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Elena e la legge 194

 

L’attesa del primo figlio, la fece gridare di gioia.
La seconda attesa non la fece gridare ma l’accettò.
La terza volta gridò per la propria scalogna.
La quarta volta decise di abortire.

Elena era poco più di una bambina, era cresciuta con una nonna tenera e accondiscendente che aveva provveduto a lei cercando di rimediare l’incapacità di una figlia immatura e instabile. Quando Elena le comunicò di avere un ragazzo e che si doveva sposare perchè aspettava un bambino, lei, la nonna respirò di sollievo. Ora qualcun altro si sarebbe preso cura di Elena e lei poteva, finalmente invecchiare più tranquilla.
Ma non andò così, il ragazzo di Elena era taciturno e ipersensibile, scansava le responsabilità e la ragazza si ritrovò un bambino da curare a diciassette anni appena. Sua nonna non si tirò indietro ma era avanti con gli anni e quando arrivarono i gemelli aveva ben poco da dare, era troppo stanca e Elena dovette crescere in fretta e si ritrovò, a meno di vent’anni con tre figli e una famiglia da mandare avanti. Per la prima volta mi trovai a dover inserire al nido tre fratelli contemporaneamente.
Tutti i giorni mi ritrovavo a guardare questa giovane mamma esausta, sfiduciata, rassegnata a una vita impegnativa.
Un giorna me la vidi entrare in ufficio, si sedette abbandonandosi sulla sedia che mi stava di fronte e sbotto dicendo: – Vado ad abortire –
Accusai il colpo. Discutere con lei era difficile, era come parlare a una bambina ma la sua disperazione aveva bisogno risposte e soluzioni.
La pregai di attendere e chiamai l’assistente sociale. In due cercammo di calmarla e poi le indicammo cosa fare. Nella sua ingenuità non conosceva nessun mezzo per evitare ulteriori gravidanze e aveva paura anche di quel che doveva affrontare.
Anche il suo aborto fu traumatico e due settimane dopo tornò nel mio ufficio a raccontarmi quello che aveva subito.

In questi giorni che su tutti i quotidiani abbiamo letto della mostruosità del cimitero dei non nati, con il nome delle madri ben scritto a futura vergogna, mi sono ricordata di Elena e del suo resoconto su quanto aveva subito.

Mi parlò di ingiurie pesanti ma quello che la ferì più di tutto furono gli schiaffoni che il chirurgo le diede prima di operarla.

Ne rimase sconvolta e io con lei.

Mi maledissi per non averla accompagnata.

Avrei dovuto proteggerla meglio.

nell’immagine: Il cimitero dei feti, da Espresso Repubblica

 

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