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Colpa di Ornella

 

CONTAME IL TEMPO DEL CORONAVIRUS

 

“Il volatore di aquiloni a un certo punto della vita si accorse
che gli mancava proprio quella fetta di mare”
Jannacci

“Un aquilone l’ami perché l’affidi al vento, ma non lo lasci andare,
finchè qualcuno ti trova un’altra cosa da fare”
Cohen

 

Colpa sua, perché io ho sempre ascoltato musica, tanta, tutta.

A parte il liscio, che mio padre mi obbligava a ballare da piccolo con le mie sorelline, come scimmie ammaestrate.
Da quando la mia libertà di movimento è finita per via della peste, ascolto ancora di più, torrenti di note, a tutte le ore.

Ma non solo.

E’ ascoltando musica che mi escono pensieri nuovi. Pensieri da fermo. Così tanti che ho la casa disseminata di quaderni, blocchi e fogli che mi aiutano a fissarli. Calo la pasta e scrivo. Guardo fuori dalla finestra, sbuccio le patate e prendo appunti. Credo sia un effetto del silenzio. Uscito dal frastuono del troppo, vedo più chiaro.

Ed è strano per una persona in movimento continuo e isterico come me, viaggiare in poche stanze e accorgersi di quante cose possono accadere in uno spazio dove la frontiera è la porta di casa e, talvolta, la pelle del proprio corpo.

Ho deciso immediatamente per l’autoreclusione, ho 63 anni, fa la spesa Nora, 19 anni meno di me, con le prudenze dal caso. Guanti, disinfettante, mascherina eccetera. Al rientro racconta che nelle code al supermarket si respira tensione da contagio. La prossima volta compriamo on line.

Penso che è la rivincita dei piccoli negozi. Meglio le panetterie, le pescherie, i fruttivendoli tradizionali, dove si fa la fila all’aperto. Il gigantismo fa acqua, il consumismo pure. Intanto la credenza diventa cambusa. Trionfano pasta e salsa di pomodoro, come nei bivacchi in montagna.

Da bambino adoravo Robinson Crusoe, e in montagna mi è capitato più volte di vivere situazioni estreme; questo naufragio a casa rischia di piacermi, faccio l’inventario delle risorse a disposizione, se potessi inciderei con il coltello sul frigorifero ogni giorno che passa. Mi sento invincibile, decido che non mi taglierò più la barba, resisterò nella mia isola, combattendo con le armi che ho.

Dopo lo sbandamento iniziale, mi impongo attività fisse, ogni giorno: dalle 7 alle 8 ginnastica, dalle 8 alle 13 videolavoro, dalle 14 alle 15 lettura, poi ancora lavoro, telefonate alle figlie, ai fratelli, alla mamma quasi novantenne, eccetera.

Ascolto la radio con devozione, a ore fisse, come Radio Londra sotto il fascismo. La tv mi irrita, troppa confusione ansiogena. Meglio la voce delle immagini. In momenti così ho bisogno di parole. Poche e chiare.

È Inutile qualsiasi opinione personale su qualcosa che non si sa.

La parola torna e sbugiarda la civiltà dell’apparire.

Navigo meno su internet, telefono di più, videochiamo. Il mio mondo, tutto il mondo è diventato piccolo di colpo. Scorro l’agenda che si svuota, posso finalmente concentrami sulla scrittura. Tolgo il superfluo. Mi serve a pulire gli scaffali della mente.

Perfetto.

E nonostante preferisca da sempre l’isolamento all’assembramento, assecondo, con scarsa convinzione, tutte le manifestazioni di speranza suggerite dalla rete: attacco lenzuola dipinte alla finestra, accendo candeline, intono l‘inno di Mameli, applaudo in terrazza.

Si, sono invincibile.

Fino ad oggi, quando mio figlio con il suo inconsapevole entusiasmo mi porta in giardino, collega un’enorme cassa stereo al suo cellulare e fa partire la musica, una compilation della musica italiana che amo, a tutto volume, pensando di farmi un regalo.
Bennato, Gaber, Jannacci, Gaetano, De Andrè. Poi arriva Ornella, e io precipito

“… È uno di quei giorni che
ti prende la malinconia che fino a sera non ti lascia più …”

Ho un groppo in gola, mi appare davanti agli occhi lo spettro della mia immunodepressione, sono anziano, sono a rischio, mi tremano le gambe, “ansia, angoscia, paura, solitudine, caos emotivo, panico”, tutti i sintomi di crisi di cui parlano gli psicologi in questi giorni, tutti in un grumo nero e pesante che non mi fa respirare.

Mi concentro sul respiro, mi aggrappo al pensiero dei miei amici, li conto uno ad uno, poi i figli, poi i nipoti e tutti i progetti avviati, la mia montagna, i miei viaggi.

Mio figlio intuisce, cambia brano, ma è tardi.
Ornella continua a cantarmi nella testa:

“… e non c’è niente di più triste in giornate come queste che ricordare la felicità! Sapendo già che è inutile ripetere, chissà, domani è un altro giorno, si vedrà …”

Domani è un altro giorno, si vedrà.

Pubblicato inGenerale

2 Commenti

  1. Tiziano Benazzo Tiziano Benazzo

    Se potessi prender il mio aquilone e trasformarlo in un parapendio ti verrei a prendere e ti porterei a fare un giro al mare, fratello mio.

  2. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Scrivi sempre benissimo: con la ricerca accurata delle parole, con i giochi fra loro, con la capacità di graduare i vari stati d’animo che “descrivi”.
    La vita non si descrive, si vive: così è il modello di “scrittura” che prediligo e che quando sono coinvolto mi esce, da sola.
    Ad un tratto, però, mentre ti leggo, compiaciuto del bello stile, traspare uno stato d’animo che ti prende il polso che scrive e lo conduce: una ricongiunzione tra cuore e cervello che mi fa sobbalzare.
    E là, ancora una volta, tu prendi tutti noi e potresti condurci dove ti pare. Verso la conclusione della storia, che, da esperto, sai mettere in cima ad una salita messa lì a bella posta.
    E ci gabbi tutti.

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