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Compagna di scuola

“Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
Il piu’ bello era nero coi fiori non ancora appassiti
All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
Poi, sconfitto, tornavo a giocar con la mente i suoi tarli”
I giardini di marzo, Lucio battisti

 

Eravamo tutti belli. I nostri occhi limpidi erano in attesa di sogni, i nostri cuori di passioni travolgenti, le nostre menti della costruzione di un mondo abitato da progresso, sviluppo e pace. Eravamo assolutamente ottimisti: noi nati fra gli anni cinquanta e sessanta ci candidavamo ad essere “la meglio gioventù”.

Monade in questa corrente che spingeva forte verso il domani, varcavo, ad ottobre del ’65, la soglia dell’aula della terza liceo e mi aspettava una novità sorprendente: la mia, da quell’anno, sarebbe stata una classe mista. La prima volta in quel liceo scientifico napoletano: in una classe di 36 alunni, sei erano ragazze, meglio femmine, così come si diceva in contrappunto con maschi, giovanissime donne che riempivano grembiuli con fiocco al collo. Da quel giorno, con lo stesso impegno di un viaggiatore giunto ai confini della foresta amazzonica, cominciai a studiare quel nuovo tipo di presenza viva: si erano sistemate tutte sul lato destro dell’aula in due file di tre, tre macchie nere tra una miriade di colori di noi maschi, tutti, chi più e chi meno condizionati da quell’aggregato insolito e nuovo: meno schiamazzi, meno baruffe, meno lanci di oggetti e di carte appallottolate da un lato all’altro dell’aula.

Eravamo da subito tutti inconsapevolmente soggiogati da loro, dalle femmine. Loro si tenevano in disparte, sempre tutte insieme, parlavano fra loro, ridevano e confabulavano; solo dopo qualche settimana, cominciarono a lanciare qualche sguardo curioso verso il nostro universo maschile.

Io seppi ben presto l’effetto che mi producevano: curiosità e paura. I miei ormoni, in netto ritardo sulla tabella fisiologica rimanevano sopiti lasciando tempo e spazio all’analisi la più dettagliata possibile di ciascuno dei sei esemplari. Evitavo, però, qualsiasi incontro ravvicinato con alcuna di essa, non potendo prevedere quale sarebbe potuta essere la mia reazione all’evento.

Eppure ero stato sempre circondato da figure femminili. Un padre rapito dal lavoro lasciava tutto lo spazio ad una madre totalizzante, possessiva e dedita esclusivamente allo svezzamento del proprio unico figlio maschio. Madre che, appena le era possibile, mi faceva frequentare solo le bambine coetanee del palazzo e nei periodi di vacanza da scuola mi portava ad Assisi dove venivo collocato nel gineceo di mia nonna e di mia zia, affermatissima sarta, e le sue 25 lavoranti donne. Fino ai 15 anni – proprio alla vigilia dell’incontro sorprendente con le compagne di scuola – crescevo fra stoffe e trine, manichini e fiocchi, partecipando ai riti straordinari di un atelier di alta moda: il primo taglio di un nuovo vestito che mia zia, impugnando una forbice che mi sembrava enorme e  inforcando gli occhiali che abitualmente le pendevano sul davanti, operava tra il silenzio generale oppure quando, all’allestimento del défilé dei nuovi abiti della collezione stagionale, le ragazze della sartoria si cambiavano velocemente d’abito davanti a me, ragazzino, che catalogavo minuziosamente tutta la straordinaria moltitudine degli accessori intimi femminili.

Come conseguenza di tutto ciò, avevo fatto naturalmente mio il modo di vedere, di giocare, di parlare e di sentire delle mie amichette coetanee e crescevo con uno spiccato gusto del bello e dell’armonia delle forme e dei colori, una conoscenza inusuale, per un ragazzino della mia età, di stoffe e di tipologie di capi d’abbigliamento ed un talento spiccato che mi permetteva di indovinare, con un solo sguardo, taglie e misure dei corpi che si presentavano in sartoria alla ricerca di un nuovo capo, ed infine una straordinaria attrazione per le calze di seta, le guêpiere, i corpetti, le sottovesti.

Questa a-mascolinità rispetto ai modelli culturali dell’epoca mi è costata un’emarginazione violenta e dolorosissima dai riti dei gruppi maschili di tutte le età, senza d’altra parte poter capitalizzare, almeno durante tutti gli anni dell’adolescenza e della giovinezza, quello sterminato bagaglio di conoscenze del “mondo” femminile che mi avrebbe potuto aprire, come sarebbe successo tantissimi anni dopo, i cuori delle donne.

Insomma avevo tutto questo in testa e alle spalle in quell’anno di terzo liceo che vissi in una stranissima incertezza: sarei voluto entrare in quei capannelli femminili sapendo benissimo che sarei stato perfettamente a mio agio ma d’altra parte temevo di trovarmi a tu per tu con uno di quelle strane ed affascinantissime creature.

Non entrai in quel circolo esclusivo né ebbi alcun incontro con una delle femmine. Mi consumai nell’incertezza e nella solitudine, preferendo nascondermi anche nella fotografia di classe, tanta era l’assoluta disistima nei confronti della mia estetica e la mia insicurezza esistenziale.

Quell’anno fu allietato da un solo evento. Capitava che talvolta il professore di Lettere facesse leggere in pubblico un tema che considerava meritorio di un tributo collettivo. Toccò ad una compagna di classe, quella seduta in terza fila, con il grembiule largo e diritto, un taglio a caschetto, gli occhi neri e il naso piccolo a punta, una voce dolce, naturale e per niente insicura.

Lesse, ascoltai rapito. Rimasi imbambolato anche dopo la fine della sua lettura.

Continuai a guardarla nei giorni seguenti e in tutte le occasioni.

Se ne accorse e quando meno me lo aspettavo mi avvicinò nel corridoio e mi disse: “ma cosa vuoi da me?”

ed io, arrossendo, risposi con un filo di voce “continua a scrivere, ti prego!”

 

“essere felici non è avere un cielo senza tempesta, una strada senza incidenti, un lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.”

Papa Francesco

nella foto di copertina: la foto della classe Terza, Anno scolastico 1965/1966, Liceo Scientifico di Via Cilea, Napoli

 

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Published inDonne

2 Comments

  1. Armando Staffa Armando Staffa

    Che bel quadretto di quei giorni. Le emozioni portate per mano, tenute in disparte, nelle tasche, ma sempre pronte ad esternarsi tumultuose.
    Bello, bello, bello….. e come hai detto tu
    “continua a scrivere”

  2. Gianni Gianni

    Quasi incredibile avendoti conosciuto in eta adulta. Belle emozioni. Bravo come sempre Pier.

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