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Babbo Natale portò i regali

CONCORSO LETTERARIO QUESTO NATALE 2020

Regolamento. Al termine della lettura della storia, puoi lasciare il tuo giudizio. Vince la storia che riceve più Like. Il concorso termina il giorno di Natale. Il vincitore sarà proclamato il 26 e riceverà in dono tre libri degli autori del Blog

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Nel silenzio dell’immaginazione, nel vuoto di aspettative gioiose verso figli, mamma, fratello che coloravano di sorrisi i miei preparativi per ospitarli, riemergono i ricordi vicini e lontani del Natale. Come a riempire un buco fastidioso, che ti fa inciampare e può anche farti cadere. E così, accade: senza voler inseguire il passato, i ricordi si presentano con i toni e i modi di una festa vissuta tante volte e che quest’anno sarà diversa, molto diversa. Che festa sia!
Il rito religioso non mi ha mai visto troppo partecipe. La messa di mezzanotte l’ho vista solo nei racconti di una zia anziana e molto praticante. La nascita di Gesù, pur nella sua grandezza, si riempie di significati e tradizioni molto più antiche, che mi portano a sentire quel formicolio sotterraneo delle radici, mi fanno guardare il cielo e godere di quei secondi, minuti, in più che ricominciano ad allungare i giorni. E a me piacciono molto le giornate lunghe di luce.
L’inverno è appena iniziato, ma già promette la nascita di tutto ciò che vive nel suo stato nascente. Il freddo, la pioggia, i giorni grigi, le giornate cristalline e lucenti, rese più nitide da un vento tagliente. Lo sfondo lontano dell’Appennino dalle cime imbiancate, gli alberi ormai spogli, le foglie secche macerate dalla pioggia, eppure come sono verdi i prati grondanti di rugiada! Sembra che tutto si acquieti, si fermi per riposare un po’, in un sonno che trasforma, rigenera, rinvigorisce. Forse è proprio questo contrasto quello che più mi piace dell’inverno. Una realtà visibile spoglia che palpita di una ricchezza nascosta. Un dentro e un fuori, l’uno contiguo all’altro. La vita nasce sempre nell’ombra. E i contrari si incontrano, si intrecciano in misteriose alchimie. Mi viene in mente il simbolo del Tao, un cerchio diviso a metà da una linea curva, che separa una parte nera ed una bianca, e con due piccoli cerchi, uno bianco nella parte nera e uno nero nella parte bianca.
Ho desiderato averlo addosso questo simbolo, un anello che ho disegnato io stessa insieme all’orafo: il mio regalo di Natale di due anni fa.
Tutto è un fluire e ogni forma si trasforma.
La forma della festa di quest’anno sarà la gratitudine per quello che c’è e non la tristezza di non poter condividere tutti insieme la gioia di ritrovarsi.
E poi ci sono i ricordi, belli e brutti, a farci compagnia e a farsi gustare con il loro sapore dolceamaro.

A Napoli, a casa dei miei genitori, tanti anni fa, l’albero di Natale occhieggiava le sue luci, io ero seduta sul divanetto del soggiorno in punta in punta, così potevo cingere con le braccia, uno a destra e l’altra a sinistra, i miei due piccoli figli in piedi. I loro visi accanto al mio. Non ricordo l’anno, ma erano davvero piccoli, forse di quattro e cinque anni.
C’era un gran silenzio.
Aspettavamo che arrivasse qualcuno.
In quei pochi minuti di attesa sentivo, nel palmo delle mani, nelle braccia, nel petto sulle loro spalle, il corpo teso e caldo e morbido dei miei bambini, il respiro lieve, l’occhio fisso alle luci come un incantamento, come se dall’albero potesse uscire fuori qualcuno. Ogni tanto si stringevano a me, il contatto del loro corpo si faceva più forte sulla mia pelle: ero il loro rifugio, la loro tana.
Quella sera della vigilia, sospesa su un tempo immobile di gioia, un frammento di eternità si è depositato indelebile nella mia memoria.
Con noi c’erano mio padre, mia madre, la creativa artefice di quella scena che di lì a poco sarebbe stata rappresentata, e mio marito. Le luci della stanza erano state spente, rimanevano quelle dell’albero, piccoli puntini di luce colorata, che allungavano tutte le ombre della stanza, come le ombre di quei contadini che la sera fanno la veglia davanti al fuoco del camino a raccontarsi storie o a masticare in silenzio il tempo di una giornata di fatica.
A un tratto suona il campanello della porta, mia madre va ad aprire, si trattiene allungando la sospensione del momento, in realtà aveva da sistemare barba e cappello – rientra, e dopo di lei finalmente appare emergendo dall’oscurità del corridoio in tutto il suo artificioso splendore, Babbo Natale, con il suo mantello rosso, la sua ovattosa barba bianca, un cappello che copriva tutto il capo e un grande sacco bianco sulle spalle. La tensione dei bambini toglie loro quasi il respiro. Gli occhi sgranati su un silenzio assoluto, le labbra semiaperte fra stupore e timore. Babbo Natale apre il suo sacco, un bel lenzuolo bianco, e depone i suoi doni intorno all’albero. Non dice una parola e quando se ne va, ci saluta con un gesto della mano che sa di benedizione. Nessuno si muove. Un sorriso dolcissimo è sul viso di mio padre, una allegria esultante sprizza dagli occhi di mia madre, io quasi mi commuovo di felicità. I bambini sono ancora storditi dall’apparizione. Mio marito, era andato in bagno, si è perso la scena… e allora i bambini insieme a noi a raccontargliela…che peccato che non lo hai visto papà, è venuto Babbo Natale a portare i regali, non ha detto una parola, ci ha salutati e se n’è andato via, ora sarà a casa di qualche altro bambino! Il padre sorride, li guarda e li accarezza.
Riaccendiamo le luci e comincia la giostra dei regali.
Il calore di quel Natale ancora mi riscalda il cuore.

 

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1 commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Una descrizione così accurata e vivida che mi hai fatto sentire i suoni, gli odori e i sapori. Brava!

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