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Antonio

Ovvero un napoletano a Roma.

L’ho conosciuto un pomeriggio di maggio ad una festa in un attico di Viale Parioli a Roma. Si festeggiava la padrona di casa, i 40 anni, amica d’infanzia di mia moglie. Bella casa, pezzi di mobilio di classe sistemati con gusto e attenzione, una straordinaria locandina originale del film “La dolce vita” a tutta parete nel corridoio, la stanza dei bimbi con parete attrezzata per arrampicarsi su un soppalco con giochi. I bambini erano dalla nonna nella casa di fronte: me li sono immaginati belli e biondi, ben vestiti, poliglotti. Ho potuto curiosare per casa approfittando di un barman dalla strana pettinatura che era stato sistemato in una stanza (forse lo studio), dietro un tavolo ricolmo di bottiglie ed attrezzi per cocktail, che fungeva da copertura per il mio vagare incuriosito con bicchiere in mano.

Poi mi sono sistemato su una poltrona, da esterno, in terrazza; la serata era fresca, il tramonto era prossimo, da lì Roma sembrava bellissima. Di lì a poco è arrivato Antonio, centonovanta centimetri e più di energia, sovrappeso, con lunghi capelli, spettinatissimi, una faccia dai lineamenti greci, marcati ma gentili, mani grandi, torace massiccio, ventre largo, ‘omm e panza, omm e’ sostanza, dicono a Napoli. Perchè Antonio è di Napoli e della napoletanità sembrava mostrare, quella sera, tutto quello che un certo stereotipo esige da un napoletano – di nascita, come Antonio, o di adozione, come me – dialetto, battuta pronta, sfottò puntuale, gusto per il cibo, aria un po’ indolente, fatuità, qualche grevità lasciata andare con stile.

A Roma ci sono migliaia e migliaia di napoletani, che vivono nella capitale da decenni o da più di una generazione. E la romanità ha dato sempre l’impressione di accogliere benevolmente “il napoletano” attendendosi da lui, in molte occasioni, la riproposizione di un personaggio molto ben definito, simpatico, chiacchierone, divertente, ma anche spregiudicato, e, tutto sommato, inaffidabile.

Almeno questo io ho sperimentato direttamente, quando mi trapiantai da Napoli a Roma, a quarant’anni:  se il dialetto napoletano è simpaticamente accettato in qualsiasi luogo della città, da Centocelle ai Parioli, da Via Sannio a Viale Fleming, non se ne può essere derivare una propensione alla accoglienza fraterna tout-court. Dipende molto da quanto la composita cultura partenopea – fatta da musicisti, parolieri, poeti, cantanti, drammaturghi, attori, scrittori, sceneggiatori, pittori, creativi, artisti di tutte le arti viventi o passati – sia conosciuta ed abbia avuto modo di sedimentarsi in luoghi, ambienti, strati sociali.

Napoli ha, per questa via, conquistato progressivamente Roma, attraverso donne e uomini dediti a tutte le arti, i mestieri e le professioni, trapiantati negli ultimi trenta anni per farsi conoscere ed apprezzare, in una città, allora molto più di adesso, piena di opportunità di lavoro, di successo e di affermazione sociale.

Il dialetto o l’inflessione dialettale caricata sono oramai i talismani di riconoscimento dei “napoletani a Roma” o anche e più semplicemente una loro barriera difensiva per lanciare al mondo le briciole di una interiore complessità. Non esiste infatti un “napoletano che si rispetti” ovvero da più generazioni, che non  abbia una sua personale filosofia di vita che gli consente di attraversare le “cose del mondo” facendosene sempre una ragione e diventando, così, un punto di riferimento per l’ambiente che lo circonda. Luciano De Crescenzo e più recentemente Maurizio De Giovanni e Paolo Sorrentino hanno saputo tratteggiare molto bene questa tipologia umana, illuminandone le caratteristiche meno macchiettistiche e caricaturali e concedendole   dignità letteraria e protagonismo sociale.

Il personaggio di Gep Gambardella, della Grande Bellezza, è un perfetto interprete di come un “napoletano” di origini, cultura, e vita vissuta può guardare a Roma, alla capitale, ai suoi salotti- bene, alla romanità borghese. E può diventarne, proprio grazie al suo disincantato e un po’ cinico fascino, il centro propulsivo.

Pensavo proprio a Gep mentre davanti a noi e verso i tavoli allestiti in terrazzo per l’apericena sfilavano gli invitati alla festa: il produttore famoso, avaro di sorrisi e accompagnato dalla moglie  straniera, affermata attrice, con capelli lunghi e zigomi pronunciati a segnalare un viso particolare, da cinema, ma senza quel fascino o quella bellezza luminescente che un cinefilo alla soglia dei settantanni come me si sarebbe aspettato da un’attrice comunemente definita bellissima. E poi: la presentatrice di una trasmissione televisiva “molto nota” (a me completamente sconosciuta, ma non faccio testo), la non più giovanissima promessa-attrice che ha fatto un film “tanti anni fa”, qualche portaborse di politici, un addetto stampa di un ministro (ma ahimè divenuto ex) in stile da occasione mondana: abbagliante camicia bianca con polsini chiusi, pantalone nero corto, scarpe fatte su misura, cinta in tinta, capelli pettinati con cura, montatura degli occhiali alla moda. E per ciascuno di loro Antonio mi sussurrava un accenno di generalità, accompagnata da un commento salace o un frizzo acuto, sempre in rigoroso e accentuato dialetto napoletano.

Nei giorni seguenti ho continuato a parlare con Antonio, scoprendo di lui che è un artista quotato, colto – e non potrebbe essere diversamente per un artista vero – che è un padre affettuoso, che è generoso e guascone, sanguigno e collerico, e che condivide con me il segno zodiacale di nascita ed una insaziabile fame d’amore.

Citandomi un libro su Giordano Bruno e la sua opera in tema di astrologia, mi ha illustrato di questo segno, che ci accumuna, tre caratteristiche ricorrenti: il Toro non dimentica né perdona una offesa o un insulto, semina e costruisce incessantemente, conquista rapidamente il centro della scena in qualsiasi consesso conviviale.

Antonio è un napoletano a Roma da vent’anni; per quel poco che so di lui penso che abbia attraversato la capitale lavorando come architetto, nel design e come artista, frequentando ambienti diversi, senza mai farsi integrare da questo o quella conventicola o gruppo, geloso della sua individualità, battitore libero, amicone di tanti, ma sempre pronto a girare i tacchi e passare altrove.

E’ così; mentre stiamo parlando al telefono, nel bel mezzo della conversazione, improvvisamente mi grida: “aspetta, aspetta, ho una telefonata sotto… ti richiamo… ti richiamo fra due minuti….”

E naturalmente poi scompare per giorni. Meraviglioso.

(nell’immagine: Antonio Montariello, autoritratto, china su carta)

 

 

 

 

 

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