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Campi estivi

Non so bene da dove cominciare a raccontare questa storia.

Inizierò dalla parte che a me sembra più ovvia, la più banale.
Da piccola ero una bimba felice, spensierata, mi bastava poco per sentirmi davvero fortunata. Sono cresciuta in una fattoria in campagna, con gli zii materni, due cugine come sorelle e un vecchio prozio sopravvissuto ai campi di lavoro nazisti, che non mancava mai di raccontarmi delle battaglie, di come fu preso a Tirana e trasportato per giorni interni in un vagone di treno per poi arrivare non si sa bene dove. E ancora, le torture subite, le angherie ricevute come prigioniero di guerra, la stanchezza, ma soprattutto la fame.

Io ero lì, inebriata dai suoi racconti a puntate, ogni tanto ripeteva le stesse cose, ogni tanto ne aggiungeva delle altre. Un giorno quel vecchio prozio tirò fuori da un cassetto uno scontrino e mi disse che era la fattura del funerale di mia madre, “Neanche quello ha pagato tuo nonno!”. Chissà poi perché in mezzo ai suoi racconti e il suo tedesco invecchiato dal tempo e dall’età, saltò fuori questa storia.

In questa bolla di amore e felicità io mi sentivo, in fin dei conti, protetta.

La vita dura, fatta di terra e polvere, venne dopo. Quella vita raccontata e sentita solo per voce di vecchi incattiviti dalle lunghe ore passate sui campi a cercar di tirarne fuori qualcosa da dar da mangiare alla propria famiglia. Quella vita fatta di maschilismo e prepotenza, dove solo il capo famiglia ha diritto a parlare e la sua parola è legge e il resto è silenzio.

Questa realtà mi venne sbattuta in faccia a dieci anni.

Troppo grande per passare l’estate a far niente e allora via sui campi di quel nonno così avaro di vita e di affetto da non aver neanche il tempo e la voglia di dirti ciao scendendo dal trattore.

Quel nonno così ossessionato dal lavoro sui campi e dall’accumulare soldi, tanto che non se ne potevano usare neanche per comprare del pane fresco. Sempre e solo lavoro, campi e silenzio. Quello fu il mio centro estivo: 10 ore al giorno dal lunedì al venerdì senza pause per andare in bagno, bere o fare merenda.

Un caldo che non capivi neanche da dove arrivava, la polvere attaccata in ogni angolo del corpo, resa amara e unta dal tuo stesso sudore. Dieci ore al giorno su una macchina in un campo a togliere dal rullo i pomodori marci, putridi. La puzza ancora la sento nelle narici a distanza di anni. Avevo 10 anni e ogni sera ero inebetita per la stanchezza. La notte non riuscivo a dormire per il caldo e perché anche ad occhi chiusi la mia testa era lì a cavare pomodori marci dal nastro che correva sempre più veloce.

Ogni mattina alle 7.30 tutti sul campo, adulti, parenti, cugini ed io. Dieci anni. Un sonno che non stavo in piedi. Nessuno chiedeva mai niente. Silenzio. Gli unici rumori erano quelli dei trattori mentre facevano manovra, delle macchine da lavoro, dei fischi per coordinarsi. Come se tutto questo non fosse sufficiente, c’era anche un ‘signore’ di mezza età che non perdeva occasione di sfottermi. Ogni momento, ogni mia mancanza era l’occasione giusta per provocarmi. Sono stata zitta a lungo, perché la mia educazione, a detta di qualcuno, troppo cattolica, mi impediva di rispondere male ad una persona più anziana di me. Ma dentro mi ribolliva la rabbia, la frustrazione di non essere capita, ma soprattutto difesa da nessuno dei presenti. Il signore in questione, una vita passata a fare il bracciante con un figlio sposato con prole e tutti a carico del vecchio, una mattina iniziò il solito sfottò sul fatto che avevo sonno, e giù a ridere perché sbadigliavo… Non dimenticherò mai quel momento, quel viso, consumato dal sole e dalla fatica, pochi denti in bocca, mani grandi e sporche. Le stesse mani quella mattina mi si pararono davanti agli occhi chiedendomi di rispondere che numero mi stava indicando con le dita. Io, dieci anni, secca, decisa, stanca risposi: “Quattro! Come i tuoi denti!”
Tutti stavano già col ghigno alla bocca aspettando di prendermi per il culo, ancora. Rimasero spiazzati dalla mia insubordinazione, tanto che mio cugino, con il quale non ho mai scambiato più che un ciao, ertosi a paladino della morale quale maschio più anziano rappresentante la famiglia proprietaria dei campi, iniziò a dirmi quanto fossi maleducata. “Vergognosa” fu la parola più usata. Non ero io a dovermi vergognare ma tutta quella sfilza di adulti, che non hanno mai preso le mie difese contro questo vecchio rimbambito dal sole che continuava a prendersela con una bambina di 10 anni che lavorava 10 ore al giorno fianco a fianco a lui. Tanto li ho odiati tutti, dal primo all ultimo, quanto fui orgogliosa di me stessa, del mio coraggio.

Quella non fu l’ultima estate passata nel meraviglioso centro estivo, ne seguirono altre, ma la mia fama di maleducata e vergognosa mi ha tenuto alla larga da quei personaggi che oggi chiamerei semplicemente ignoranti. Da quando ho potuto scegliere ho passato le mie vacanze a leggere libri giorno e notte, studiare la storia, e non ho mai perso un documentario sulla seconda guerra mondiale.

Le più belle vacanze della mia vita da bambina le ho passate da sola a leggere.

Published inBambini

Un commento

  1. Nadia Nadia

    Ho sentito la tua rabbia risuonare in me.. Un abbraccio Marilla

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