Salta al contenuto

Beata innocenza

 

Quel lontano giorno, ricordo che tornai a casa, da scuola, molto allegra. Avevamo cantato in coro tante belle canzoncine e una, in particolare, mi era rimasta in mente. Era molto orecchiabile e invogliava a canticchiare…

“Faccetta nera, bella abissina,
aspetta e spera che l’Italia si avvicina,
Quando saremo vicino a te
noi ti daremo un altra storia e un altro re.”

Entrai dalla porta cantando e mio padre, che stava mangiando, quasi si strozzò.

Mia madre rideva a più non posso e quando cercai spiegazioni mi disse di chiederle a papà. Lui non si tirò indietro ma, prima, mi fece promettere che non l’avrei più cantata senza sapere bene cosa significasse.

Ero una bambina curiosa e quando mi ci mettevo di buzzo buono, esigevo risposte esaurienti.

Mai avrei pensato che una canzoncina potesse scatenare le successive lezioni di storia contemporanea che mio padre mi inflisse per giorni. Mi riportò al 1935/6 e a quella, che lui chiamava, la guerra d’Africa, alla follia collettiva che si scatenò in Italia e al suo provvidenziale scetticismo nei confronti del tarchiato dittatore. “Voleva L’impero, quel cafone” diceva ridendo.

Con i suoi racconti accorati e descrittivi, mi fece nascere una
passione smisurata per quel periodo, disastroso e utopistico, che il nostro paese attraversò.

Non cantai più “Faccetta nera, nella casa di un Comunista non era il caso, ma studiai quel periodo con minuziosità, mi documentai molto e conobbi persone che erano stati in quei posti e ne avevano conosciuto fatti e azioni.

Compresi bene il significato della parola “Strage, quello di “Eccidio e stupro di massa“ ma la cosa che mi colpì di più fu quella della spose- bambine-serve, faccette nere che i nostri militari usavano per trastullarsi.

Grazie ancora, Papà, per avermi spiegato, senza falsità, come siamo stati, quando, in Italia, avevamo perso il senno e l’umanità.

Dimenticavo… l’indomani del mio canto inopportuno, andai a scuola accompagnata da mio padre che chiese, alla meravigliata maestra, con cortesia e fermezza, di insegnarci canzoni meno “oscene”.

 

Pubblicato inGenerale

Commenta per primo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *