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Emma

Emma era una donna minuta, con un viso dolce incorniciato da una chioma di capelli scuri raccolti sulla nuca, gli occhi anch’essi scuri, vivaci e profondi. Vedendola passeggiare così elegante e tranquilla per la strada nessuno avrebbe potuto sospettare quanta forza, sia fisica che di carattere, si celavano in quella ragazza.

Il mio primo ricordo di lei risale ai mie 6 anni. Era già molto anziana, abitava in una storica casa nel centro di Milano di fronte alla Basilica della Madonna delle Grazie. Il portone dell’edificio e la facciata erano interamente ricoperti da una meravigliosa pianta di glicine che in primavera raggiungeva il suo massimo splendore dando all’edificio un aspetto quasi magico.

Mia madre, che le era molto affezionata, mi portava a farle visita quasi ogni settimana: era sua zia e anche la mia madrina di battesimo. I pomeriggi da Zia Emma erano sempre coinvolgenti avventure.

Infatti, pur essendo per natura una bambina vivace che amava giocare al parco con le sue compagne, restavo affascinata dall’aria che si respirava in quella casa. Le belle cose che riempivano le sue stanze sempre immerse nella penombra, i quadri, i numerosissimi libri le conferivano un’atmosfera un po’ fuori dal tempo e mi sembrava, mentre lei raccontava alcuni episodi della sua vita, di vedere scorrere davanti ai miei occhi quegli avvenimenti.

Era sempre molto elegante e i suoi modi molto formali, e benchè avesse problemi di deambulazione e di vista, la sua mente era ancora molto lucida e vivace e quello che raccontava stimolava molto la mia fantasia. Raccontava la sua storia e quella della sua famiglia, piena di avvenimenti straordinari che non avrei mai conosciuto se lei non li avesse narrati.

Era la fine degli anni ’50, la guerra per me solo l’eco di realtà sconosciuta, un’ esperienza lontana anche per chi l’aveva vissuta, che nella frenesia degli anni della ricostruzione tutti cercavano di dimenticare.

Le donne di quel periodo erano intente per lo più ad assolvere il ruolo di “angelo del focolare” e le più benestanti passavano i pomeriggi tra sfilate di moda e canaste benefiche.

Lei era diversa!

Era nata a Napoli il 12 giugno del 1872.

Cresciuta in una famiglia molto agiata, era stata  educata rigidamente presso il collegio delle Suore di Trinità dei Monti a Roma.
Il padre Onofrio era un uomo di grande cultura. Ancora studente, scrisse Saggi di Fisica Sperimentale e, in seguito, fondo’ a Napoli la Banca Fanelli. Purtroppo a soli 48 anni morì di congestione per aver ingerito un bicchier d’acqua gelata.Un destino assurdo per uno scienziato banchiere  che lasciò un patrimonio di 10milioni d’oro, oltre alla Banca di famiglia e alla Villa di Portici.

Emma, rimasta orfana di padre, nel 1892 a 20 anni sposò il Sottotenente d’Artiglieria Paolo Pizzoni.
Come si usava all’epoca, una fanciulla di agiata famiglia doveva portare una ricca dote: per costituire la sua di 35.850 lire, venne ipotecata la Villa di Portici e assegnato dal nonno paterno, allora proprietario delle Saline di Taranto, un cospicuo assegno.
Avrebbe quindi potuto godersi tranquillamente la sua avita agiata, trascorrendo un’esistenza serena.

Due anni dopo il loro matrimonio nacque il figlio Alfredo che tanto avrebbe contribuito in seguito alla rinascita democratica del nostro Paese.

Ma questa è un’altra storia !

Invece di fare solo la madre e la moglie, Emma condivideva con il marito, che nel frattempo era diventato Generale, la vocazione alla vita politica e militare e, allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale, le sembrò ovvio trovare il modo di rendersi parte attiva nella contesa bellica.

Decise quindi di arruolarsi come Dama nella Croce Rossa Italiana e venne assegnata al fronte.
Prestava servizio come crocerossina sulle ambulanze chirurgiche che sotto il fioccare delle bombe recuperavano i feriti e i corpi di tanti giovani mandati a morire tragicamente .

La guerra è sempre una cosa tremenda, ma credo che quella del 15/18 sia stata l’ultima vera guerra di trincea, dove il tuo “nemico” lo vedevi in faccia e lo scontro era ancora veramente fisico e i corpi martoriati restavano sul campo di battaglia e potevi sentire, oltre alle grida strazianti dei feriti, l’odore del sangue.

Emma di questo raccontava nelle mie visite pomeridiane.
Raccontava del dolore di quei ragazzi che nel suo viso femminile chino sopra di loro ravvisavano altri volti di donne amate, madri, mogli, fidanzate che avevano lasciato.

Il suo non era solo medicare i corpi cercando di farli sopravvivere a ferite terrificanti, ma anche dare un conforto alle loro anime che il più delle volte non sarebbero uscite indenne da quella esperienza.

Raccontava del coraggio di quei soldati tutti ancora per lo più ragazzi e della abnegazione dei medici e delle Crocerossine che volontariamente partivano per queste missioni.

Per il suo encomiabile lavoro svolto al fronte Emma ebbe il riconoscimento della Croce di Guerra al Valore Militare.

E per tutta la vita fu impegnata a difendere i valori della Libertà e della Democrazia

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