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Edo

 

“Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere.”

Ernesto Guevara

 

Questa storia non è per tutti. E’ una storia di altri tempi. E’ una storia di valori, ideali e passioni che ti sanno portare per mano lungo tutto una vita e che ti fanno piangere quando a morire è uno che ha vissuto in quel modo, con quella luce nel cuore, anche se non lo vedevi da anni e non sapevi più nulla di lui.

Non la devono leggere coloro che non hanno vissuto, nella loro vita professionale, un atto di ribellione al “capo” al “padrone” al “superiore” o all’Azienda. Non la devono leggere quelli che non hanno mai sognato una società diversa da questa, un Mondo Nuovo costruito sull’eguaglianza, sul rispetto d’ogni diversità, sulla condivisione dei bisogni e delle risorse. Non la devono leggere coloro che non hanno occhi per piangere per la morte di “un compagno”, un termine desueto che è solo il simbolo collettivo di un sogno che ciascuno serbava nel cuore, che sia stato conosciuto e amato da tutti – Che Guevara, Enrico Berlinguer – o solo da un gruppo, non interessa quanto ristretto o quanto largo, di fratelli con il quale divideva il pane e le rose, le battute di pesca o le cantate insieme nelle sedi dei centri sociali.

Questa storia è solo per alcuni ed è dedicata a loro. Questa storia è per Fabio, Sandro, Nino, Sergio, Walter, Antonio, Danila, Paolo, Matteo, Loris, Francesco, Marina, Susanna, Nicola, Franco, Fausto, Alessio, Bruno, Pietro, Carlo, Claudio, Giuseppe, Barbara, Giuliano, Loretta, Giorgio, Manuela, Enrico, Nevio, Emanuele, Andrea, Cristiano, Paola, Luca, Fausto, Daniela, Marco, Irene, Alberto, Fausto, Brunella, Enrico, Beatrice, Oddo, Roberto Gabriele, Tiziana, Angelo, Carlo, Damiano, Nadia, Onelio, Gabriele, Roberto, Giacomo, Marco, Luciano, Vincenzo, Cinzia, Massimo, Fabrizio, Eliana, Gaia, Nicola, Laura, Simona, Martina, Amina, Viviana, Pierfrancesco, Oiza, Ocram, Liuba, Lucia, Ugo, Gioia, Silvia, Simonetta, Silvana.

E’ dedicata a tutti loro, a tutti noi che dovremo fare a meno di lui, Edo, Alfredo Antomarini, del quale ciascuno serba un proprio ricordo personale, un’istantanea, un momento di vita legato a quella faccia, a quell’espressione seria e un pò ironica con gli occhi spesso velati da un nube di tristezza ma sempre capace di strapparti una risata con le sue battute e con le sue storielle.

Questa storia è il fiore che lascio su una tomba, un epitaffio che rimarrà qui, che non sarà letto in pubblico, non farà parte di nessuna cerimonia pubblica perché a ciascuno di tutti quei nomi basta portare con sé il “suo Edo”.

Il “mio Edo” è racchiuso in una cena. A Padova: mi venne a trovare “come amico e non come collega” – me lo disse così, sorridendo. E mi raccontò una storia di qualche secolo prima: di quando lui partecipò al congresso epocale, quello che avrebbe deciso lo scioglimento del PCI, l’inizio della diaspora e, forse, l’inizio di tutto il resto. Lui vi partecipò come delegato per la mozione di Antonio Bassolino. Una mozione nata per costruire un ponte fra “quelli del NO” e quelli del Si ad un Nuovo Partito, ad un Nuovo Nome, ad un Nuovo Simbolo. Quella mozione prese il tre per cento e su questo “modesto risultato” Edo ci ricamò sopra battute, brevi aneddoti, molte risate e grandi sorrisi. Guardavo la sua faccia allungata, circondata dai capelli lisci sempre un pò lunghi, sormontata dagli occhiali e che poteva illuminarsi di un sorriso ampio, generoso, luminosissimo. Era la prima volta che ci parlavamo così da soli, fuori da ogni ruolo, senza obblighi e senza ombra di falsità. Fu una serata semplice e per questo ricca: mi mandò a dire, senza bisogno di dirlo con le parole “per me sei sempre lo stesso, sei un compagno”. Ne avevo un gran bisogno in quell’inverno del 2005.

Non glielo dissi allora. Lo dico adesso: Grazie, Edo, grazie!

ringrazio Fabio Carletti senza il quale non sarebbe stato possibile ricostruire un “Edo, bene comune”

 

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Published inSogni

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