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Di vento e di acqua

 

Oggi ho l’età che avevi tu quando te ne sei andato vent’anni fa. E forse lo stesso disincanto, ma questo è più difficile da valutare, perché non ricordo di averti mai sentito lamentare la perdita delle speranze. Certo guardarti vivere mi ha sempre fatto pensare a una persona senza illusioni soverchie, ma sentirtelo dire no. Del resto gli uomini, a parte gli scrittori che sono di un’altra razza, non si raccontano. Devi decifrarli.
Ti penso spesso, provo a immaginarti bianco e curvo in questo presente buio. E ogni volta penso che il tuo cuore aritmico ti abbia risparmiato altre amarezze. Paradosso benigno di cui ancora mi servo per medicare l’insanabile assenza di te.
Il vantaggio di certe partenze anticipate è che ti lasciano intatto nell’amore che hai suscitato. Peccato solo che non ci sia reciprocità, sono io che non esisto più per te.
Eppure, a chi raccontare le mie scaglie di felicità se non a te? Con chiunque altro il pudore mi impedirebbe di usare questo termine: felicità è parola impegnativa e quasi sempre più lunga del tempo in cui si dà. Quindi tu, che l’hai forse vista nei miei sorrisi di bambina, sei il solo cui possa confidarle.

Si tratta di qualcosa che di me ignori, non ne ero capace fino a che ci sei stato, non ne sono stata capace nemmeno per molto tempo dopo.
Ma adesso è diventata la mia isola che c’è.
Capirai presto che la metafora non è casuale e che ha a che fare con una solitudine molto speciale, di qualità rara e benefica.
Non devo raccontare a te la densità insostenibile della città in cui abbiamo vissuto insieme e in cui vivo senza di te, quel sentimento di dolore urbano che ti costringe il cuore come in una morsa e ti frammenta il respiro. Non devo nemmeno ricordarti quanta voglia ho sempre avuto di allontanarmene. Ciò che non sai è che non ci sono ancora riuscita, ma ho trovato, da qualche anno, un luogo di compatibilità. Il mare.
È dal ’53 che tutti sanno che il mare non bagna Napoli ed è forse per questo che ho impiegato tanto a scoprire il mio luogo, la barca a vela.
Ho iniziato per amore di un uomo e, come accade per le lingue, quando c’è amore si impara tutto più in fretta.
La prima cosa che ho imparato è la vita in assenza di rumore. Movimento d’acqua attraversato dal vento.
La prima cosa che ho dovuto imparare sono stati i nodi.
I legami sono una cosa naturale. Sperimentare che ciascun legame può ritenersi saldo solo con un nodo specifico, beh, questa è una lezione che puoi impiegare anche tutta la vita a imparare.
In barca, invece, la cosa è di un’evidenza immediata, come immediata è la comprensione che altrettanto importante della loro tenuta è che i nodi possano sciogliersi in fretta e senza danno per le manovre, né pregiudizio per la navigazione.
La terza prima cosa che ho imparato è stata il vento.
Dalla carezza gentile tra i capelli allo schiaffo brutale della raffica. Ho imparato a calcolarne la direzione, a decifrarne le irregolarità, ad aspettarne il ritardo. Ho imparato a regolare le vele per assecondarlo, bordandole per risalirlo, come si risale il corpo di un amante, senza fretta di arrivare, o filandole per accoglierlo e trattenerlo nella spinta dell’andatura portante. Ho imparato a perseguire l’equilibrio con il movimento continuo, attento, sensibile. L’armonia è il modo migliore per ordinare il caos.
Scoprirmi in grado di far navigare una barca è stata un’emozione della potenza di una pentecoste, sapevo improvvisamente parlare un’altra lingua, una lingua naturale, fisica. Una lingua di dialogo, di imprevista cooperazione tra la piccola David che sono e il duplice Golia di mare e vento.
Ricordi il mio corpo che ti sembrava troppo esile anche per una donna?
La forza delle mie mani, moltiplicata dai verricelli, mi è sufficiente al governo di cime e manovre, la forza e il coraggio del mio corpo sono raddoppiati dal mio compagno, sempre sodale e complice di inquietudini e navigazioni.

Siamo andati ad abitare fuori città, per stare più vicini al mare. Appena siamo liberi, e con qualunque tempo, usciamo in barca.
Salire a bordo è come varcare un confine, e infatti la serie esatta di gesti che compiamo per i preparativi ha un che di rituale, un’allusione vaga alla solennità del passaggio. Niente di così anodino come infilare una chiave, accendere il motore e partire.
Anche l’uscita dal porto ha qualcosa di definitivo. Ogni volta.
Poi in mare sono io, io con tutti i progenitori fenici e greci, i delfini che incrociano la mia rotta tra le isole del golfo, o la sorpresa di una sporadica tartaruga salvata dalle cure della stazione zoologica cittadina. Io che mi allontano per ritornare, anch’io con la mia Itaca pretesto di navigazione.
Si armano le vele, si segue il vento, quasi sempre senza meta. Per navigare a vela non serve.
La distanza e il mare che la colma restituiscono bellezza alla città. Allontanandomi me ne sento meno estranea. A largo, il silenzio ospitale filtra il rumore urbano di fondo e libera un ascolto selettivo e cosciente che rigenera le percezioni. In particolari condizioni di luce, quando il giallo del tufo si addensa in una luminosità porosa, mi capita perfino di avvertire un fremito di amore. Ma forse esagero. È solo il mio umore che inclina al bello, trascinato da una sensazione fisica di pienezza e benessere. Il mio corpo partecipa di un insieme attivo, senza subire la vicinanza aggressiva e indistinta della folla. Una singolare sensazione di benessere, senza riposo e senza quiete.
Ho bisogno di molto poco in barca, fumo quasi per niente.
Il vino e il cibo sono per la sera, nei porti o in rada, quando non si naviga e questo vuoto ha bisogno di essere riempito e la stanchezza fisica di essere confortata.
Oppure per dopo una regata.
Dalle regate ci siamo tenuti alla larga per anni, l’agonismo è una condizione troppo distante dalla nostra idea di vela. Ma le cose cambiano. E in ogni caso, se anziché l’aspetto competitivo metti a fuoco quello dell’esperienza, anche le regate mostrano il loro lato positivo. Ma come un’effrazione, uno scarto dal nostro sentire.
La cosa che amo di più nelle regate è quando finiscono e posso smettere di fare la dura e urlare ordini all’equipaggio. Dopo una regata, in banchina c’è una sobria euforia, sorridono tutti, anche quelli che arrivano sempre ultimi. Forse è per il vino che comincia a circolare passando di barca in barca, ma è come se in giro ci fosse della contentezza, molto intima, ma non privata.

Ecco, infine questo è il segreto che volevo raccontarti.
In barca, qualche volta, riesco a essere un po’ felice.
Certo, niente di stabile, né duraturo, ma ciò che conta è che si tratta di una forma di felicità decisamente rinnovabile.
Ora ti lascio tornare al tuo silenzio. Ciao papà.

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Published inGenerale

Un commento

  1. Roberto Frigo Roberto Frigo

    Scritto molto bene e davvero bello, credo anche per chi, diversamente da noi, non ama andare per mare a vela. Brava

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