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Craven “A”

Sono venuto al mondo, secondo figlio, pochi minuti dopo la mezzanotte di un sabato, all’inizio dell’inverno. Nacqui in casa, com’era allora ancora abitudine, regola addirittura. I rischi e i dolori del parto venivano accettati e non si pensava neppure di espellerli dalla vita delle donne come sarebbe accaduto di lì ad alcuni anni: si affrontavano e si vivevano; erano, per così dire, parte del gioco.
Su quella remota notte d’inverno mi sono rimaste tante domande senza risposta, curiosità ovvie, forse anche banali, riguardo a un passaggio così importante nella mia vita. Domande che, senza una ragione, ho rinunciato a porre ai miei genitori. Ignoro, quindi, molte delle circostanze in cui è avvenuta la mia nascita.
Mi rattrista il pensiero di quelle domande mai poste, abbandonate da qualche parte nella mente, ignorate anche in momenti nei quali sarebbe stato ovvio e facile rivolgerle a mia madre o a mio padre o a entrambi. Una possibilità svanita per sempre. Se voglio, dunque, narrare quella notte, devo ricorrere alla fantasia, al più indirizzata e arricchita dai pochi frammenti catturati in ricordi casuali dei miei genitori. Un vuoto che, per come si è creato, mi procura anche un po’ di rancore verso me stesso. Purtroppo non c’è modo per recuperare le occasioni perdute, soprattutto le occasioni per conoscere qualcosa. E non penso solo a qualcosa che riguarda noi stessi. Libri non letti, luoghi non visitati, persone non frequentate abbastanza, musiche non ascoltate, cibi non assaggiati… Anche i più bravi tra noi si lasciano vuoti alle spalle, motivi di rimpianto. Io ne ho innumerevoli e quelli riguardo alla mia nascita non sono certo i più gravi.
Ciò che non ignoro è il luogo in cui sono venuto al mondo: uno dei due appartamenti all’ultimo piano di un piccolo condominio costruito nel vasto giardino interno di un antico palazzo affacciato su Prato della Valle. Una casa di cui non ho altri ricordi poiché l’abbiamo lasciata di lì a meno di due anni e sono mancate le occasioni per ritornare. Mi viene da definirlo un condominio destinato a residenza temporanea, una sorta di luogo di transito perché, come noi, anche le altre famiglie che vi abitavano hanno presto cambiato casa, trasferendosi in abitazioni più ampie, in contesti migliori, più adeguati alle prospettive di giovani coppie già avviate a un’esistenza borghese, in cui le donne, come mia madre, in pochissimi casi avrebbero lavorato, non costrette a farlo dalla posizione dei mariti, destinati al successo, anche economico, nelle loro diverse carriere.
Nuove famiglie benestanti, in parte anche grazie alle disponibilità economiche di quelle di provenienza e alla generosità dei genitori. Io, come altri bambini nati nel condominio, ho avuto un nonno proprietario terriero e uno imprenditore, esponenti di classi privilegiate passate, senza troppi disagi e anche grazie alla buona sorte, attraverso le guerre.
Venni, dunque, al mondo nel cuore di una notte invernale, una notte prossima alla Befana, che allora costituiva l’unica occasione di festa in giorni non mutati profondamente dal diffondersi del benessere e di abitudini da noi del tutto ignote. Natale era solo il giorno in cui si celebrava la nascita del Messia, non una festa dedicata allo scambio di doni e nella quale allestire pranzi fastosi. E anche Capodanno, ammesso che venisse festeggiato, non lo era certo come si è soliti fare oggi.
In casa c’era forse il presepio, non un albero decorato. E i nonni e genitori, non solo quelli benestanti, pensavano a predisporre le calze per i bambini: un piccolo giocattolo, qualche cioccolatino, caramelle, un capo di abbigliamento, giusto quel che entrava in una calza abbastanza grande e che avrebbe reso felici i destinatari, i quali non si aspettavano certo di più.
Anche nelle case delle famiglie privilegiate come la mia, si guardava al futuro con fiducia, ma pure con prudenza, ancora troppo vivo il ricordo di quello che aveva segnato la maturità e la giovinezza dei nonni e dei genitori.
Sono portato a credere che una calza fosse stata già preparata per mia sorella, che aveva poco più di due anni. Il contenuto l’avrebbe aiutata a distrarsi e a percepire con minore fastidio il mio arrivo, destinato inevitabilmente a privarla di affetto e di attenzioni da parte di genitori e parenti. Mi accingevo, inconsapevole, a incunearmi nella sua vita profondamente, alterandola.
Già l’avvicinarsi della mia nascita aveva senz’altro cambiato i suoi giorni. I preparativi per accogliermi, per creare il mio spazio, avevano sicuramente ristretto il suo, avevano ridotto il tempo a lei dedicato da quelli cui lei voleva bene, le persone sulle quali aveva solo da poco imparato a riversare il suo affetto e con l’aiuto delle quali stava imparando a muoversi e a parlare, a diventare una presenza viva, non più la destinataria passiva di cure, ma una bambina la cui personalità andava riconosciuta e lasciata libera di esprimersi, così come suggerivano gli psichiatri infantili, anche loro pronti ad abbandonare posizioni che apparivano inadeguate a un mondo che si andava lentamente, ma nettamente trasformando.
In quei giorni prossimi alla mia nascita, per le maggiori esigenze di mia madre, a mia sorella sono certo venute a mancare le attenzioni di Nella, la cameriera. Come le sorelle, cameriere nelle case di nonni e zii, Nella apparteneva a una famiglia in cui tutti i figli erano andati a servizio, pronti ad accudire persone abbienti, adeguandosi a una sorte apparentemente ineluttabile, che li voleva destinati a rendere facile la vita altrui, sollevando giovani donne più fortunate dall’incombenza dei lavori domestici e della cura dei figli. Anche Nella, come le sorelle e i fratelli, aveva lasciato poco più che bambina una casa di braccianti agricoli, per andare a vivere in città, accolta da una famiglia di cui non sarebbe mai diventata davvero parte, condividendone la quotidianità quasi solo in superficie.
Avvicinandosi il parto, Nella aveva dedicato tempo a preparare ciò che sarebbe servito al ginecologo e alla levatrice, chiamati ad assistere mia madre e a farmi venire al mondo: teli, recipienti, acqua calda, oggetti di ogni giorno destinati per una volta a un uso diverso e forse considerati più preziosi, proprio perché impiegati nella nascita di un bambino.
Un bambino di cui non si sapeva nulla. Solo una volta uscito dal corpo di mia madre, infatti, avrebbero conosciuto il sesso e, più importante, avrebbero scoperto se il corpo e, almeno apparentemente, anche la testa erano correttamente sviluppati.
Ovvio che mi volessero prima di tutto sano. Probabile che, in subordine, mi desiderassero maschio. Una femmina e un maschio, due figli, l’ideale progenie in anni nei quali già si avvertiva meno il desiderio di prole numerosa: la mortalità infantile non costituiva più motivo di grande preoccupazione e, anche nelle famiglie religiose, trovava meno accoglienza la visione della Chiesa, che avrebbe voluto che le giovani coppie privilegiassero la procreazione, anteponendola a ogni altro aspetto della loro unione. Una visione che, appunto, molti preferivano ignorare: si guardava al futuro, alla vita con i figli, alla loro istruzione, alle vacanze, alle tante situazioni nelle quali appariva preferibile avere un nucleo familiare non troppo numeroso.
Dov’era mio padre mentre venivo al mondo? In casa. Aveva tenuto compagnia a mia sorella e, forse aiutato da Nella, l’aveva messa a letto, leggendole una storia perché si dimenticasse dell’agitazione che percorreva le loro vite e trovasse il sonno. Poi, quando infine lei aveva chiuso gli occhi e si era addormentata, dopo aver trascorso qualche minuto con mia madre, era tornato in salotto e si era seduto in poltrona. Aveva preso il pacchetto di Craven “A”, ne aveva estratta una dalla rossa scatola quasi quadrata, aveva osservato la sottile striscia di sughero applicata sulla parte da mettere tra le labbra, l’aveva battuta delicatamente alcune volte per compattare il tabacco Virginia e l’aveva accesa.

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