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A Montecarlo

A dispetto del titolo, non sono a Montecarlo, ma a Nizza. È domenica e il sole d’estate è già alto, e io mi godo la mia passeggiata con calma, moooolta calma. Per fare più domenica, mi sono messo pure una giacchettina di lino, leggera, e sembro più un fancazzista locale che un turista. Mi piace confondermi con gli indigeni, sono felice quando, in qualche città straniera, qualcuno mi ferma per strada e mi chiede informazioni per andare chissadove. Tanto felice che quando non so rispondere perché non so dove sta chissadove, dò indicazioni a casaccio, per non deluderli.

Nizza è una città divisa in due. Da una parte c’è la spiaggia, che a vederla pare di essere a Rimini, Iesolo, o qualche altra località balneare a scelta, con tutto l’ambaradan che ci va dietro: ombrelloni, chiappe al sole, bagnetto, puzza di olio solare, urla di bambini piangenti che fanno a gara con urla di mamme esasperate, sabbia nelle mutande, radioline, palestrati in vetrina, bar con musica a palla, ecc. ecc., tutta roba che mi mette il latte alle ginocchia. Dall’altra parte invece c’è la Nizza che io amo, la gran dama di una volta, magari un po’ sfatta, ma ancora distinta, raffinata, un po’ blasè se vogliamo, con ancora la puzza al naso che caratterizza le signore veramente di classe.

Per questo, passeggiando lungo la Promenade des Anglais diretto alla stazione, dove comprare un quotidiano italiano, guardo solo a sinistra, contemplando la finezza dei grandi, eleganti alberghi inizio ‘900 ed evitando di guardare a destra il deprimente carnaio balneare.

Sto per uscire dalla stazione col mio giornale ma mio malgrado sono costretto a fermarmi. Qualcosa ha colpito il mio orecchio, anzi, l’ha proprio pugnalato, è la voce di un mio compatriota, una domanda urlata in modo belluino, a metà tra il barrito di un elefante e il latrato di una iena che abbia fumato venti pacchetti di nazionali senza filtro: “‘NAMMO A MONTECARLO??”

Lentamente mi volto e vedo a pochi metri da me un tracagnotto piuttosto basso, anche se sembra più alto perché ai piedi porta due zatteroni infradito rosa e gialli, alti mezza spanna, da cui sotto spuntano unghie lunghe e sporche, mentre verso l’insù partono due gambette pelose a forma di arco di trionfo che scompaiono dentro dei bermuda rossi con strisce gialle e blu. Ringrazio il cielo di essere un po’ daltonico.

Naturalmente, è a petto nudo, non tanto per sfoggiare una peluria di scarsa rilevanza quanto per ostentare una patacca di vero similoro che gli pende attaccata ad una catena pure di vero similoro probabilmente fregata a qualche randagio del quartiere. Ispidi pelacci neri indicano che non si fa la barba da una decina di giorni (per avere l’aria da duro intendiamoci, mica per sciatteria!), il naso più che sporgere è spalmato sul grugno come un uovo all’occhio, due occhietti neri, grandi come la punta di uno spillo, con occhiaie a strascico, tradiscono una notte di rovina e dannazione a base di mojito e margarita. Mi viene in mente Lombroso, anche perché la fronte è inesistente e sulle pesanti sopracciglia da ominide, senza intervallo, posa direttamente, come ciliegina sulla torta, un sombrero viola brillante, largo circa mezzo metro, contornato da una bordura di color oro da cui penzola una serie di fiocchi, anche questi oro, lunghi circa 5 cm., che nell’insieme gli danno l’aria di un lampada stile liberty.

Cerco di guardarlo negli occhi per trasmettergli tutto il mio disprezzo, ma incontro lo stesso sguardo intenso, partecipe, attento e penetrante identico a quello di un bue a cui hanno aperto davanti un libro di fisica delle particelle.

” ‘NAMMO A MONTECARLO??” sbraita di nuovo il bagonghi rivolto ad un gruppetto di personaggi suoi pari che sarebbe inutile -e per per me penoso- descrivere.

Improvvisamente, mi accorgo di avere in mano il mio giornale… lo piego, lo giro in modo da non far vedere il titolo, me lo ficco nella tasca della giacca e mi allontano a grandi passi: non vorrei mai che mi scambiassero per un italiano, mondo cane!

Pubblicato inViaggi

2 Commenti

  1. Anna Petter Anna Petter

    Irresistibile racconto. Apprezzo molto i toni ironici e mordaci. Si coglie un grande amore per la città di Nizza e il desiderio di non vederla svenduta ai turisti, sentimenti che condivido e che mi piace vedere espressi in questa forma scanzonata. Rappresenta i due modi alternativi di viaggiare: quello di chi è sempre “vacanziero” ovunque e quello di chi tende a confondersi con la popolazione locale, a osservarne ed impararne il più possibile gli usi e costumi.

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