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Atteone masochista? (commento poetico a “Il bagno di Diana” di Pier Klossowski

(le parole tra parentesi sono del sottoscritto, le altre di Klossowski)

coordinate: spazio, posizione, tempo, momento, manchi tu.

La teofania del Bagno di Diana provoca un duplice effetto: quale luce del principio divino, essa sospende il tempo e la riflessione sullo stesso (come ti dissi un tempo, non ti cercherò, non mi cercherai, fuori da ogni campo di luce, fuori dal mondo che mi chiama per nome, sentirò qualcosa che non sarà più solo io). Lo spazio mitico avvolge allora Atteone e genera la sua metamorfosi in cervo. Ed ecco l’estasi di un Atteone vagante, che irrompe nel mitico spazio di Diana bagnante ( e sarà violento il riconoscere l’altro e non potrà che essere un fallimento la cessione di me stesso all’indifferenza degli dei, delle icone, delle stelle, che ne so di te?) . Ma questa teofania attraversa lo spazio del mito e l’onda di cui Diana si asperge figura lo specchio del suo nudo impalpabile: Diana riflessa riassorbe nel suo principio la propria nudità un attimo irradiata. (potrei avere meno paura di te, potrei perfino esserti amico, sopra un piedistallo di marmo la tua carne figurata, rappresentata, cementificata, come un qualsiasi pensiero d’infinito)[…]. L’avvenimento del Bagno di Diana è per lui imprevedibile e affatto esteriore. È fuori di lui e, per coglierlo, non deve situarlo qua o là nello spazio, ma farlo emergere dall’animo suo (e non amo incorniciare le mie viscere che devono resistere al vino). Quel che vede Atteone, accade allora al di là della genesi di ogni parola: scorge Diana nell’acqua e non riesce a dir quel che vede (e perché dovrei dire di te? E perché dovrei parlarti come se mi dovessi spiegare? E perché dovrei aprire la bocca per fare altre cose che non siano il divorarti preferibilmente viva?) . Il suo vagare, anche se teso a sorprenderla, è simile a un’ascesa verso lo stadio anteriore alla parola (esattamente un ‘erezione, una chimica senza più formule, un ingrossarsi delle vene che non ha senso, come non hai senso tu, come, attraverso te, perdo di senso anch’io = 0). Come ridurre in formula il suo andare per le selve, per trovarsi confrontato d’un tratto con la scena sempre inattesa – benché proprio l’attesa l’avesse indotto ad avanzare (aspettare di essere dilaniato, di essere il senso di una sazietà? Non voglio la tua sazietà, ti voglio ancora e ancora affamata, FAME! Di carne e di occhi. Fame di occhi temprati al buio e di occhi bruciati al sole.)? Diremo che l’avvenimento assorbe ciò che nell’ansia di coglierla era ancora esprimibile (Essere l’attesa di te, della tua fame, della tua fica, della tua nudità oscena e traboccante, è possibile). Non posso dir quel che vedevo (NO). Non che l’inesprimibile sia incomprensibile e che l’incomprensibile sia invisibile (Non è già più, non è ancora, MAI). L’Atteone della favola vede perché non può dire ciò che vede: potesse, smetterebbe di vedere.

nell’immagine: pier Francesco Cittadini, Diana e Atteone

Pubblicato inDonne

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