Salta al contenuto

Amore d’interni e dintorni

Un caminetto acceso. I ceppi a consumarsi lentamente, pigri a espandere piccole scintille, tanto il Tempo per loro non aveva più il valore del suo scorrere: intrinsecamente erano già cenere, stavano solo consumando la loro morte.
Non si era mai sentita così bella. Importava poco che quel pomeriggio, guardandosi, aveva rinvenuto migliaia di imperfezioni.
Le ombre che il fuoco proiettava sul muro, sul divano, rivelavano solo un corpo che il riverbero rendeva dorato.
Alea iacta est ripeteva a se stessa mentre, seguendo il guizzo di un lapillo, sfilava gli ultimi orpelli della civiltà : i vestiti.
Non lo guardava. Se solo avesse scorto nello sguardo di lui il suo stesso sguardo, avrebbe perso la baldanza, la temerarietà, l’ impudico coraggio che la stava svestendo pur se erano le sue stesse mani a eseguire gli ordini imperiosi della sua eccitazione.
Era una parte di quella stanza. Il complemento d’ arredo che era sempre stata. Un elemento in quell’ interno. Come la lampada all’angolo, grande etnica,dai fianchi larghi. O il candelabro in legno intarsiato a fare bella mostra sulla mensola. O il libro…da tempo chiuso. Era il lampadario dai mille cristalli, ognuno con una sfaccettatura diversa. Una, nessuna, centomila in quella silente penombra che la luce violentava e la rendeva nervosa perché la luce rivelava ogni angolo , persino quello dove stava lei, arredo vivo eppure morto.
Aveva una musica nella sua mente, mentre le movenze divenivano danza. Salomè sarebbe divenuta livida di rabbia se l’avesse scorta a ballare senza più un velo, senza l’inibizione dell’oggetto scartato.
Il complemento d’arredo aveva lasciato la sua postazione. Animato di vita propria eseguiva una danza lasciva, primordiale, senza insegnamenti se non quelli di cui la natura atavicamente dota la femmina.
E nella sinuosa rappresentazione le mani che avevano svestito persino l’ anima, toccavano, la toccavano. Guardandolo. Stavolta guardandolo.
Selvaggiamente euforica per quel respiro smorzato, per quell’ ombra a non rivelare alcuna eccitazione eppure sensorialmente tangibile.
Musa di una pittura viva. Stesa sul divano a richiamare attenzione.
Mentre le sue stesse carezze cercavano i colori sul seno, sul ventre, sulle labbra.
E lui fu pittore, architetto, ingegnere… riversò su quel complemento d’arredo tutta la sua passione creativa.
Com’erano vere quelle parole che qualcuno aveva scritto un tempo “Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.”
Fu medico e medicina.
Faceva freddo nella stanza. I ceppi avevano esalato l’ultimo respiro e la cenere palpitava insufficiente a scaldare.
Lei aprì gli occhi. Tutto era al suo posto. Persino lei.. col suo pigiamone felpato.

la frase virgolettata è di Italo Calvino ne il ” Barone Rampante”

la foto è di Marina Neri

74
Published inAmore

Sii il primo a commentare