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Discorsi sopra la prima deca di Roberto Speranza

Questa sera sono uscito. Per la prima volta, di sera, dopo che ho perso i miei primi 50 anni con la morte di mia madre. Ma anche stasera, come tutte le altre sere di prima, prima di tutto l’adesso, avevo qualcuno a cui dedicare i miei pensieri di ansia e benevolenza, i miei due gatti e il cane. Fino alle 19,30, fino quando cioè mia cognata non mi ha mandato un sms dicendomi che il Monco era in casa, essendomi sfuggito insieme a Ciotola, che però ho ripreso quasi subito, non me la sono vissuta bene. D’altra parte ero indeciso se partecipare a questo grande rito pagano della risurrezione del popolo. E forse è stata questa indecisione a farmi vivere male la mia prima uscita serale dopo l’estate o settembre o novembre, no, novembre no. Mi sono portato il pc per fare cose, ma non l’ho usato. Ho bevuto un caffé in quasi un’ora, guardando le finestre chiuse dei palazzi di Via Matteotti, guardando le finestre chiuse e la strada, dove passavano imbecilli che rombavano la loro auto a 10 metri dal semaforo. Ho trovato una Montagnana diversa, come se non fosse più il mio paese.
Come se quelli che c’erano prima fossero stati sostituiti, nello stesso posto, sulle stesse sedie dei bar, presi i vecchi e buttati via e messe nuove facce. Non funzionava più la liturgia del giro in bici attorno alla piazza partendo dal mio baretto fino alla Rocca per poi tornare in direzione est, dove guardavano le pievi nel medioevo, verso la piazza. Allora mi sono concentrato sulla pietra, sulle mura, sui muri, sui pilastri, sui sanpietrini per trovare ancora quella che io, rubando impropriamente a Stendhal la parola “cristallizzazione”, intendevo semplicemente come un fermare il tempo, impedire il progresso, impedire il divenire, cristallizzare il tempo e vivere finalmente in una dimensione metafisica, io l’ho fatto, ci sono riuscito, ma non poteva durare. Ma a differenza del filosofo di Platone che torna nella grotta dopo aver visto il mondo esterno io non ho nessuna voglia di spiegare.
Le pietre diventano l’ancora della nostra identità, il punto fermo, il paradigma col quale affrontare la rivoluzione che nessuno ha voluto. E si, un po’ di pace le pietre la danno, un ristoro, una sicurezza, muta, ma certa. Alcuni bar hanno chiuso, altri hanno aperto, la gente si muove in un mercoledì incerto, a metà tra il sole e il vaffanculo. Dall’angolo della torre verso il segno del cancro, la morte dell’uomo mi pareva sballata anche la corrispondenza con la sua omologa, verso il segno del capricorno, l’entrata nel regno degli dei, a ovest, dove tramonta il sole, dove c’è il cimitero di Montagnana, fuori dalle mura. E se la corrispondenza salta allora salta anche tutto quell’antico rituale tramandato, forse, chissà, già molti secoli prima di Cristo, forse da quando qua eravamo un popolo felice, prima dell’invasione degli indoari.
E’ il meccanismo cosmico che salta, che fallisce dopo secoli e millenni di precisione estrema, di speranza, di predizione. L’auruspice tace, afasico, demente, mentre l’uomo folle danza ripetendo ossessivamente “ve l’avevo detto, ve l’avevo detto, ma non mi avete voluto ascoltare”. E’ come se fosse stata calata una nuova postmodernità, più agghiacciante della prima, più silenziosa, ma anche più penetrante. Oggi, ciò che viene detto diventa reale, a prescindere dalla diagnosi. Nelle cucce calde riposa ancora l’illusione del non detto e alle 21,30 ho sentito il bisogno di tornare a casa dalle mie bestie.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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