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Cioccolato a go-go

Il grosso pacco arrivò in una giornata d’inverno.

Mamma lo aprì con la solita cura, recuperando carta e scatola. Tutto quello che arrivava dall’ America diventava riciclabile in quel tempo di stenti che seguì la seconda guerra mondiale.
Sul grande tavolo della sala, come per magia, si materializzavano vestiti, borse, costumi da bagno, dischi e tante cose mirabolanti, poi…improvvisamente, emerse un pacchetto particolare.
Attirò l’attenzione di tutti.

Quattordici occhi si concentrarono sui ghirigori di quella scatola.
Mamma lo aprì e la magia diventò realtà .
Quaranta barrette di cioccolato americano erano li, sotto gli occhi di tutti.
Ora erano le bocche a sbavare; chissà com’era buono.
Mamma ne apri una e la distribuì a tutti; una barretta diviso 7; figuriamoci…
Le volevamo mangiare tutte!

Sul finire degli anni cinquanta si mangiava il necessario, non si sprecava una briciola e i dolci erano un lusso per poche ricorrenze.
Mamma ne aprì un’altra e distribuì anche quella poi ci fece un discorso saggio che non ci convinse.
“ Questo cioccolato lo mangeremo un po’ alla volta quando ci saranno occasioni da festeggiare”
Cosaaa? Lo dovevamo desiderare e magari condividere con amici e parenti?
Giammai!

Considerammo la cosa con apprensione. Intanto lei, mamma, richiuse la scatola e ci ammonì, severamente: – “ Che a nessuno venga in mente di mangiarselo, mi raccomando.”

Poi sparì col suo carico prezioso.
Immediatamente ci riunimmo in collettivo, dovevamo decidere le mosse da seguire.
Come sempre ci dividemmo in due gruppi, i grandi e i piccoli. I primi più forti e decisi, i secondi agguerriti e famelici.
I grandi si concentrarono sulle abitudini che la mamma aveva nel conservare le cose, i piccoli capirono che la faccenda era diversa e occorrevano strategie speciali.

Avevano potenzialità varie e le esercitarono tutte.
Caterina era strategia pura.
Angela possedeva fiuto e temerarietà.
Pippo pensava in modo razionale.
Mentre i grandi perdevano tempo, i piccoli aprirono la caccia.
Niente sfuggì alla loro paziente ricerca, avevano un solo scopo, trovare e riassaporare quel cioccolato divino.

Fu il fiuto di Angela che la spuntò. Lei seguì l’odore e quando trovò la scatola ebbe quasi un mancamento. Fu tentata di abbuffarsi ma resistette; faceva parte di un gruppo e conosceva le regole. Scese dalla soffitta e con aria noncurante, si trastullò un po’ giocando col cane di casa.

Intanto elaborava piani su come destreggiarsi per non essere scoperta.
I piccoli si riunirono per discutere e prendere delle decisioni.
1) Indossare abiti con tasche per portare fuori dalla soffitta le barrette,
2) Mangiarlo fuori casa per non farsi scoprire,
3) Sciacquarsi sempre la bocca alla fontana prima di rientrare.

Così cominciò la grande abbuffata che i piccoli organizzarono con determinazione.

Mangiarono con metodo e gusto pensando che quel cioccolato gli spettasse, in quanto bambini e golosi. Solo quando ne ebbero mangiato più della metà, capirono d’ averla fatta grossa.

Sapevano che la loro mamma non era tipo da gravi punizioni, non picchiava e non urlava, ma la sua ira non era da sottovalutare.

Decisero di blandirla e di scherzarci su.

A Messina si ricordano personaggi noti per la loro tirchieria e la mamma stessa ne aveva raccontato le gesta. Uno di questi era “Don Miseria”; nei racconti che avevano ascoltato si diceva che guardasse i suoi soldi allo specchio per vederli doppi. Anche la favola “del vecchio e delle sue pietre piatte “ si ricordarono. Costui si faceva servire, ingannando, facendo tintinnare, in un sacchetto, come fossero monete, le sue pietre.

I piccoli fecero un biglietto per punire la mamma e le affibbiarono gli stessi nomi e lo stesso comportamento. Misero il loro elaborato nella scatola e si auto assolsero di ogni malefatta.

Cominciò l’attesa.

Non passò molto tempo e tutto fu scoperto. La videro bene, come sapevano che si trasformava quando era infuriata; diventava bellissima, con gli occhi lucenti e i movimenti a scatto, solo la voce la tradiva e quella usava per punire…anzi non la usava affatto, ci puniva col silenzio, ci ignorava!

Per giorni non ci rivolse la parola e ancora adesso penso che non c’è punizione peggiore di quella, essere ignorati è come non esistere ed è terribile.

La nostra marachella servì a far ammorbidire certe severità; i bambini non sono razionali ma possono imparare la pazienza senza rigidità.

Poi ci sono I piccoli birbanti che si sanno organizzare…ma quella è un’altra storia.

foto di Tano D’Amico

Published inBambini

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