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Casa di bambola

Giacoma si chiamava, era lei la bambola.

Viveva in un mondo incantato, al riparo di ogni bruttura e di ogni miseria umana.

I suoi genitori le avevano costruito attorno una barriera invisibile di protezione affettiva. In quella casa, dove lei, figlia unica e amatissima, abitava come una piccola principessa.

La prima volta che vi entrai mi colpì il contrasto con casa mia. Da noi regnava la fantasia, un allegro disordine, generato da sette ragazzi abbastanza turbolenti e due genitori indaffaratissimi e vivaci. Da Giacoma, tutto era calmo, rallentato, pacato. Inevitabilmente, bisognava controllarsi, adeguarsi a quel ritmo lento. Ogni sedia aveva il suo bel cuscino ricamato, pizzi e tende abbondavano e si respirava un persistente profumo di violette.

La cosa che mi sconvolse fu quando mi servirono il te dopo avermi invitata a un tavolino basso ricoperto da una finissima tovaglia ricamata. Che paura provai di rovesciare tutto. Immaginate il rito del tè alle 17.00 in Sicilia? In quella casa mi sentii a disagio come mai più mi capitò da bambina, si,perché ero una bambina ed ero abituata in modo diverso.

Nel loro linguaggio tutto diventava vezzeggiativo e mi sentii chiamare “ Angioletta “ la bambola era “ Giacometta “ e la sua mamma era “ Ciccina “.

Giacoma era una ragazza bellissima e elegante, i suoi genitori la curavano esageratamente e per chi come me, doveva condividere spazi, vestiti, scarpe e ogni risorsa utile che una grande famiglia imponeva, mi provocò una certa invidia. Quella ragazza, ai miei occhi di bambina, era una privilegiata. Solo col tempo capii cosa volesse dire la ricchezza di una grande fa-miglia, l’immenso piacere di avere accanto gente vera e attenta ai miei bisogni.

Nella favola di “ Giacometta “ un bel giorno arrivò il principe, lei lo guardò con occhi sognanti, lo vide, sicuramente azzurro ma, lui non lo era. Lui era bello e cattivo, aveva fiutato l’affare e non se lo sarebbe lasciato sfuggire.

Si sposarono in pompa magna, lei sembrava una piccola nuvoletta di pizzo, lui rideva soddisfatto.

Ci mise poco a farle sparire il sorriso, cominciò a sperperare subito e quei poveri ingenui genitori non capirono in che mani si erano messi.

Quando arrivò la loro bambina, Giacoma tentò di reagire ma fu la volta che prese le botte che poi non finirono più.

A ogni richiesta di denaro non esaudita fioccavano maltrattamenti per tutti. Quando nacque il secondo bambino, Giacoma era l’ombra di quello splendore di ragazza che era stata.

Era sparito il suo sorriso luminoso, la sua grazia nel vestire, tutto sparito. La disperazione la portò a scappare da lui ma la minaccia di toglierle i figli la fece tornare.

Fu la sua fine.

Non sopportò quella vita, non era stata abituata a lottare per se stessa.

Si spense giovanissima di dolore e di botte.

Quella bambola delicata era finita nelle mani di un orco che la distrusse ma, almeno egli si risparmiò di vedere i suoi figli finire in istituto per essere adottati quando lui si schiantò in un incidente stradale.

Finì così la favola di quella famiglia particolare, di quella principessa che avrebbe meritato un altro principe, un altro futuro.

l’immagine è tratta da Casa di bambola di Eric Ibsen (con Mariangela Melato)

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