Salta al contenuto

Caro Fortunato

Caro Fortunato,

rivederti e ripensarti in questi quarant’anni. Ho fatto il sindacalista perché tu, assieme ad un pugno di altri “padri fondatori”, ci avete aperto la strada in una banca che era al tempo della strage e del successivo Statuto la più “nera” del sistema bancario. E quando ho mosso, da sindacalista, i primi passi a Napoli, tutti guardavamo a voi di Milano, al sindacato unitario, al “Consiglio di Azienda” un esperimento avanzatissimo nel settore, perché pienamente rappresentativo di tutti i lavoratori, a prescindere dall’iscrizione o meno a qualche organizzazione sindacale.

Quando, sabato scorso ti ho visto mentre uscivi dal sottopassaggio della stazione di Padova, mi sei sembrato uguale a quel Fortunato Zinni che conosco da una vita.

Sempre lo stesso passo spedito e sicuro, la stessa espressione in un viso, con le guance sempre un po’ arrossate, che non sembra accusare le ingiurie del tempo, la testa scoperta con un ciuffo di capelli nemmeno tutti bianchi, il tuo sorriso un po’ obliquo con gli occhi luccicanti che ti parlano di più e meglio delle parole.

Quella faccia, quegli occhi, quel tuo accento che tradisce le origini non milanesi, quel tuo parlare torrentizio, con pause ben distribuite da abile oratore, incline all’iperbole, che non disdegna il bluff o il repentino cambio di tono e che sa sempre atterrare sulle conclusioni tenendo ben stretto in mano il filo di tutto il discorso: sempre lo stesso.

Come quando ti ho conosciuto, un secolo fa, in una riunione del direttivo di coordinamento delle strutture sindacali della BNA ed io ero un giovanotto pimpante e rampante che aveva raccolto un’eredità pesante dal fondatore della Fisac/CGIL a Napoli, il mitico Mario Ruggiano, e che cercava di farsi notare da te che dirigevi la riunione.

Quel giorno non sapevo ancora che la tua “anima politica” era situata nella sinistra del partito socialista, la corrente di Riccardo Lombardi, e che tu “adottavi” quelli che, come me, si  riconoscevano nella componente più a sinistra della CGIL. Adottasti anche me, senza farmelo pesare troppo e accettando tutto sommato di buon grado la mia ribellione “al padre” e che agissi, quindi, in completa autonomia e senza “chiederti mai il permesso”.

Poi per anni rispetto, cordialità ed una guardinga prossimità.

Siamo entrambi “prime donne” che ovunque e sempre avrebbero voluto essere al centro dell’attenzione: il saperci tenere a giusta distanza, rispettando lo spazio l’uno dell’altro, è stata la conferma che l’intelligenza può governare anche il temperamento più istintivo.

Quando la BNA è scomparsa, acquisita dalla Banca di Roma, sono venute meno le ragioni per le quali tu avresti potuto o dovuto interessarti di quello che facevo nel sindacato aziendale.

E ci siamo persi di vista.

Ti ho ritrovato all’inizio di quest’anno, a Milano, quando abbiamo deciso di costituirci, in occasione del cinquantesimo anniversario della strage, come gruppo di ex dipendenti e sindacalisti per il 50esimo.

Ed ho riletto tutta la tua storia da un’altra prospettiva: l’impegno per la memoria.

La sera di sabato 7 quando ti ho sentito parlare  – e mentre lo facevi, vedevo gli occhi di Ernesto e degli altri presenti puntati su di te con commossa devozione – ho capito quanto ti devo, ti dobbiamo tutti, per la tua instancabile, testarda (sei abruzzese non a caso), opera di denuncia delle responsabilità della strage, di collegamento con tutti i vari pezzi umani e sociali che da quella strage sono stati sparpagliati, di mantenimento dell’attenzione che è il nutrimento della memoria affinché non diventi un esercizio formale e vuoto di senso.

Ci raccontavi di Guido Salvini, di Antonio Damiani, di Benedetta Tobagi, degli altri autori dei 21 libri usciti nel 2019 sulla strage, come i nuovi tuoi compagni di un viaggio che non ha una meta, perché l’importante è il viaggio stesso, che si vada a parlare con i ragazzi delle medie e con i pensionati del circolo, con i quattro gatti dell’osteria alternativa di Padova così come con il giornalista di Sky o con la prima firma del Corriere: perché se il tuo ricordo di quel pomeriggio in cui hai visto il sangue dappertutto in quel devastato salone diventa, attraverso il tuo racconto appassionato, anche il mio ricordo indelebile, allora nasce la memoria collettiva.

Che è proprio di tutti perché può passare ad altri. Che può servire ad altri per capire e per non smettere mai in futuro di chiedere verità e giustizia.

Come fai tu da cinquant’anni. Senza darti tregua.

Con lucidità, senza alcuna concessione al pietismo, con una grandissima dignità e ancora con la stessa determinazione di sempre.

Mi hai insegnato, ci hai insegnato che non si può essere sempre necessariamente buoni.

E che la giustizia non guarda all’indietro anzi è proiettata in avanti: costruisce il futuro.

Perché se non c’è giustizia per il passato, il futuro di tutti è in pericolo.

 

 

132
Published in50 anni
  1. Luciano cosentino Luciano cosentino

    Quanto è vero e vivo il ricordo in tutti noi.

  2. Angela Scaglione Angela Scaglione

    La memoria, La stessa che, al momento fa difetto, latita e intorpidisce le coscienze. Guai a ignorare la memoria; ci restituisce mostri ben camuffati, contesti opachi e doppioni di chi, non siamo stati capaci di seppellire per sempre.

  3. Elvira Elvira

    Bello questo racconto che attraversa momenti diversi e distanti tra loro. Bello e per molti versi consolante. Si perché nell’era moderna della guerra tra poveri, un posto di rilievo lo occupa lo scontro generazionale, alimentato ad arte perché funzionale alle classi dominanti. Anche io ho imparato molto da quelli più anziani di me, da quelli generosi che avevano il piacere di dare e di accompagnarti in un processo di crescita che col tempo diventava reciproco. E verso queste persone nutro un sentimento di riconoscenza inossidabile. Chissà, se riprendessimo a guardarci con i nostri occhi togliendoci quelle lenti sbagliate che ci hanno resi ciechi, magari ne verrebbe fuori un mondo in cui il normale svolgersi della vita verrebbe considerato non un disvalore ma una grande ricchezza da valorizzare.

  4. Nadia Nadia

    Grazie Pier, un racconto che tocca le corde del cuore.. ❤️

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: