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7 – La mia BNA

“Banca Nazionale dell’Agricoltura. Il direttore in Tribunale”. Così un trafiletto in un giornale cittadino.

Notizia-bomba per quegli anni: le banche erano universalmente considerate come luoghi fidati, prevedibili e tranquilli. Un direttore di banca portato in Tribunale, allora, faceva notizia. In più il giornale ci ricamava un pò sopra, sostenendo che “non c’è dubbio che il quadro generale presenti molte incognite”. Parlare di “incognite” riguardo una banca era, a quei tempi, come buttare un sasso contro la sua vetrina, una lesione dell’immagine di non poco conto presso i clienti.

Anche questo episodio me lo ha ricordato Enzo, diventato allora anche lui sindacalista, riuscendo a ritrovare quel ritaglio di giornale, ormai consunto e stropicciato. La vestigia  di un passato per lui, per me e per molti altri davvero indimenticabile.

 

Nessuno di noi due, però, ricorda con esattezza l’anno. Dovevano essere gli anni ottanta.

Il sindacato della filiale si era rinnovato, aveva allargato la sua influenza e utilizzava, senza alcuna remora, tutti gli strumenti messi a disposizione dal contratto e dalla legge. C’era fermento non solo a Napoli, ma in molte altre filiali. Fra i lavoratori si era andata allargando la consapevolezza dei propri diritti: lo straordinario veniva pagato – e tutto sommato la gran parte dei colleghi era abituato a richiederlo  –  il sindacato veniva continuamente contattato – e alla luce del sole –  riguardo le mansioni (“ma questo mi spetta?” era la domanda di prammatica), le assemblee erano partecipatissime.

Lavoravamo alacremente, sapendo che in vista c’erano cambiamenti epocali. La banca, infatti, così come le altre, si apprestava ad operare una ristrutturazione complessiva delle procedure e del modo di lavorare, estendendo l’utilizzo dell’informatica. Il solo pensiero ci faceva mettere in “piede di guerra”, leggevamo gli opuscoli sulla situazione negli Stati Uniti dove le banche erano già informatizzate da un pezzo, il rischio di una tecnologia “labour saving” era reale.

Gli assetti degli organici, la quantità degli addetti, i carichi e i ritmi di lavoro erano un tema centrale, soprattutto in vista della ristrutturazione: tutto sarebbe cambiato e il saldo sarebbe stato a favore della banca. Ne eravamo certi. Dovevamo, quindi,  giocare di anticipo.

Il contratto dava al sindacato il diritto, semestralmente, ad un incontro con la banca di verifica degli organici. Era uno strumento che poteva essere agito a livello locale, di filiale. Uno strumento che richiedeva, però, la partecipazione dei colleghi, ufficio per ufficio. Solo loro infatti potevano identificare le necessità di coperture di organico, dandoci i dati della situazione. Le assemblee generali e gli incontri capillari, nelle diverse agenzie e negli uffici, ci servivano per formarci un’idea della situazione, raccogliere dati, prepararci all’incontro con la direzione.

Da pochi mesi era sbarcato a Napoli un nuovo direttore, tal Camillo Calzolari, che aveva fama “di duro”. O almeno così ci raccontavano i colleghi delle altre filiali. D’altronde i dirigenti e i funzionari di grado elevato in una banca privata, in quegli anni, non potevano che essere legati a doppio filo con la proprietà, fedeli e affidabili custodi del rapporto autoritario e paternalistico istaurato, fin dalla sua fondazione, in BNA.

Conoscevamo, a quel tempo, solo qualche  esempio di funzionario non asservito alle logiche aziendali viceversa collaboratore instancabile del sindacato o persino sindacalista lui stesso, come, ad esempio, un funzionario del Centro Elettronico di Casal dei Pazzi, Carlo Canestrelli, il quale, affiancato da un gruppo di colleghi professionisti e sindacalizzati, aveva predisposto e ottenuto un contratto integrativo, relativo alle figure specialistiche del centro, avanzatissimo, uno dei migliori dell’intero sistema del credito di quegli anni.

Calzolari, viceversa, era della “vecchia guardia”. E come tale si indispettì molto sapendo che in pubblica assemblea una serie di colleghi erano intervenuti illustrando pecche e mancanze, di organizzazione e di organico, dei loro uffici. Questa “denuncia” in pubblico, nella mentalità di un uomo-banca, equivaleva ad un atto di insubordinazione, significava “diffondere ai quattro venti le problematiche interne”. E da padre-di-famiglia adirato convocò singolarmente due dei colleghi intervenuti in pubblico. A quel tempo, essere di un ufficio piuttosto che di un altro corrispondeva ad uno status, ad una prossimità o viceversa ad un’assoluta lontananza dalle aspettative padronali: avere un personale prono e malleabile. Aspettative che giorno dopo giorno sarebbero state progressivamente, disattese proprio dagli stessi funzionari.

Calzolari chiamò, quindi, Marianna che lavorava ai fidi e Flavio all’estero. Ce lo vennero a raccontare e noi fummo presi dal “sacro furore”.

Lo Statuto del 1970 prevedeva una tutela molto forte della libertà sindacale e delle opinioni dei singoli lavoratori, in materia sindacale, politica e religiosa. Lo strumento di denuncia di qualsiasi attività da parte delle aziende, lesiva della piena agibilità sindacale era il famoso articolo ventotto, che poteva essere agito solo dal livello territoriale superiore alle strutture di base: questo livello si chiamava “provinciale”.

Li convincemmo tutti, i “provinciali” delle varie sigle, ma non fu sempre agevole.

Noi interpretavamo il nostro essere sindacato “alla garibaldina” – come ebbe a dire un dirigente “territoriale”. Eravamo giovani, allegri, spensierati e in cuor nostro, sicuramente nel mio, c’era l’idea che il nostro agire non era altro che un contributo a quel cambiamento generale “dello stato di cose presenti”  che auspicavamo per l’intera società. Infatti le perplessità maggiori, in tutti quelli anni, da parte dei territoriali, si appuntavano  sui sindacalisti di filiale delle altre sigle, sospettati di andare a rimorchio, di essere plagiati o strumentalizzati dalle idee della CGIL. Non era così. Tutto il sindacato della Banca Nazionale dell’Agricoltura mostrava anomalie simili: il quadro dirigente della CISL in banca aveva idee di sinistra e lo stesso capitava in FABI, che d’altronde era sorta sottraendo molti quadri alla Fisac/CGIL. Questa unità di visione complessiva ha prodotto un agire sindacale in BNA sottratto alla prima azione padronale di ogni tempo e luogo: divide et impera.

Insomma Calzolari fu portato in Tribunale. Qualche testimonianza a nostro favore nel corso del dibattimento venne meno ma il giudice si fece ugualmente un’idea abbastanza chiara dell’accaduto e costrinse il Calzolari – come scrive il giornale – ad un mea culpa e a sottoscrivere una lettera di intenti finalizzata al rispetto del sindacato e delle sue iniziative.

Noi rimanemmo delusi, probabilmente ci aspettavamo di vederlo in catene. Sbagliavamo. Quella vicenda, per giunta amplificata dalla pubblicazione in un giornale cittadino, fu di monito per tutti i direttori che si susseguirono a Napoli. Ci dava un’aurea di imbattibilità e di spregiudicatezza, ci affermava come una forza con la quale l’azienda doveva sempre fare i conti, ci spianava la strada per vertenze, almeno su un  piano locale, ancora più incisive. Insomma, da quel momento chiunque fosse venuto a dirigere la filiale salva che noi eravamo “capaci di tutto”.

Quell’episodio ci aveva rafforzato enormemente. Stava per giungere il momento di aprire una vertenza sentita da tutti i colleghi sostenuta da un’azione di lotta di altri tempi: una vertenza per l’aumento degli organici con la proclamazione di uno sciopero ad oltranza. Ma questa è un’altra storia.

(nella foto di Herbert List, per gentile concessione di Napoli sparita, la Galleria Umberto nel 1960,)

(continua)

 

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1 commento

  1. viglietti vincenzo. viglietti vincenzo.

    Come ha detto Piero i sindacati territoriali erano molto titubanti a intraprendere la strada giudiziaria per il direttore, io stesso dovetti minacciare le mie dimissioni dal sindacato se non si fosse agito in quel modo.

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