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Alfredo Pizzoni, eroe dimenticato

Oggi è il 25 aprile.
Mi sono accorta che negli ultimi anni si sta perdendo il significato ed il valore di questa ricorrenza cercando di ridurla ad un derby tra forze politiche di segno contrapposto.

Tutti a fare a gara per accaparrarsi il volto o la storia dell’uno o dell’altro eroe, da mettere come immagine per la propria bandiera. E farla sventolare nel tempo di un giorno, per poi riporla tristemente in un cassetto, nel cassetto dei ricordi facili, dove la storia ha perso il suo valore di insegnamento e si è fatta, piuttosto, moda.
Oggi, 25 aprile, io voglio tirare fuori da un oblio troppo lungo la storia di un uomo che non ha prestato il volto a nessuna bandiera, non iscritto e non rappresentante di alcun partito, ma che ha fatto la storia della Resistenza Italiana: Alfredo Pizzoni. Voglio ricordarlo perché era un italiano democratico liberale apartitico.

E perché era mio cugino.

Nato a Cremona nel 1894. Figlio unico di Paolo, borghese lombardo e generale di artiglieria, e di Emma Fanelli, figlia di un banchiere napoletano: quella Emma della quale ho già parlato in una storia.

Dalla madre impara il francese, il tedesco lo apprende in Germania, lo spagnolo dai Salesiani, l’inglese in Inghilterra, dove ottiene il titolo di Bachelor of Arts alla London School of Economics. Dopo esser stato insignito di una medaglia al valore militare durante la Prima Guerra Mondiale, si laurea in Giurisprudenza e viene assunto nel Credito Italiano. E sarà proprio in quella che fu una delle prime e più importanti banche italiane che prenderà corpo il contributo alla resistenza di Alfredo.

Ma occorre andare con ordine: al Credito Italiano diventa dirigente prima a Trieste e poi a Milano, ma a seguito della sua adesione al primo movimento antifascista clandestino e poi a Giustizia e Libertà, viene licenziato nel 1930.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Alfredo, contro il parere della moglie, decide di rinunciare all’esonero al quale aveva diritto e si arruola. Ma la guerra finisce per lui molto presto: la nave Victoria che lo stava portando in Cirenaica viene affondata e lui, ferito riesce a salvarsi. In quell’occasione per il valore dimostrato viene premiato con la medaglia di bronzo al valore militare, ma viene definitivamente esonerato dall’esercito e riprende il lavoro in banca.

L’8 settembre 1943, il Comitato interpartitico diviene il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), diretto a Roma dal liberale Ivanoe Bonomi. Verso la fine di settembre, su proposta del comunista Girolamo Li Causi, Alfredo Pizzoni viene scelto alla guida del Comitato milanese (che pochi mesi dopo prese il nome di Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia – CLNAI). Alfredo era l’uomo giusto per quel ruolo: antifascista, con esperienza militare, grande conoscitore delle banche, degli ambienti finanziari e delle persone che vi lavoravano, capace di parlare l’inglese in modo eccellente. Alfredo era l’uomo giusto anche perché negli anni aveva dimostrato di mettere davanti ai suoi diritti acquisiti e alla sua sicurezza economica e sociale, la dignità e l’orgoglio di appartenere ad una nazione che lui voleva libera e democratica. Alfredo era l’uomo giusto perché rappresentava in ogni cellula del suo essere la Resistenza Italiana.

Dal 1943 al 1945 si occupò direttamente del rapporto con gli Alleati e del finanziamento della Resistenza.
La trama che escogitò è degna di una sceneggiatura di film: creò un meccanismo per cui il denaro degli Alleati affluiva ai suoi conti personali, dei quali garantiva personalmente. Ricevette in questo modo circa un miliardo di lire di allora, e lo contabilizzò con la massima precisione, tanto che questo denaro fu restituito agli Alleati fino all’ultimo centesimo, dopo la guerra, a cura del Ministero del Tesoro. Per due anni Pizzoni, col nome di Pietro Longhi, coordinò persone, denaro e processi per sostenere, organizzare e portare avanti la lotta partigiana.
Fu il finanziatore, il regista, il leader nascosto, lo stratega nell’ombra a cui dobbiamo tutti, oggi, la nostra libertà.

Ma Alfredo Pizzoni non apparteneva a nessun partito politico, era un uomo scomodo, era un uomo senza bandiera, per questo motivo alla caduta del fascismo e alla fine della guerra, venne messo in minoranza e a lui fu preferito Rodolfo Morandi, socialista.
Nel 1953 ricevette il titolo di Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Cinque anni dopo morì. Da quel momento le sue gesta vennero chiuse nel cassetto dei ricordi “inutili”.

Eppure Alfredo Pizzoni visse nella memoria di chi aveva collaborato con lui alla liberazione. Il 30 marzo 1985, Lord Patrick Gibson, ex ufficiale delle Special Forces inglesi, che aveva operato in Italia durante la Resistenza e che conosceva bene il ruolo di Pizzoni, scrisse una lettera, in occasione del quarantesimo anniversario della liberazione, a Piero Ostellino, allora direttore del Corriere della Sera, nella quale espresse “il disappunto e la tristezza che tutti noi abbiamo in questi anni nel vedere che il nome illustre di Alfredo Pizzoni (alias Pietro Longhi) non sia stato quasi mai ricordato.” E definisce Alfredo Pizzoni “il vero capo della Resistenza”. E ancora scrisse “La posizione speciale che Pizzoni aveva a quel tempo – ossia il fatto che egli fosse indipendente da ogni partito politico – gli conferiva un’autorità particolare – unica, direi – che ispirava sia stima nei suoi collaboratori italiani sia fiducia negli interlocutori alleati con i quali condusse i negoziati.
 Questa sua indipendenza da partiti politici è, forse – triste a dirsi – la causa probabile del fatto che egli sia stato praticamente dimenticato.”

Per troppi anni colpevolmente dimenticato, solo il 25 aprile di cinque anni fa sulla facciata del Credito Italiano in Piazza Cordusio a Milano è stata posta una lapide in sua memoria.

 

Strano questo mondo in cui viviamo, dove anche i ricordi per essere riportati alla memoria hanno bisogno di un’appartenenza, di un simbolo, di una bandiera.

Oggi, 25 aprile, voglio ricordare un uomo che ha rischiato la vita per la nostra libertà.

Perché la dignità e il valore della libertà non hanno simboli, non hanno bandiere, appartengono all’umanità tutta.

Published inGenerale

2 Comments

  1. Mariolina Fanelli Mariolina Fanelli

    Sono perfettamente con te Anna Maria era anche mio cugino e lo conoscevo bene hai fatto benissimo a parlarne. Mariolina Fanelli

  2. Enrico Enrico

    Non conoscevo la persona né, tanto meno, l’importante ruolo ricoperto nella Resistenza. Grazie per averci informati e onore al coraggio e all’integrità morale di quel nostro grande concittadino.

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