Roma ci comprò. Chissà se saremmo riusciti anche a tradurlo in pratica azione sindacale?

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