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Ciao papà

“… perdonami, dimmi se ti disturbo, vai per la tua strada,
io continuerò anche da lontano a proteggerti e amarti.
Volevo dire tutto, ma il sospiro mi tradisce,
allora è meglio toccarti il cuore con il silenzio …”

dai titoli di coda del film “Stitches” di Miroslav Terzic

 

Ciao papà.

È da tempo, da molto tempo che voglio scriverti, ma la vita mi distrae.

Dove vivo, io riesco a sentire tutto, la gente che parla, che ride, che piange. Sento anche la gente che sta in silenzio.

Da un paio di anni raccolgo e racconto storie, e mi sembra di stare in un cortile dove il pomeriggio ci giocano i bambini, e fanno i disegni coi gessetti colorati per terra, che restano lì un giorno. O due. Poi li rifanno.

Nel frattempo le mamme si siedono sul davanzale, dando la schiena alla finestra interrata del cucinino, e si raccontano vicende d’amore e di tradimenti.

Forse non lo sanno che le sento, che le ascolto, o forse sì.

Ogni settimana faccio un po’ di volontariato in un centro sociale, e al mattino, sulla ringhiera che ho davanti, persone di ogni razza legano le loro biciclette, praticamente addosso ai vetri del centro. Quando non vedo più una certa bicicletta penso che il padrone o la padrona non vengano più da queste parti.

Sento le loro vite in cerca di.

Vivo così, fantasticando nelle voci di un cortile che sono le chiacchiere del palazzo e della città e di tutte le città, il rumore di persone che hanno il medesimo destino, sperare in un futuro di benessere che per il momento non è ancora arrivato, individui abbandonati dalla politica e da Dio nel totale disincanto.

Guardo e annoto questo stile di vita, che è quello di chi perde tutto ogni giorno ed è costretto a ricostruirlo di nuovo il giorno dopo.

So che non appartengo a questa etnia: abbiamo lingue, costumi tratti somatici diversi.

Ma siamo tutti parte di un’umanità sottostante, subalterna e inadeguata.

Sento e vedo tutto questo. Ne parlo scrivendo.

Non riesco mai a vedere te, i tuoi occhi neri, non sento mai i tuoi passi vicino ai miei, la tua risata.

Allora penso che non ti piaccia la vita che faccio, che la mia irrequietezza non sia quello che volevi per me, troppi figli, troppi amori, troppe fughe.

Per molti anni sono stato convinto di avere tutto, ma preceduto dal segno meno, e la mia vita destinata a dissolversi in un ininterrotto naufragio.

Per molti anni, insieme con i miei fratelli, pensavo che le nostre parole non avessero suono per chi non soffriva come noi, protagonisti di una vicenda per la quale non c’è inizio non c’è fine, un presente che non riesce mai a definire e a cambiare il futuro. L’unica cosa che non cambia mai e che sussiste sempre è l’elemento più importante: la sconfitta.

Ti scrivo di questo perché a fatica siamo riusciti a fotterla la sconfitta, facendo molte di quelle cose che non hai mai approvato: molti figli, molti amori, il teatro, la montagna, la militanza, la scrittura, e continue, impervie, solitarie fughe nei posti più lontani del mondo.

Certo, parlarti di questo patrimonio di vita prevede il contrarre dei debiti umani inevitabili e importanti, con tutte le persone che riescono a volermi bene così come sono.

E poi io mi sono abituato ad avere debiti, tu stesso mi hai sempre detto che i debiti allungano la vita.

Sono cresciuto: pensa che non mi vergogno più quando mi commuovo fino alle lacrime vedendo la luce tremolante di una lucciola, o, come stasera, guardando in televisione la vita di Rino Gaetano. Ho capito che non è vero che piangere non è da maschi.

Il fatto è che per me non ci sono alternative.

Amo questo mondo perché siamo noi il mondo, immenso e misero ogni giorno.

E la famiglia è in questa comunità, un mito universale che arriva al cuore di tutti gli uomini e le donne non solo coloro che ne fanno parte, ma anche di quelli che l’hanno tradita.

Noi siamo una famiglia, la più antica ed eterna speranza.

L’ultima volta che ti ho visto in ospedale, vent’anni fa, morente, ho capito che non avrei più potuto provare la felicità di dirti tutto questo guardandoti, abbracciandoti, sentendoti mio.

Mi manchi.

 

Tuo figlio

 

 

Pubblicato inAmore

3 Commenti

  1. Antonio Salzano Antonio Salzano

    Tenerissimo, davvero bello

  2. Monica Monica

    Per quanto mi riguarda,è un grande privilegio conoscerti ed essere tua amica e credo che,per chiunque ti abbia incontrato nella propria vita,sia stato impossibile non volerti bene.
    Tuo padre è fiero,fierissimo di te,ne sono certa.

  3. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Un amico ha contestato la scelta di pubblicare questo tuo personale, intimo, contributo alla pace, alla serenità, all’equilibrio della tua vita, facendo pace con “papà”.
    Il tuo scritto ha un valore universale: questo è ciò che penso.
    Può essere “sentito” e fatto proprio da chiunque di Noi umani che hanno contratto debiti con la vita e sono fuggiti da quel momento dolorosissimo e catartico del “fare i conti” con sé.
    Tu parli di sconfitta.
    E chi non è stato sconfitto? Soprattutto della nostra generazione, quella degli anni cinquanta, quelli della “meglio gioventù”?
    Chi di noi ha fatto i conti con debiti e sconfitte può piangere liberamente, illimitatamente.
    Questo è l’insegnamento, questa l’indicazione. Questo è il compenso di tanto soffrire.
    Siamo Umani!
    Grazie Amico Mio.
    Grazie per aver parlato per tutti!

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