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Benedetto sia mio nonno

Una Domenica dello scorso Inverno luisa ed io volevamo fuggire dalle brutte notizie della televisione e dal grigiore della città, e così ci siamo diretti sulle Alpi a caccia di un ponte tibetano.
Il Pasubio.
Ho ancora in memoria tutti quei racconti, tramandati da mia mamma, di mio nonno Benedetto Pagliarin, classe 1890, che poco più che ventenne fu mandato proprio su quelle montagne con il grado di capitano a comandare un drappello di suoi coetanei a difesa dei confini italiani. Nonno Benedetto ci rimase più di un anno, e fu uno dei pochi e fortunati soldati che per chissà quale miracolo riuscì ad uscirne vivo da quell Inferno, a differenza di tutto il suo plotone, e dei suoi due fratelli, ai quali non venne riservata la stessa sorte, e che tuttora giacciono lassù, chissà dove.
Al ritorno dalla mia gita il Sole stava per tramontare quando mi si è materializzata questa immagine, e d’un tratto mi sono sentito, o immaginato, la voce di tutti i soldati morti su quelle vette, quasi a darmi il monito a non ripetere quegli stessi errori commessi cento anni fa, o vent’anni dopo, e che stanno drammaticamente prendendo di nuovo forma.
La memoria, quella parola che si ripete ogni anno in occasione dell’anniversario della Shoah, o del 25 Aprile, penso a quanto sia importante ripeterla e insegnarla.
All’entrata del mio paese di origine c’è una statua dove alla base è scritto “Ricuardìn par dismenteà” Ricordiamo per dimenticare.
“A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta” diceva il Foscolo.
Parole che da qualche giorno continuo a ripetere ossessivamente come un mantra affinchè arrivino a chi la memoria l’ha persa, o non la vuole ricordare.
A ricordo di mio nonno Benedetto, che ringrazio per essere sopravvissuto, e che per merito suo ora posso scrivere queste parole, cent’anni dopo.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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