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FACCIAMO CHE SE LA CAVINO

Questa storia ha un prima e un dopo.
Adesso parlo del “prima”, anche se il “dopo” è più interessante.
Siamo nel dicembre del 1992, e sono responsabile di una rivista aziendale, un house organ, come dicono i tecnici.
Siccome non mi va di riempire le pagine con scadente pubblicità di prodotto, che non interessa a nessuno, comincio ad andare a caccia di persone che siano belle da raccontare.
E così, ventisette anni fa, incontro Bruno, strano maestro elementare di cui molto si parlava in città per la scelta spregiudicata (al tempo) di spunti pedagogici a dir poco alternativi.
Vado in classe con un fotografo (purtroppo le foto in bianco e nero, bellissime, si sono perse): questa è una sintesi dell’articolo relativo alla lezione a cui assistemmo, pubblicato sul numero di dicembre 1992 di Club Più Magazine.

FACCIAMO CHE SE LA CAVINO

Non c’è il pianista in frac bianco, non ci sono nemmeno i consigli per gli acquisti, né le scenografie luccicanti. C’è il necessario: una quindicina di bambini di quinta elementare, una telecamera che li riprende mentre parlano, il loro maestro a fare da conduttore.

Si chiama Bruno Agostini e da anni ha abituato i suoi bambini a raccontarsi nel corso di talk show registrati in un’aula della scuola elementare Silvio Pellico di Mortise, un quartiere alla periferia di Padova.
Bruno Agostini ha una simpatia svelta, sorniona. Accetta con facilità la presenza di estranei durante le riprese.
“Qualche volta intervengono anche i genitori” ci informa sorridendo.
I bambini prendono posto sulle sedie, alcuni preferiscono sedersi per terra.
Quasi nulle le raccomandazioni preliminari, non servono: disinvoltura e confidenza verso questa situazione sono evidenti. In questa puntata si parlerà del Natale.

Esso si inizia. Telecamera accesa.

Bruno “Benissimo. Parliamo del Natale …”
Con abilità funambolica Bruno riesce a catturare l’attenzione dei bambini e accompagnarli a manifestarsi.
Sa scaldare il dibattito, le domande incalzano e le risposte arrivano secche, fragranti.
“Perché la telecamera? I bambini potrebbero ugualmente discutere“.
Bruno risponde senza esitazioni: “Si, forse potremmo fare a meno della telecamera, io però voglio che le vicende personali e i conflitti con gli altri non vengano raccontati verbalmente, ma rivissuti fisicamente, emotivamente: in questo modo i bambini possono “vedere” che altri affrontano problemi simili ai loro, si sentiranno condivisi in modo vitale, avranno la sensazione di una partecipazione di altri ai loro sentimenti personali, rappresentati sul video”.
Bruno: “A Natale sono più felici gli adulti o i bambini?”
“Il bambino ha il piacere di aspettare Babbo Natale e l’adulto ha il piacere di vedere il suo bambino felice”
“A casa mia il giorno di Natale io sono più felice dei miei genitori. Gioco con i miei cugini. Per papà e mamma è un giorno come tutti gli altri”.
Bruno: “Tutti i vostri Natali sono stati felici?”
“Qualche anno fa durante il giorno di Natale i miei genitori litigarono con gli zii per motivi di lavoro. Si divisero il lavoro”.
“Mi ricordo un Natale che mia mamma litigò con il suo fidanzato … che si chiamava … non mi ricordo …”
Bruno, attentissimo alle risposte, non consente ad alcuno di distrarsi.
Con ironia, unita ad un grande rispetto per il gusto e le aspettative dei bambini, Bruno Agostini “fa” televisione, “gioca” alla televisione, stimola la sua classe a drammatizzare, ad esprimersi con tutto il corpo, mimare, improvvisare, trasmettere spezzoni di vita in diretta, raccontare con linguaggi non solo verbali, rivivere fisicamente ed emotivamente le vicende e le emozioni.
A sorpresa, verso la conclusione del dibattito, chiediamo ai bambini di collocare Bruno nel loro presepio.
“Gli farei fare la pecora … nera, è davvero uno che va contro corrente”
Le proposte e i suggerimenti sono infiniti. Comunque nessuno, dall’inizio del dibattito, l’ha ancora definito “maestro”.
La conclusione è di Davide “Credo che Bruno sia la stella cometa. È una guida, è la libertà di stare alti in cielo”.
Bruno ride. È posato alla lavagna e sulle ginocchia Antonio, stanco e nervoso, vuole farsi coccolare.
La Cometa … Bruno alza gli occhi a guardare il soffitto, forse un bagliore silenzioso è passato davvero in questa stanza.

Fine.
I bambini schizzano fuori dall’aula urlando. Sul pavimento terra e fili d’erba testimoniano come i piccoli abbiano impiegato gli intervalli della giornata.
Mi viene in mente Rodari quando diceva “Bambini, imparate a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi …”
Vorrei parlarne con Bruno.
“Scusatemi, ma adesso devo andare a spiegare geografia in un’altra classe. Oggi parlerò del Polo Nord. Credo che gli racconterò una storia che ho letto in un fumetto di Ken Parker: in una baracca del Circolo Polare Artico entra all’improvviso un esploratore. L’esploratore chiede, parla … ma nessuno gli dà retta, e allora …”
E continua a ripetersi la storia, allontanandosi.
Forse il piffero magico l’ha nascosto nel gilè.

Bruno Agostini, oggi sessantanovenne, è nato a Padova dove ha fatto l’insegnante e l’autore satirico per una vita. Ha scritto su Repubblica, Paese Sera e altri giornali, e ha partecipato al mitico Lupo Solitario di Italia Uno. Ha collaborato agli spettacoli di Lella Costa e con lei ha scritto “Mal sottile, mezzo gaudio” e “Due”.

Gli chiedo cosa lo ha spinto a fare il maestro. Bruno mi ha risposto così.

“ … E quando ero alle elementari (anni ’50), e il mio maestro diventava afono a furia di ripetere a mia madre “E’ intelligente, ma non si applica”; e quando raccontavo ai miei amici che a casa avevo la tivù a colori e invece, al massimo, si andava qualche sabato sera al Bar Centrale per vedere il Musichiere, e mio padre ordinava un’aranciata per ogni due componenti della famiglia, con tutti i problemi che ne derivavano, in quanto eravamo irrimediabilmente dispari; e quando prendevo due sberle dal prete perché, in sacrestia, prima della messa, mostravo ai miei colleghi chierichetti il nuovo ballo, il twist, facendo ondeggiare la tonaca, oppure quando andavo al fioretto per tutto il mese di maggio solo per poter vedere una ragazzina per la quale avevo contratto una cotta al limite dello svenimento mistico, e quando accettavo di giocare da terzino pur di entrare a far parte della squadra dei “più forti”, e quando la televisione non era ancora obbligatoria e vedevo il “militare” Rin Tin Tin, il “borghese” Lassie, il Chissà chi lo sa del Mike Bongiorno dei bambini, Febo Conti, l’inossidabile calzamagliato Mago Zurlì e, alla sera, naturalmente Carosello, e quando dopo aver ceduto allo zio-cugino, rappresentante di elettrodomestici e aver comprato, a rate, il Telefunken Condor di 17 pollici più il trasformatore e, piuttosto che studiare, preferivo il sottile tedio dei vari professor Cutolo, Angelo Lombardi (l’Amico, ma neanche tanto, degli animali), i “buoni” Padre Mariano e Alberto Manzi, e quando “quando sarò grande” farò questo, codesto e quello e soprattutto non proibirò ai bambini di vedere Bonanza o le gambe delle fredde gemelle Kessler, che allora non potevo vedere perché la maggior parte dei programmi dell’unico palinsesto, dell’unico canale esistente veniva chiesasticamente etichettato con la voce “se ne consiglia la visione ai soli telespettatori adulti”.
Ecco, si, deve essere stato proprio intorno a quegli anni che ho cominciato a pensare di fare il maestro elementare, continuando comunque a chiedermi se era meglio essere un intelligente che non si applica o un cretino che si impegna come una bestia.
Dunque né geometra, né dentista, né alcuna altra professione socio-economicamente qualificante, ma solo un semplice maestro elementare, peraltro spesso avvolto dai ronzii umani del tipo “Mah, chissà come mai una maschio che fa un lavoro da donna … Ma non ha ambizioni? Ma non ha la morosa? È sposato? Ah si, strano … Per me ha dei problemi …”
Certo, tutti abbiamo dei problemi, e li ha soprattutto chi si è dimenticato dei bambini, chi si è scordato di esserlo stato. E poi i bambini neanche votano. Io con loro litigo, urlo, ma anche ci gioco, ci parlo. Ci parliamo. Da anni realizziamo assieme una sorta di baby talk show, un appuntamento da noi fortemente voluto, al quale partecipano ogni tanto anche i genitori.
Si parla, ci si interroga, ci si racconta, ci si affronta, si scopre l’ironia, la critica. Niente di speciale, ma si fa.
Non si dimentica. Perché i bambini vivono in questa specie di triremi galera che è la loro infanzia come forzati alle prese con la scuola, i compiti a casa, le lezioni di nuoto, danza, karate, inglese, dizione, pianoforte e training autogeno, più tirati del lifting di Cher o di quelli di certi loro nonni sempre con il rischio di scoppiare come tanti popcorn in padella.
In fondo, la cara vecchia formula Spesa-Ricavo-Guadagno risulta più che mai opportuna, perché credetemi, con i bambini si spende, e parecchio, ma è altrettanto vero che si guadagna, e alla grande.
Basta che nel mercato che allestiamo per loro ci siano contatto umano, amore, calore. In pratica che sia vivo e soprattutto vero.
Non il Postal Market”.

la foto è di Marilla Lovato

Published inBambini

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