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Ce lo ricorderemo

CONTAME IL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ce lo ricorderemo.
Questo lungo, infinito sabato, una festa laica che non finisce più: siamo agli inizi della terza settimana.
Con le bimbe che vengono nel lettone, assonnate ma sorridenti e che saltano via dal letto per andare a fare il caffè a mamma e papà.
E le sentiamo che si arrampicano sulle sedie per prendere le tazzine e poi le capsule, che governano con consumata esperienza la macchina, l’accendono, fanno uscire l’acqua per scaldare le tazzine (“lo dice papà: a Napoli le tazzine del caffè sono sempre calde”), fanno scendere la crema, mettono lo zucchero solo a mamma e a lei lo fanno anche un po’ più lungo.

E poi tutti insieme intorno alla tavola: succede tre volte al giorno, come mai di questi tempi. Si apparecchia tutti insieme e si parla – a turno chiedendo la parola – di qualsiasi cosa venga in mente (a loro). Ieri mattina a colazione loro due mi hanno spiegato perché “sono vecchietto”. “Perché hai la faccia da vecchietto” mi ha detto Nina con un sorriso che apriva tutta la faccia, socchiudendole gli occhi e pronunciandole le fossette – il marchio di fabbrica di tutte e quattro le mie figlie femmine. “Perché ci impieghi un sacco di tempo quando ti chiamo la mattina dal letto” ha argomentato Vita Mia con gli occhietti che diventavano delle fessure.

Ce lo ricorderemo. Lo squarcio del quotidiano, della routine di un mese come quello di marzo in bilico fra il freddo invernale ed i primi alberi di pesco fioriti, fa passare la luce della felicità. Improvvisa, inaspettata, che ci fa da ricovero contro l’ansia che cresce e trasuda dai bollettini delle agenzie di stampa che ci danno i numeri di quella che è diventata una guerra senza quartiere e senza confini.

Tre settimane fa eravamo in prima linea: l’enclave di Vò è a 30 kilometri da casa nostra e sentivamo l’ansia bussare alla porta. Ed allora ci davamo più da fare, trainati dall’entusiasmo delle piccole, incredule di poter fare tante cose con mamma e papà: vedere i film, dipingere, leggere, fare qualche compito, mettere a posto la stanza (ma questa cosa qui non è mai piaciuta e continua a non piacere), fare la crostata, i biscotti e le tagliatelle.

Le guardavo impastare mentre la mamma raccontava che quella ricetta l’aveva insegnata a lei Nonna Ernesta quando era piccola: “dobbiamo mandarle la foto, chissà quanto sarà contenta.”

 

Perché è proprio vero che l’ansia abbatte il sistema immunitario e bisogna organizzare le difese con impacchi di felicità ed iniezioni di allegria.

Ce lo ricorderemo. La felicità la vedi e la senti soprattutto quando è accerchiata. Ogni mattina io e mia moglie ci abbracciamo, stretti. Lo facciamo dal giorno dopo in cui ci siamo conosciuti (e innamorati di colpo, miracolosamente all’unisono) sedici anni fa, in una società di formazione nei pressi di Via Ostiense, a Roma. Allora, appena potevamo, con la scusa di un caffè o di una sigaretta, prendevamo l’ascensore per abbracciarci, stretti e innocenti. Con il tempo l’abbraccio della mattina è diventato come il termometro per misurare la temperatura di “due come noi”. Infatti, in questo tempo del coronavirus l’abbraccio è una stretta convulsa, più forte, un muto dialogo: “non mi lasciare”, “stammi vicino fino in fondo”.

Ce lo ricorderemo. Perché io sono un “soggetto a rischio”. Perché le mie figlie potrebbero essere le inconsapevoli portatrici della fiala del veleno. Perché ci pensiamo, io e mia moglie, a questo scenario terribile, ingiusto: ma d’altronde c’è mai un finale di una storia d’amore così bella da sembrare una favola, che possa essere vissuto come “giusto” ?

Ce lo ricorderemo. Noi ce lo ricorderemo perché ci ha insegnato come si declina la parola “felicità” e che non dobbiamo inventarci nulla per trovarla: è lì, si nasconde sotto il letto come i bambini quando vogliono giocare. Molti altri lo dovranno ricordare perché il tempo del coronavirus ha insegnato cos’è la paura e dove ti può spingere: a prendere un treno affollatissimo per scappare da Milano e dal virus o a prendere un barcone per scappare dal Corno d’Africa e da una carestia. La paura è la stessa e non ha un solo colore di pelle.

Ce la ricorderemo. Quando tutto sarà finito e tutti saremo cambiati, almeno un po’. Ci sarà  qualcuno che avrà scoperto dove si nasconde la felicità e qualcun’altro che avrà compreso che ogni vita umana è preziosa, sempre.

nell’immagine di copertina: Nina, cinque anni e Vita Mia, sette anni, dipingono.

 

 

Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. Gianni Gianni

    Un brutto momento ma le tue parole rincuorano e fanno riflettere. Bravo Pier

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