Salta al contenuto

C’era una volta… a Montagnana

Il 9 ottobre è successa in piazza una cosa molto bella. Le tante Associazioni di volontariato hanno raccontato la loro attività, hanno esposto simboli e gadget, hanno voluto conoscere ciò che ciascuna delle altre era in grado di offrire, con la gioia di festeggiare insieme. CONTAME ha proposto a tutti i presenti,  bambini, adolescenti, giovani, uomini e donne di tutte le età, di scrivere una storia collettiva fatta con una “staffetta” allegra ma molto seria: ciascuno scriveva una frase leggendo solo quella precedente e usando il massimo della fantasia. Tutti si sono divertiti. Hanno partecipato una quarantina di amici di CONTAME.

Ne è uscita una favola. Qui di seguito la potete leggere

C’ERA UNA VOLTA … A MONTAGNANA

C’era una volta …
a Montagnana, una casa piccola in un bosco grande.
La casa era disabitata da molto tempo e tutti si chiedevano come mai dal camino di quella casa uscisse un filo ininterrotto di fumo azzurro.

Com’era possibile? La casa non aveva un focolare acceso, e non ardeva mai alcun fuoco.

Se lo chiesero anche gli artisti di un circo, che decisero di accamparsi sul prato incolto che si apriva davanti alla casa. Il filo incessante di fumo azzurro distraeva clown e giocolieri, trapezisti e domatori proprio mentre erano indaffarati ad esercitarsi nei loro numeri.

In quel bosco abitava, nessuno sapeva bene dove, anche uno strano vecchio, molto povero e malandato che, si diceva, conoscesse molto bene i segreti della casa misteriosa.

In mezzo al prato incolto davanti alla casa svettava un albero molto più alto di tutti gli altri, e alla base del suo tronco ampio si celava una un’apertura, forse una tana. Lo strano vecchio si sedeva lì vicino e raccontava che quel buco nascondesse il segreto più misterioso.

Il vecchio diceva anche che quell’albero era il punto di riferimento, a volte il nascondiglio, di una donzella dolce e sola, che sognava il giorno in cui avrebbe potuto assaporare la sua libertà, finalmente lontana dall’oscurità della sua dimora.

Gli artisti del circo si accorsero subito che il vecchio seduto accanto al grande albero era strano. Capitava che improvvisamente si mettesse a urlare frasi che sembravano senza senso: “…il pallone finalmente entrava in porta, dopo tanti tentativi …” oppure “…rispettiamo l’acqua, l’aria e gli animali!…” e ancora “… chi vuole un gelato al pistacchio? …”

Fu Victor, il figlio del lanciatore di coltelli che, approfittando di un attimo di distrazione del vecchio, entrò nella tana alla base dell’albero, e uscì trionfante con un forziere pieno di … fogli stropicciati. Su ogni foglio, con grafie diverse, c’erra scritta la stessa parola: solidarietà.

Quella notte, nel bosco, il figlio del lanciatore di coltelli, si accingeva ad andare e nanna, col suo pigiama a righine e una piccola candela nella mano. Tentando di addormentarsi si chiedeva se nel forziere aveva trovato davvero un tesoro o cos’altro.

Le perplessità del bimbo furono interrotte dallo scoppio di un violento temporale, con raffiche di vento fortissime che spensero la candela vicina al letto.

Il piccolo, tenendo solo gli occhi fuori dalle coperte per paura del buio, vide un’ombra maestosa accanto al grande albero. Sì, ne era certo, era proprio un re, con corona e spada, e una voce che trapassava i tuoni: “…non temere, piccolo, ti difenderò io, fidati di me”!

Il bimbo pensò che se ne avesse avuto il coraggio, avrebbe chiesto al re di proteggere anche la sua sorellina, e anche il nonno che, da quando aveva sconfitto a colpi di spada il lupo di Cappuccetto Rosso, non stava più molto bene con la testa.

Spesso succedeva che il nonno si guardasse compiaciuto nel pezzetto di specchio attaccato al carrozzone e dicesse con orgoglio: “…Ma quanto è chic il mio cappello che pende da una parte …”.

Oppure capitava che si mettesse a correre in bicicletta per i boschi in cerca di fiori perché, come diceva lui “… devo offrirli al lupo, chissà come si è offeso quando l’ho preso a colpi di spada …”

Victor ricordava quando il nonno stava bene, e passeggiavano vicini nel bosco percependone a loro modo l’immensità. Ognuno imparava molto dall’altro, uno si avvicinava alla saggezza, l’altro ricordava la spensieratezza e ritrovava la possibilità di ogni bimbo di essere “qualunque cosa”.

Oppure si rivedeva con il nonno vicino al focolare, a giocare con le costruzioni di legno, a creare cantieri, torri, strade animate da personaggi magici che tutto possono, senza nessun limite se non la loro fantasia.

Ma mentre Victor fantasticava cullato dai ricordi del nonno, in un lettino vicino la sua sorellina, impaurita dal buio, continuava ad avere incubi, e stringeva i pugni sotto le lenzuola sforzandosi di immaginare la luce che non c’era, e si vedeva camminare e accendere ogni sera una candela diversa, per ciascuna un pensiero positiva, mentre teneva nell’altra mano un sasso per scacciare quelli negativi.

Il nonno lo diceva sempre a Victor: “…quando sei bambino vai sempre sotto al tavolo per cercare rifugio, per avere un riparo da chissà cosa, e questo ti dà tanta sicurezza, tanta forza. Diventa la tua fortezza, la tua tana, dove puoi fantasticare su quel che vuoi…”.

Ad un tratto, interrompendo i pensieri di Victor e le paure della sua sorellina, la porta del piccolo spazio dove dormono si apre e lascia entrare un soffio di vento caldo, frizzante, divertente, che sposta gli oggetti sul tavolo, muove le tendine del carrozzone, e sembra spenga ogni luce. Nella stanza si fa ancora più buio.

Ecco però che all’improvviso si intravvede uno spiraglio di luce, quasi tiepida, forse è la luna. No, non è la luna, è una lanterna che dondola nella mano di uno gnomo dalla faccia buffa e furba.

Guardandolo meglio, nonostante la luce fioca, i due bimbi capiscono che il sorriso dello gnomo nasconde qualcosa.

“… Mi chiamo Venceslao, rispondo alle domande, e vi dico ciao …” esclama ridendo prima che i bimbi si riprendano dallo stupore. “… Su, da bravi, fatemi una domanda …”. Victor avrebbe voluto parlare, voleva chiedergli il perché di quel filo di fumo azzurro che usciva dal camino della casa abbandonata, ma non ne ebbe il tempo.

Perché sotto il cappello di Venceslao, proprio sopra la sua testa era appollaiato un gattino all’apparenza molto goloso.

La sorellina di Victor prese paura, più del gatto che del folletto Venceslao, e liberò una vespa che usava arma, tenuta chiusa in un barattolo di vetro: la vespa compì il suo dovere, punse Venceslao e il gattino scappò.

“… Non vi dirò il segreto della casa con il fumo azzurro, se prima non avrò ritrovato il mio gatto …” esclamo lo gnomo con voce triste. E iniziò a cercarlo ovunque. Salì anche su un autobus per poter raggiungere il paese sopra la montagna.

Cercò il suo gatto giorno e notte, fino a quando, raggiunto il paese sopra la montagna, trovò rifugio in una roulotte.

Venceslao dormì molto, si svegliò quando il sole era già alto e per riprendere la ricerca pensò di bersi una tazzulella di caffè. Adesso era molto arrabbiato, e pensò che il gatto avrebbe fatto meglio a farsi trovare se non voleva essere preso a sberle.

Si ricordò che dentro la sua valigia c’erano gli indizi per trovare ogni cosa. La aprì, deciso a raggiungere il primo indizio.

Il primo indizio indicava un colore: il rosso. Venceslao guardò verso il cielo e scorse un arcobaleno, quindi si affrettò a salire sul rosso prima che sparisse, e iniziò a sorvolare il cielo, finché non scorse un puntino bianco, che aveva le orecchie. Eccolo, era proprio il gattino scomparso!

“Ciao gatto!” disse Venceslao al suo amico finalmente ritrovato. Si accorse che il micio aveva cambiato colore, il suo pelo era diventato arancio, come il colore del sole che lo gnomo amava tanto.

“… Il sole è vita, e la luce è importante quanto le ombre. L’amicizia illumina tutti i cuori e riempie l’oscurità …” mormorava Venceslao accarezzando il suo gatto.

E solo allora si ricordò di Victor, al quale aveva promesso una risposta, e un ciao. Chissà se tra le carte che il bambino aveva trovato nel forziere risplendeva il diamante raro dell’amicizia.

Chissà se il padre di Victor, con la stessa forza delle leonesse del suo circo, stava insegnando a suo figlio a diventare uomo.

Chissà se i domatori, i giocolieri, i trapezisti, gli acrobati e tutta la famiglia del circo di Victor vivevano con gioia la condivisione, l’aiuto, la solidarietà.

Victor meritava comunque che Venceslao gli rispondesse: fu sufficiente che indossasse il suo cappello, quello che indossava per coprire il gatto appisolato sulla sua testa, perché lo gnomo iniziasse con la velocità del lampo il viaggio di ritorno verso la stanzetta di Victor e della sua sorellina. Appena iniziato il viaggio magico il gatto iniziò a parlare e disse: “… anche io sono stato felice di averti ritrovato, ma devo chiederti una cosa: anche se ti voglio molto bene, voglio essere padrone della mia vita…”.

La luna che risplendeva quella notte illuminando il volto triste di Venceslao, gli dipinse sul volto una lacrima.

Quando lo gnomo raggiunse Victor stava sorgendo l’alba. “… Volevi sapere perché da quella casa disabitata esce incessantemente un filo di fumo azzurro. Ebbene, guarda con attenzione, quel fumo scrive le parole del cuore …

Victor scrutò con attenzione il camino e il fumo che ne usciva, e cominciò a leggere:

“…conladolcezzadiun’ondadelmare,muovendosipiano,tuttelelacrimesiuniscono,lepersonesiallontanano,perildesideriodiognunodiesserepadronedellapropriavita,eungiorno,guardandoilcielo,iloroocchisiritroveranno,perpoinonlasciarsimai …”

Grazie a:
Vita Mia, Nina, Sara, Roberta, Kaouthern, Fabio, Alessandro, Paolo L., Maria Grazia, Chiara, Michela, Luana, Eddy, Anna, Silvia, Luisa, Andrea, Laura, Stella, Gioia, Ale, Monica, Patrizia, Marzia, Debora, Micol, Giovanna, Loredana, David, Maria Vittoria e Giada, Paolo B.,Ernesto, Caterina e qualche altro amico di Contame che ha messo una firma sul suo “pezzo” che non siamo riusciti ad identificare.

Coordinamento letterario di Ernesto Aufiero

Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. Monica Monica

    Geniale!
    Non smetterò mai di dirlo.🥸

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *