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C’era una volta..?

Mio padre Primo, classe 1915, si alzava ogni mattina alle 5 ed alle 6 era già in cammino verso la sua destinazione: la Stazione Ferroviaria di Napoli.

Mia madre Antonietta, classe 1926, si alzava alle 7 e si occupava di me, Pierluigi, classe 1950, preparandomi la colazione e occupandosi del mio vestiario, cartella, libri, mi forniva merendina (di solito il Fruttino della Zueg) da tenere lontano dagli occhi indiscreti di maestri e alunni perché – almeno fino alle medie – non era previsto spazio o tempo per la merenda di metà mattina.

Il resto della giornata di mio padre fino al venerdì era scandito in maniera omogenea: sulla ferrovia fino all’ora di pranzo e poi il pomeriggio negli uffici di Via Santa Lucia. Non tornava spesso a casa per pranzare e fare una breve pennichella in poltrona. I particolari, questi e pochi altri, del lavoro di mio padre sono stati ammantati di un’aurea mitica e nebbiosa almeno fino alla mia maggiore età. Le frasi pronunciate da mia madre non erano, d’altronde, in grado di comporre un quadro omogeneo della sua attività: “papà è al lavoro” “papà deve riposare” “papà è stanco non dargli fastidio”  “papà si stanca tanto ad andare sui binari” “vedi, papà, deve tornare a lavorare tutti i santi pomeriggi”.

Mia madre non aveva altro lavoro se non quello domestico. Si era sposata a 22 anni, lasciando l’università, nonostante fosse una brillante studentessa nella Facoltà di Matematica di Roma. Si uniformava al desiderio di mio padre sebbene non dicesse  “ho scelto di interrompere gli studi”, preferendo l’espressione “ho rinunciato”, con la quale invocava la sacralità del suo gesto in nome di un valore più alto: la Famiglia.

In casa lei faceva tutto, sette giorni su sette: rassettare, rifare i letti, spolverare i mobili e pulire i pavimenti, andare a fare la spesa, cucinare, apparecchiare e sparecchiare, lavare i piatti, lavare i panni, stenderli e stirarli ma anche rammendarli, a mano o con la macchina da cucire, in genere dopo cena, seguendo un programma alla tivù da sola – mio padre andava a letto alle otto lasciando libera mia madre di fumare a più non posso.

Antonietta era veloce e precisa, già dopo pranzo aveva terminato le sue incombenze e poteva rilassarsi giocando a canasta con le amiche, almeno tre volte alla settimana. Il sabato e la domenica no: erano dedicati alla lettura, dopo aver preparato da mangiare e mangiato tutti insieme.

Sembrava un modello ovvio: una divisione dei compiti e dei ruoli, alla donna la gestione della casa ed all’uomo la responsabilità di portare a casa i soldi per mantenere la famiglia, un modello perfetto perchè nessuno sembrava chiedere “di più” o qualcosa di diverso.

Tanto ovvio e perfetto da essere il modello di tutte le famiglie che mi capitava di frequentare andando a casa di qualche mio compagno di classe.

Un modello del quale non mi sono chiesto, per anni, né la genesi né le conseguenze.

Un modello tanto diffuso da apparire naturale e di conseguenza facilmente introiettato da chiunque lo avesse praticato per i lunghi anni della crescita fino alla giovinezza inoltrata.

Non facevo eccezione: quel modello di vita familiare e di organizzazione domestica me lo sono portato nelle convivenze che ho attraversato da quando avevo 22 anni.

Un modello che fa capolino, ancora oggi, ogni volta che lavo quattro piatti o pulisco il piano cottura, così come quando nel passato cambiavo i pannolini, facevo il bagnetto o mi alzavo di notte a cullare un neonato – dandomi quel senso di orgoglio per una mia presunta benevolenza, quel meritarmi il complimento o almeno il riconoscermi una disponibilità fuori dal comune, uno Smack per ogni cena preparata con cura.

Con gli anni capisci che quel modello familiare è il mattoncino-base, come nei Lego, di un edificio mostruoso che declina la diversità di genere in ogni situazione a discapito di quella femminile: sul lavoro e nella società, nella divisione dei compiti in casa e nella retribuzione in azienda, e che se non si mette in discussione quel mattoncino lì proprio a partire dalla famiglia – con atti, comportamenti, parole e insegnamenti ai figli – non cambierà nulla o molto poco e lentamente nel resto della società.

Ed allora dall’orgoglio da “marito perfetto” passi a sentirti “in difetto” perché non hai lavorato abbastanza su tutto il sudiciume che hai assimilato nella tua militanza silente e connivente come maschio.

Ed allora leggi, ti documenti, studi, ascolti, prendi sberle dalle compagne e impari che il linguaggio, il senso comune, la cultura dominante, la pubblicità è tutto ancora fermo a quella asimmetria nella quale sei nato e adesso coinvolge tutti: i maschi ma anche le donne.

E quindi non ti scordi che la violenza sulla donna c’è tutti i giorni nei commenti, nei giudizi, nelle disparità sociali e lavorative, negli sguardi e nelle battute, negli approcci e negli ammiccamenti, nelle sentenze senza appello dei social nei confronti della donna di turno che ha osato comportarsi fuori dagli schemi.

C’era una volta una famiglia degli anni cinquanta. Sono passati settanta anni da allora.

Cosa è cambiato?

 

 

 

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