Salta al contenuto

A.A.Anima VENDESI

Ci passavo tutti giorni davanti a quel vicolo. Da bambina, per tornare a casa dalla scuola facevo la strada più breve che tagliava in mezzo ai cortili pieni di vecchie casette a pianterreno, con portoncini colorati, tutte con stili diversi. Non ce n’era una uguale all’altra, tutte attaccate, come sorelle si tenevano per mano, legate da comuni destini di solitudine e vecchiume. Se ne stavano lì, ferme, con quei tre gradini e il ballatoio che dava su un balconcino dove immaginavo novelle Giulietta sospirare al chiaro di luna nelle notti d’estate.
Ero andata via dal paesino, ero scappata in fretta da quella realtà piccola e stretta come un vestito che non ti sta più su perché sei cresciuta. E non ci ero più ritornata.
La città invece era grande. La città era bella. La città era nuova. Non ce n’erano di casette vecchie e sbrindellate, simbolo di un passato che raccontava solo povertà e affanni, di quel tempo non c’era più niente. Ci pensavo al mio paese, ogni tanto, ci pensavo a quelle casette quando mi fermavo davanti ai grattacieli che riflettevano il cielo e le nuvole, il cielo che spesso era grigio e greve mentre io lo ricordavo azzurro, e a cercarlo non lo trovavo mai.
E poi c’erano le case, quelle nuove, quelle moderne, quelle piene di cose belle e di persone felici come le avevo viste nelle pubblicità da bambina.
“Da grande voglio essere ricca” mi dicevo in silenzio perché papà lavorava duro ma noi eravamo poveri lo stesso, bramavo quel mondo dorato, ai miei occhi di bambina era tutto, era la felicità.
“Da grande voglio essere ricca” continuavo a dirmi la notte quando mi svegliavo e sentivo mamma tramestare in cucina per preparare il pranzo a papà che andava già via a spaccarsi la schiena per noi.
Ricordo il freddo in cucina, il fuoco spento per risparmiare e il tepore delle coperte che mi tenevano al caldo e al riparo dalla vita.
Sognavo la città, con le sue strade larghe, con i negozi illuminati di sera, le vetrine piene di cose belle e costose, con i parchi pieni di verde in cui avrei fatto correre felici il mio cane e mia figlia.
“Mamma guarda! Paco riesce a prendere il bastone che io gli lancio.”
Ho riaperto gli occhi seduta su una panchina, il portatile sulle ginocchia, lo smartphone che vibra, l’agenda piena di appuntamenti e ho visto mia figlia che rincorre il suo cane e io che reggo lo yogurt che neanche ho mangiato. Siamo al parco oggi io e Laura, l’ho portata via dalla ludoteca in cui trascorre interminabili pomeriggi mentre io mi affanno a lavorare per non farle mancare nulla, l’ho vista molto triste in questi giorni. La scuola è finita da un po’ ma non per Laura che continua a fare storie la mattina quando la sveglio e devo vestirla tra pianti a capricci. Avrebbe solo voglia di dormire, di non avere quei ritmi, quelle giornate in cui si corre, si corre sempre. E io invece lavoro, lavoro perché è questo che devo fare, è questo che mi dico sempre. Devo lavorare ma avrei tanta voglia di andare lontano, e finisco per trascurare tutto perché il lavoro mi assorbe tanto, forse troppo. Quando mi hanno offerto nuove responsabilità non ho saputo dire no, oggi sono brava e competente, guadagno tanto e posso comprare a Laura ciò che è mancato a me ma a quale prezzo?
Ci penso mentre seduta sulla panchina la guardo correre all’impazzata avanti e indietro, Paco la insegue e lei urla come una matta, rossa in viso, sudata e felice.
Il cielo oggi è stranamente terso, azzurro, non una nuvola, un segno forse, un messaggio in codice, un codice che ho smesso di interpretare anni fa.
Lo smartphone ricomincia a vibrare, lo guardo, capisco che devo rientrare in ufficio ma Laura è così felice, mi stringe il cuore doverla rinchiudere in quella prigione fatta di mura colorate e giochi di cui non vuole più saperne. E così per una volta non rispondo.
Rientro a casa di corsa, infilo nella prima valigia che trovo poche cose e via!
Entro in autostrada senza una meta, o forse no, in realtà so già dove andare, guardo Laura e Paco seduti che giocano sereni e, all’improvviso una sensazione di felicità mi pervade. Mi rendo conto di conoscerla ma di averla rimossa. A pensarci bene, non ricordo più l’ultima volta in cui mi sono sentita felice.
Il paese ci accoglie che è già tramontato il sole ma ancora si intravedono i raggi dietro ai monti. Trovo quasi tutto intatto.
Tutto è uguale come quando l’ho lasciato, lo stesso stile e la stessa povertà di allora, è solo tutto più vecchio, dimesso, stanco.
Laura mi osserva mentre sono ferma davanti a quel portoncino dove c’è un cartello con su scritto “VENDESI” e sembra non comprendere quella pazzerella di sua mamma che l’ha portata via dal parco per andare in un paese dove non c’è un parco giochi ma solo case vecchie.
Sono lì ferma e tutta la mia vita mi assale, mi riporta a chi ero a cosa sono. Non mi piace. Poco distante c’è un tombino il cui puzzo ci costringeva a tenere sempre chiuse le finestre. Spingo il portone per capire se posso entrare, cede senza opporre resistenza e così entro. L’ingresso è buio, la luce fioca del tramonto forma quasi un tappeto luminoso, mi indica una strada che conosco a memoria. Devo socchiudere gli occhi per abituarmi alla poca luce, poi li riapro e li rivedo lì, seduti accanto al fuoco, guardano la tv e sgranocchiano qualcosa, noci o un pezzo di cioccolato, tranquilli e silenziosi, come ogni sera della loro vita, contenti di quella quotidianità che io non riesco a capire. E vedo quella bambina che seduta sull’enorme poltrona gioca felice con le sue bambole e sogna storie di principesse dai capelli d’oro e favolosi principi a cavallo e dalle spade luccicanti. Ricordo quella sensazione, la felicità di quelle sere semplici quando tutto era ancora possibile e i sogni erano ad occhi aperti. Mi pare quasi di sentire il profumo di cannella che ricopriva quei dolci così buoni che solo mamma sapeva fare e che non ho mai saputo replicare, forse perché quel ricordo doveva restare cristallizzato in quel tempo passato.
E la mattonella sconnessa che se ci mettevo sopra il piede faceva rumore e mi divertivo a farla dondolare e a farmi sgridare.
Tutto è ancora lì uguale, come i miei silenzi di bambina.
Resto al buio pochi minuti ancora poi Laura mi ricorda che ha fame ed è stanca, Paco si è accucciato e se ne sta buono e zitto, sembra che anche lui abbia compreso il senso di quella fuga.
Basta per tornare alla realtà. Mi dirigo verso l’uscita, ricordo una trattoria appena fuori dal paese, sicuramente ci faranno mangiare qualcosa di molto buono.
Esco, un’ultima occhiata a quel cartello, poi mi giro di spalle e tiro dritto.
Come vent’anni fa.

Paese mio che stai sulla collina,
disteso come un vecchio addormentato.
La noia, l’abbandono, niente solo la tua malattia
Paese mio ti lascio, vado via.

Ricchi e Poveri, Che sarà?

Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. Vally Vally

    Emozionante, scritto benissimo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *