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Buon onomastico Caterina!

Porto il nome di mia nonna, Caterina.
Marina era, invece, il nome amato da mio padre.
Nell’epoca delle offese se alla primogenita non veniva dato il nome della nonna paterna, mi fu imposto quel nome.

Che non sentii mai mio.

Bellissimo. Importante.

La patrona d’Italia, quella Caterina da Siena che scrisse lettere al papa.

Ma non era il mio nome.

Io che da sempre sentii appartenermi quel nome che neppure l’anagrafe mi riconosceva.
Marina, intimamente legato alla massa di acqua che chiamo mare e che sento scorrermi nelle vene a ogni tempesta della mia vita.
Eppure non volli mai festeggiare l’onomastico nel giorno di Santa Marina.

Quando ero piccola avevo due feste. Crescendo scelsi. E scelsi di riconoscere la data del mio onomastico nel giorno dedicato a Santa Caterina. E lo feci per affetto, rispetto e memoria.

Caterina era la madre di mio padre. Era la mia nonna.

Con Nannare’ la mia nonna materna ebbi un rapporto simbiotico. Eravamo un’anima, un cuore e un corpo solo. Simili in molte cose, compresa l’empatia che ci faceva avvolgere il mondo.

Caterina, invece, era una donna schiva, chiusa.

Una Donna della guerra. Era stata bella, aveva i tratti del mio papa’, coi suoi occhi verdi e i capelli lunghi perennemente intrecciati.

Quando, ormai anziana l’ictus l’aveva immobilizzata, disfacevo io quelle trecce, le pettinavo e le avvolgevo sul suo capo coi lunghi fermagli in tartaruga, unica sua concessione a un vezzo femminile.

Caterina non aveva conosciuto la cipria, il fondotinta, la tintura per capelli e quando li aveva incontrati li aveva sdegnosamente accantonati.

Mio papa’ era nato durante il bombardamento degli alleati dell’aeroporto della mia città.

Giovane mamma aveva allattato con negli occhi l’orrore della guerra, nelle orecchie il suono lugubre delle sirene , fra le braccia il sogno del Futuro.
Caterina era donna del fare, del costruire. Nel senso del mattone sul mattone per la rinascita della sua terra. Le sue mani erano piene di calli.
E sapeva fare una torta al pari di come sapeva fare il manovale. La sua casa, quella che poi dono’ ai figli, aveva le pareti che grondavano lacrime e sudore di una donna mai stata donna vezzeggiata, coccolata.

Caterina non conosceva i capricci femminili. Nel suo giardinetto non c’erano fiori ma ortaggi di tutte le specie.

Eppure i suoi fazzoletti candidi profumavano sempre di lavanda.

Le sue lenzuola stese al vento erano bandiere bianche, vele piene di fragranza che inebriavano me bambina e mi invitavano a celarmi dietro quegli improvvisati sipari, vanitosa e sin da allora lontana da lei.

Tanto lei religiosa, quanto io irriverente. Tanto lei semplice, quanto io eccentrica. E le diversita’ crescevano al crescere dell’eta’.

Scuoteva la testa in segno di disappunto quando il maschiaccio scorazzava con gli amici nel rione o quando la gonna, normale all’uscita di casa , diveniva mini appena girata la curva.

Lei che pregava con convinzione. Lei che per amore del figlio lontano a fare il servizio militare, aveva imparato a leggere a scrivere con la televisione. “Non è mai troppo tardi” era il programma. Mia nonna Caterina diceva sempre: – Benedetto il Maestro Manzi-

Mandava le lettere al figlio scritte dal farmacista del paese.

Odiava quella sua ignoranza che le impediva di essere naturale col figlio. Frasi fatte. Lunghe attese dal farmacista e la vergogna di stare in fila per mandare ” I sentimenti” come diceva lei, all’adorato primogenito.
Poi, quella trasmissione televisiva . Il farmacista, l’unico a possedere l’apparecchio in paese, lo metteva a disposizione. Parecchi allievi. La più attenta era Caterina. Lei aveva una missione: doveva inviare i suoi sentimenti al figlio e nessuna mano estranea poteva filtrarli.

Imparo’ Caterina a leggere e a scrivere.

Il giorno che seppe vergare la sua firma si guardò allo specchio. Si sentiva bella e orgogliosa come mai era stata in vita sua.

Il giorno che seppe comporre una lettera per il mio papa’ sentì di avere conquistato il mondo e danzò da sola alla luce del sole che filtrava dalla finestra, con quel miracoloso foglio in mano. Era riuscita a scrivergli “i sentimenti” senza che nessuno violasse il suo riserbo.

Caterina ostinata donna del Sud. Col suo muccaturi sempre a coprirle il capo quando era fuori casa.
Caterina che mi aveva insegnato a cucire, a lavorare all’uncinetto e ai ferri, a fare il ricamo e gli intagli e che aveva sperato di vedermi “casa e chiesa”, ragazza da sposare.

Caterina a ingoiare amaro: la nipote e le battaglie sociali, la nipote e la polizia, la nipote e la politica, la nipote e…. gettati al vento anni e anni di insegnamenti muliebri.
Caterina, la nonna strana, chiusa, parca di abbracci e moine, gelosa del suo silenzio , ricca della sua incrollabile fede.
Caterina dalla voce stentata dopo la malattia. Bisognosa di tutto, lei che aveva rifiutato tutto.
Caterina, la nonna bambina da accudire , lavare, cambiare, lei che del suo pudore ne aveva fatto vessillo.
Caterina e due figli, diversi come la notte e il giorno, cane e gatto perennemente, fino a che la fanciullezza lasciò il posto all’eta’ adulta e a quei litigi che non hanno il sorriso della gioventù.

Caterina a chiedermi, in punto di morte, con il poco fiato rimasto in gola :-

“Hanno fatto pace i miei figli?”

“Sì, nonna, sono insieme adesso”

Caterina a sorridere serena andando via, sapendo che il cuore di madre aveva dato tutto quello che poteva: i sentimenti.

Sì, nonna, ecco perchè festeggerò sempre in questo giorno il mio onomastico.

Onorerò finche’ vivrò una Donna forte di Calabria.

la foto è personale di Marina Neri

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