Salta al contenuto

Aradia una giovane donna e i folletti del bosco

Serena, proprio e sempre serena, Aradia non poteva né avrebbe potuto mai esserlo. Al suo telaio magico intesseva voci e sguardi del mondo visibile e invisibile ed era l’inquietudine che le consentiva di percepire le vibrazioni delle anime – anch’esse inquiete – che presero l’abitudine di bussare alla porta della sua bottega. Un giorno, una giovane donna si fece coraggio (non è poi così facile parlare a una Maga) e le domandò: Aradia, per favore, riesci a dirmi la ragione di questo mio essere quasi sempre scontenta e incerta sulle scelte che in ogni caso devo e dovrò fare? Perché questa delicata infelicità?
Anche Aradia era delicatamente infelice e le fu quindi facile rispondere (era un po’ come se rispondesse anche a se stessa): vedi, io e te siamo quasi sorelle. Anch’io non sono sempre e totalmente felice e – pensa – se lo fossi non mi sarebbe possibile praticare le arti magiche che pratico e che mi consentono di dare risposta a domande come le tue. Bada e fai attenzione: vivere la vita come io e te l’abbiamo e la stiamo vivendo – e senz’altro la continueremo a vivere – ci rende vive proprio in ragione dell’inquietudine che colora le mie e le tue relazioni con il mondo. Non ci fa sempre piacere essere ciò che siamo ma questa è una grande fortuna. Pensaci bene: i nostri due cuori battono in controtempo il ritmo intenso della libertà.
La giovane donna stava per risponderle quando lei e Aradia si sorpresero nel vedere un gruppo di folletti che, dal bosco, le circondarono amichevolmente, iniziando a cantare accompagnandosi con un flautino, una chitarra e un mandolino. E presero a cantare: Avete bussato ai nostri cuori e passeggiato tra i nostri pensieri. Rivolgendosi poi direttamente a Aradia e tenendola per mano, un folletto le cantò la strofa di una canzone antica: Piccola donna, piccola luna, piccola maga senza fortuna; un filtro d’amore di panna e di more, ti sei portata via il mio cuore. Piccola donna, piccola luna, piccola maga senza fortuna, un filtro d’amore di grappa e gelato e mi avevi già stregato. Poi, sorridendo, tacque. Aradia rimase di stucco: non le era mai capitato di incontrare un folletto innamorato. Ma ne fu contenta, sapendo del resto che i folletti non possono stare più di tanto nel mondo degli umani e di questo delicato folletto non le sarebbe rimasto che un piacevole ricordo.
La giovane donna le ricordò che non aveva ancora risposto alla sua domanda: perché questa generale insoddisfazione? Perché questa malinconica e tenera infelicità?
Anche i folletti – pratici, anch’essi, di arti magiche – sentirono la domanda e incoraggiarono Aradia (che chiamavano Signora dai Lunghi Pensieri) a dare finalmente una risposta alla giovane donna, che fosse utile e soddisfacente.
Aradia non si fece pregare e, gettando una monetina nel pozzo dei propri sentimenti, dette alla giovane donna qualche metaforico consiglio (che, in realtà, stava dando anche a se stessa): vivi la vita ballando. Danza la vita ridendo. Sogna sogni che siano sogni e non incubi a puntate. Non confondere mai il domani con ciò che è successo ieri. Salta la corda, amica mia, salta la corda e la notte andrà via. Bacia la luna, stammi vicino e presto arriverà il mattino.
Andarono poi, stando l’una accanto all’altra, verso un altro altrove. Con una convinzione radicale, definitiva e forte: avrebbero dovuto non smettere mai ognuna di voler bene a se stessa.
I folletti, saltellando, scomparvero nel bosco da dove erano venuti. E Aradia comprese all’improvviso che la giovane donna altri non era che lei stessa. Le magie di cui era capace le permisero di abbracciarsi. Si tenne stretti i propri desideri, promettendosi che, d’ora in avanti, avrebbe coltivato (e non combattuto) le proprie inquietudini. Malumori e inquietudini che al suo telaio magico venivano sempre intessute con i fili di un volersi bene affettuoso.

219
Published inFantasy

Sii il primo a commentare