Salta al contenuto

Diario di un viaggio di ritorno

#gliesercizidicontame

Quello da Milano di un giovedì di dicembre, freddo e piovoso.
Arrivati a Bologna centrale col Freccia Rossa e con ventinove minuti di ritardo (a 30 minuti ti riconoscono il rimborso, mmmahhh!), io e mio cugino Francesco abbiamo la certezza di aver perso la coincidenza del regionale per Prato.
Sono le diciannove e in biglietteria ci consigliano di prendere l’intercity delle venti, ma che registra già più di venticinque minuti di ritardo. Vabbè… paghiamo la differenza tra il costo del regionale che “abbiamo” perso e l’Intercity e incrociamo le dita.
Avevamo comprato una schiacciata all’Antico Vinaio della stazione di Milano e decidiamo di ammazzare il tempo anticipando la cena. Fortunatamente la sala di attesa della stazione di Bologna è riscaldata e ci sono numerose sedie. Ci sediamo a due passi dal luogo dove nell’agosto del 1980 esplose la bomba che uccise decine di innocenti e i cui nomi sono riportati nella lapide commemorativa. La cosa che mi colpisce di più è il pavimento: nel punto dove era posta la bomba hanno lasciato quello originario.
Ci sediamo, tiriamo fuori la schiacciata e cominciamo a mangiare. Poco distante da noi è seduta un’anziana signora. Dorme.
La guardo meglio: è una senzatetto, una clochard.
Non riesco mai a rimanere indifferente quando vedo anziani senzatetto. Mi chiedo sempre com’è possibile che la storia di una persona possa arrivare al tramonto in quel modo drammatico.
Dimenticati da tutti e senza niente.
Non riesco a mangiare. Lo stomaco si è chiuso e il dolore mi impedisce di pensare ad altro.
Cerco di scambiare qualche parola con Francesco, ma niente… i discorsi sono vuoti e apparentemente senza senso.
Guardiamo il tabellone degli orari e scopriamo che il ritardo è aumentato. Adesso la partenza del treno è prevista per le venti e quaranta. Quando manca un quarto d’ora decidiamo di avviarci verso il binario.
Pulisco la mia schiacciata dalla parte morsicata, la incarto e la lascio vicina all’anziana clochard che sta ancora dormendo. Istintivamente controllo che respiri…
Arrivati al binario il ritardo è aumentato di altri 10 minuti.
Ridiamo amaro per la situazione mentre guardiamo l’app degli orari sul cellulare. La voce meccanica dell’annunciatrice ci avverte che l’Intercity è in ritardo a causa di un guasto. Francesco si accorge che adesso è conveniente prendere il regionale delle venti e quarantotto, ma mancano due minuti e il binario 1 bis è a circa cinquecento metri di distanza. Ci guardiamo e decidiamo di provarci.
Ora, per un topo di ufficio come me che saranno due anni che non fa nessun tipo di attività fisica che richieda fiato, partire a razzo e correre come un matto, e per di più con un freddo pungente che penetra nei polmoni, non è proprio la cosa più simpatica del mondo. Sento la voce meccanica degli annunci della stazione “blaterare” qualcosa, ma non ci faccio caso. Col cuore che batte a mille, arriviamo al binario 1 bis.
Deserto… a parte un tipo che ci urla con accento slavo: «Il regionale parte dal binario otto, l’hanno detto ora!»
Adesso la situazione è drammatica.
Dobbiamo correre di nuovo i cinquecento metri al contrario rischiando comunque di perdere sia il regionale che l’Intercity.
Riparte la corsa. Le gambe si induriscono e i polmoni chiedono pietà! Ma noi teniamo duro.
La voce meccanica continua a “blaterare” parole.
Arriviamo alle scale del sottopasso e veniamo letteralmente investiti da una massa di persone che salgono veloci. Una signora ci chiede se corriamo per prendere il regionale. Gli rispondo di sì tra un respiro e l’altro.
«Hanno appena annunciato che partirà dal binario 1 bis! Correte che altrimenti lo perdiamo!»
Io e Francesco decidiamo di “corricchiare”. Seguiamo l’onda, sperando che il treno non parta vedendo tutta quella gente che stava arrivando. Nel frattempo l’aria non è più fredda, è olio bollente che mi viene colato direttamente in gola e le gambe due paletti di legno.
Ma il binario 1 bis si presenta deserto come era pochi istanti prima.
Io e Francesco ci guardiamo, ansimando come due locomotive a vapore, non sapendo se ridere o piangere.
Qualcuno, però, indica due fanali sui binari in lontananza. «Arriva il treno!»
Saliamo sopra e ci “sdraiamo” sui sedili.
Il controllore è seduto vicino a noi.
L’unica consolazione è quella che l’Intercity non è ancora arrivato. Tutto sommato ne è valsa la pena.
Il respiro piano piano torna normale e noi ci sistemiamo meglio in attesa della partenza del treno. Io ne approfitto per mandare un messaggio a casa per avvertire del “successo” raggiunto.
Passano i minuti e ci chiediamo quando partirà il treno, visto che ormai sembra che nessuno debba salire ancora.
Dopo dieci minuti la nostra pazienza comincia a dare segni di cedimento. Mi volto verso il controllore che sta serenamente guardando il suo cellulare e gli chiedo se ci sono dei problemi.
«Ah! No… nessun problema» risponde lui «Dobbiamo solo aspettare che passi prima l’Intercity che è in ritardo»
Le mie mani coprono direttamente la mia faccia mentre sento Francesco che emette un “Noooooo” scoraggiato e amaramente accompagnato con un sorriso sarcastico.
Ormai ci rassegniamo. Nessuno dei due pensa minimamente di scendere e correre al binario del l’Intercity.
Qualche minuto più tardi mi trovo a guardare fuori dal finestrino il buio pesto delle colline tosco emiliane, e mi dico che, in fondo, ci lamentiamo davvero per poco.
Ripenso all’anziana clochard e spero che almeno per lei, questa sera, sia un po’ meno triste delle sere precedenti.

Pubblicato inGenerale

Commenta per primo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *