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Arzerini

Il buon senso per esserci c’era: stava nascosto per paura del senso comune.

Si seppe, dopo, una verità che le pettegole dipingevano assai diversa.

Si sa, le parole passano di bocca un bocca, spesso garantite come verità. Si narrano fatti, circostanze, con leggerezza poco responsabile. Da queste la persona in oggetto, non saprebbe riconoscersi. La narrazione in comunità ristrette, prevede dei canoni precisi, funzionali alla corrente commedia della vita, le esagerazioni sono funzione utile, per vestire lo spettacolare di cui si vogliono dotare le emozioni .

Usciva sempre all’alba in tuta azzurro mare, ai piedi pedule alpine. Un vecchio berretto rosso, da sciatore di fondo, per copricapo. Superava a passo rapido l’incrocio, il semaforo, senza indugiare sui colori. Scorreva corso venti settembre, tagliava via Matteotti, per giungere in piazza Vittorio diretta in via Roma verso la porta nord, detta porta Vicenza. Andava a passo rapido verso gli Arzerini, lì di sicuro avrebbe incontrato qualcuno, visto che nell’attraversare la città morente, aveva veduto un solo bastardino, quello del pasticcere, ma anche il gattone nero, forse del tabaccaio di porta Vicenza.

Gli Arzerini erano con enfasi chiamati via delle rimembranze, visto che ogni albero era dedicato ad un giovane caduto nella Grande Guerra. Per chi muore, sono tutte guerre grandi. Lei, critica, si domandava perché grande guerra? Forse perché i morti, quei poveri giovani morti, erano più morti di tutte le altre vittime di guerra.

L’uscita mattutina aveva per lei, uno scopo preciso, le permetteva di allontanare ogni assillo come sono bollette di luce, acqua, gas e telefono, poi c’era quella dei rifiuti che lei selezionava con una cura speciale, perché era una riciclatrice di professione.

Le anime tristi. Le pettegole, pensavano di necessità virtù. La giudicavano una poveretta, senza dote: conoscevano per nome tutte le pulci che vivevano nelle sue tasche.

Lei camminava contenta, incontrava il suo silenzioso benefattore e questo le bastava.

In effetti, l’uomo che l’attendeva, spasimava per lei, ma solo per la sua salute.

L’aveva, in cuor suo soprannominata Penelope: secondo lui, disfaceva, di notte, la tela che tesseva di giorno sotto il portico di casa sua.

Gli aveva promesso l’amore suo, la sua completa dedizione, allorquando avesse finita l’opera.

Lui per non sentirsi come i proci di omerica memoria, aveva elaborata una strategia di seduzione. Avrebbe usato piccoli doni. Sapeva bene che il dono ritorna al donatore perfettamente uguale o in altra forma di simile valore. Questi doni in accumulo nel tempo, divennero sostanziosi. Il bilancio a ben guardare, aveva un discreto passivo. Lui convinto dalla teoria del dono, assecondava, ed aspettava il compimento dell’opera.

Aveva raggiunto gli Arzerini nel punto noto ai frequentatori come Motta.

Lì si recavano i guardoni a spiare gli amori clandestini. Quel giorno dotato di ogni strumento di scopo, raggiunse il luogo dell’incontro. Si fermò alla panchina per fare un po’ di stiramenti. Fu raggiunto. Era lei. Le ficcò nel marsupio il suo pacchetto. Lei, più leggera di come era giunta a passo lesto si allontanò. Nessun moto scosse le sue labbra e lui nulla si aspettava che il cenno. Quel cenno non avvenne. Partì. Sapeva che dopo quella mattina, passato un giorno, alla stessa ora sarebbe giunta lì in quel posto e lui con il suo dono.

Lei, tornava a passo lesto verso il castello carrarese per raggiungere la sua dimora, pensava a lui, alla richiesta d’aiuto che avrebbe scritta, per il successivo incontro in un pezzettino di carta gialla e che avrebbe collocato sotto la selce, vicino al cancello.

Lui a notte inoltrata avrebbe raccolto furtivamente il suo pizzino. In effetti lui, nulla più dell’opera di lei, pretendeva, un capolavoro, la grande tela di canapa, realizzata.

Entrata nella sua casa scrisse il pizzino in fretta, vi mise l’indirizzo della Campagnola, un tranquillo alberghetto a ore, tra le frasche di San Salvaro.

Lo mise sotto la selce a notte fonda per paura di esser vista.

L’indomani, verificò se fosse stato ritirato.

Il sordomuto lesse con sorpresa, s’aspettava la tela finita, l’opera completata, non un invito per un’ora d’amore clandestino.

Il buon senso per esserci c’era: stava nascosto per paura del senso comune.

I debiti, certe donne credono di risolverli solo con quello che dispongono.

nell’immagine: il sentiero degli Arzerini chiamato anche del Fiumicello a Montagnana

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