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Due fratelli

Tutti i parenti mi dicevano che assomigliavo allo zio Ottavio.
Ero molto fiera di questo: una foto in bianco e nero mi rimandava l’immagine di un ragazzo bellissimo.

I capelli ricci e imbrillantinati come volevano gli anni 30 del Novecento, il viso ovale, una bocca sorridente e conquistatrice, gli occhi scuri e intensi.
Era una promessa per il nonno, che lo vedeva futuro dottore in agraria, a dirigere al suo posto quella meravigliosa campagna, nella Bassa Veronese, dei cui frutti ancora rammento il gusto dolce e maturo del sole.
Non c’è più bel ricordo d’infanzia dei sapori…

Mio padre invece studiava lettere e della campagna amava la parte più fantasiosa, quella libera degli uccelli, del vento, degli alberi, dei silenzi, quella che tiepida nei mesi estivi lo accompagnava sognante nella lettura e nella scrittura di poesie o lunghe lettere agli amici.

L’uno era vivace, esuberante, intraprendente e di successo, l’altro era riflessivo e regalava il suo animo alle parole non dette, che come macigni pesavano a volte nel suo cuore.

Ottavio piaceva alle ragazze.
E le portava con sé sul suo motorino.

Un giorno una curva lo fece sbandare.
Usciva solo un po’ di sangue dalla sua gamba… Ma usciva dall’arteria femorale.

La compagna che era con lui, incolume, non poté fare molto: morì dissanguato in pochi minuti.

Aveva ventitré anni…

Mio padre, per amore, chiamò il suo primogenito con il nome dello zio.
Ma non ho mai sentito quel suono uscire dalla sua bocca. Il dolore lo impediva.
Mio fratello assunse di fatto un altro nome.

Mio padre non mi ha mai raccontato di lui.
Mi sarebbe piaciuto sapere dello zio bellissimo che un po’ mi assomigliava.

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