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Dopo la tempesta

Quando la tempesta sarà finita,
probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo.
Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita davvero.
Ma su un punto non c’è dubbio.
Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.
Harumi Murakami, Kafka sulla spiaggia

 

Ricordi? ne parlavamo in quel baretto di Via dei Volsci a Roma. In un angolo del giardino, di pomeriggio, con la frescura romana che ti lascia il segno addosso, sotto la pelle. Raccontavo ed era la prima volta che ti parlavo di cose, fatti, eroi, lotte del “tempo mio”. Tu avevi una camicia a quadretti celeste e fumavi il sigaro. Eri contento. Ti piacque quella situazione: me lo hai detto più volte in questi anni di questa strana nostra amicizia. Ed a un certo punto ti parlai della mia “angoscia di morte”. Dissi che l’avevo da sempre, forse da quando ero piccolo. Allora, la dipendenza assoluta – affettiva e pratica – da mia madre mi metteva di fronte allo spettro dell’abbandono angosciato ogni volta che i miei uscivano con l’automobile. Poi, crescendo, era diventata una cosa più oscura, che mi assaliva all’improvviso, quando meno me l’aspettavo, sulle note di una canzone del passato o con le immagini di una scena di un film sulla memoria. La memoria dolorosa ed il tempo che passa inesorabile e l’angoscia mi prendeva alla gola, mi mancava l’aria, mi batteva forte il cuore; poi andava via, improvvisa come era arrivata. Ma quella portata dal vento tempestoso dei mesi scorsi era una cosa diversa. Non era un’angoscia mentale, era paura vera, fisica. Quella che leggi negli occhi della vittima predestinata in un film quando l’assassino è lì vicino: apre le porte una dopo l’altra e tu – spettatore – sai che ormai manca poco, la troverà e la ucciderà. Paura fisica, incontrollabile e travolgente che ti fa allargare gli occhi e seccare la gola. Polmonite interstiziale bilaterale: questo il nome dell’assassino che mi stava “inseguendo”. Ascoltavo tutte le sere i bollettini, scandivo nella mia testa il numero delle terapie intensive e immaginavo quell’assassino che sarebbe venuto a prendermi e per me, settantenne con problemi cardiaci ed enfisema polmonare, non c’era posto in terapia intensiva: meglio salvare qualcuno di più giovane ed in salute. La tempesta di fine febbraio e di marzo mi ha travolto, tramortito, mi ha messo di fronte ad uno spettro dal quale non riuscivo a distogliermi. Eppure non ho messo il naso fuori di casa per settanta giorni ma guardavo con ansia mia moglie che tornava da piccolissime ed inevitabili incombenze come si guarda ad un possibile killer che ti porta fino casa il virus mortale. Mortale, almeno per me. (Pier)

Ricordo quel pomeriggio. Ricordo tutto. Con gioia quasi infantile.

Ricordo che ascoltai molto e, stranamente, parlai pochissimo.

Perché non era necessario, e la situazione era davvero perfetta: ero vicino, anima e corpo, al racconto vivo di anni eroici che, per uno che anagraficamente non potè viverli, rappresentavano “il mondo nuovo”, un romantico e stupefatto “sol dell’avvenire”.

Ricordo che tanta vita narrata mi sembrò giustificare anche tanta morte temuta.

Mi sembrava giusto, per uno come te, aver paura che la lotta, il confronto, il sogno avesse un termine: ancora troppo lungo il cammino, ancora tante parole da dire, sorrisi e pensieri da crescere, delusioni da alleviare, da allevare.

Non ce lo dicemmo, ma fu proprio in quel baretto di Via dei Volsci che prese forma l’idea di uno spazio fisico, più che intellettuale, dove raccogliere le storie, la vita, non solo la nostra.

Ma l’angoscia di morte si fa fatica anche a raccontarla.

Almeno, io non ci riesco. Perché mi prende la rabbia più cupa per la crudeltà della situazione.

Mi conosci: io non voglio morire perché un’entità subdola mi soffoca, preferisco immaginare un tragico incidente in montagna, il sole, e io che vivo, che vivo fino all’ultimo.

Mi logora la rabbia, più della paura. Perché mi sembra che nella paura di contagiarsi ci sia la fine della comunità, di tutte le comunità, da quelle scolastiche a quelle artistiche, economiche, sportive.

Che fare? Io qualche idea ce l’ho. (Ernesto)

Io ho fermato la paura come fosse un fermo immagine. Ne prendevo atto: avevo paura.

Ho accettato che questa emozione primaria scandisse il sottofondo dei giorni a venire e sono andato a cercare il coraggio.

E l’ho trovato: negli amori e nelle storie.

Era l’inizio di marzo: dalle notizie, i dati, le cronache solo angoscia. Ma qualcosa cui aggrapparsi c’era.

Le bambine, le mie figlie piccole, proprio in quei giorni, ci hanno detto che la vita trova sempre un modo per affermarsi: con un fare leggero, divertito e complice hanno cominciato ad occuparsi di faccende di casa, a cooperare, spingendo la loro autonomia fino a diventare i “nostri ospiti adulti”. Le trovavamo di buon mattina già vestite a preparare il caffè e a programmare la giornata con noi.

La vita andava avanti, anzi tutto quello sconvolgimento era un ragione buona per crescere.

Poi il 6 marzo è arrivata al Blog la storia di Alessandro Ranieri, uno sfogo lucido, un atto di denuncia preciso, un narrare la “sua” esperienza dentro il “virus padano”.

Una folgorazione.

Ecco la strada: dovevamo e potevamo mettere in comune le narrazioni di questa esperienza nuova e certamente memorabile. Ciascuno di noi scriveva per se stesso ma il Blog si sarebbe incaricato di mettere in comune quei pezzi e dare all’ordito il senso di una esperienza comune, pur vissuta in città e in situazioni personali diversissime, con punti di osservazione sociali e lenti politiche le più disparate: una riflessione collettiva di una storia assolutamente inedita per ciascuno.

“Scrivi che ti passa”. “Storie di quarantena”. “Diario di questi giorni”. “Confessioni”. Barbara, Marina, Carlo, Angela, Sara, Verena, Carla componevano questo racconto a più mani e implicitamente chiamavano altri ad aggregarsi.

Il Blog raccoglieva le storie.

Era proprio questa l’idea che ti mosse quella mattina – fra un pò faranno due anni – quando venisti da me con quell’aria un pò sorniona di chi ha in serbo una sorpresa, una magia che ti lascerà senza fiato. E facesti anche finta di chiedermi come si sarebbe potuto chiamare il blog, il nostro Blog.

Il nome ce l’avevi già in testa nella tua lingua: Contame, raccontami, dimmi la tua storia.

Raccogliere tracce, intessere fili, condividere pezzi di vita.

Il virus e la quarantena – da marzo, la Pasqua del 2020, il 25 Aprile, fino al 4 maggio – costituivano la scenografia, un Presente dilatato del quale non si vedeva la fine, dentro la quale gli autori collocavano le loro narrazioni: il quotidiano sentire, i ricordi.

E il Blog custodiva tutto questo. Che farsene? Quali sono le idee che hai? (Pier)

 

Qualche settimana fa, stremato dall’isolamento, ti avrei risposto prendendo a prestito queste parole: ”… Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove…”e, con il sarcasmo che aiuta entrambi a sopravvivere, ti avrei pure sfidato a dirmi di chi è la frase.

Oggi no, non più.

Perché so con chiarezza cosa è successo, a te e a me.

Mentre tu accumulavi “fili, pezzi di vita”, aggiungevi documenti, raccoglievi racconti, esperienze, stivando tutto nel granaio di Contame, io ero impegnato a togliere.

Toglievo tutto quello che abbiamo imparato non essere essenziale: i cassetti (dove dimentichiamo le cose amate), la paura del giudizio, il procrastinare, gli anglicismi, certi amici, l’ostentazione, e molto altro.

Non sapendolo, sia tu che io stavamo lavorando alla sanificazione del luogo dove le parole si muovono e vivono, trasformandolo in un’arca, un “lessico familiare” nuovo, scritto insieme con i lettori di Contame.

Tutte parole che hanno acquisto un significato intenso, più largo: aria, persona, straniero, stupore, fiducia, misura, critica, normalità, voce, natura, rigenerazione.

Noi siamo diventati questo: i forti, prudenti e attenti custodi di un granaio/fienile/arca, un ambiente asciutto e arieggiato che potrà sfamarci se l’inverno sarà lungo.

Dentro Contame sapremo scaldarci a vicenda, e a tutti, ma proprio a tutti, basterà un sospiro o uno sguardo d’intesa capire, e fare festa.

Diamoci appuntamento

alla festa delle lucertole,

dei piccoli sentieri,

dei chitarrini,

dei suoni animali

diventati zampogne,

dei paesini che al tramonto

sorvegliano il mare.

Diamoci la mano.

Facciamo girotondo

perché casca il mondo

ma se cadremo per terra

la feconderemo di nuovo

Diamoci le mani

anzi incrociamole

che la danza chiede oggi

un respiro solo.

Che la mano finisca là

dove comincia

la spalla di un altro,

vibrando insieme

alghe di un mare

in un’onda gentile

Diamoci appuntamento

per una festa, ancora. (Ernesto)

nell’immagine: Quiete dopo la tempesta da www.juzaphoto.com

 

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Published inGenerale
  1. Mino Mino

    Semplicemente bellissima ♥️

  2. Nadia Nadia

    Grazie. ❤
    Un tuffo al cuore. Il respiro che manca. La paura delle cose banali. La mancanza delle cose banali. Il sole e la brezza marina, la mia ricarica di energia di sempre, fanno paura. Aria bella che avverti mefitica, carica di morte. La sirena arriva, di notte. Io di notte vado in giro, non c’è nessuno in giro nel quartiere. La vedo, li vedo. I nuovi monatti. Il respiro manca di nuovo. I pensieri corrono.
    Un caleidoscopio di immagini, frammenti di una foto che magicamente si ricompone. Emozioni, le vostre, le mie. Un tappeto, il solito tappeto diventato ormai zona di comfort nel suo “sopra”, sotto al quale nascondere tutto.
    E poi arrivate voi…
    Grazie 😘💕

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