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Fatima

Avete mai conosciuto una capoverdiana in grado di parlare così bene il napoletano da pensare che in un’altra vita fosse nata a Napoli?
Io sì.
Sono nata fortunata anche se donna, non tutte le donne di questa terra possono dirlo o ritenersi tali.

Ho imparato a guidare l’auto a diciotto anni, un po’ di anni fa, grazie alla tenacia di mia madre che sfidò il volere di mio padre, un uomo fermamente convinto che alle donne potesse essere concesso quasi tutto ma non il privilegio di guidare, ché quella era ancora roba da uomini. Mia mamma invece sosteneva il contrario e non senza fatica riuscì a vincere lo scetticismo dell’unico uomo di casa e realizzare quello che forse era stato anche un suo desiderio, l’autonomia. Sarà stato per questo o forse per mancanza di una vera e propria necessità che io ho viaggiato sempre da privilegiata, utilizzando l’automobile e disdegnando altri mezzi tra cui il treno che consideravo, sbagliando, tra i più nefasti mezzi, per viaggiare, al mondo.

Avendolo utilizzato molto poco lo avevo sottovalutato però, anche perché, da solitaria quale sono, la promiscuità a cui ti costringe viaggiare in treno mi ha sempre provocato una sorta di repulsione, un’abitudine alla quale ho sempre preferito sottrarmi, convinta di avere poco “da guadagnare” da una convivenza forzata di quel tipo.

E così, in una caldissima giornata di fine luglio, terribilmente afosa, mi sono trovata, mio malgrado, a dover viaggiare su un treno per raggiungere la mia meta di vita da precaria di allora, per sbrigare delle incombenze di natura burocratica che non potevano essere differite.

Amo da sempre il lato passeggero con la seduta accanto al finestrino, perché concede tutta la distrazione di questo mondo, ti assenti da tutto e in quel rettangolo, reso opaco dalla polvere, vedi passare la vita, ti concentri sui particolari, i colori fuggono veloci davanti agli occhi per dissolversi in coreografie animate. Un privilegio che non potresti avere se intenta a guidare.

Quella mattina, appena salita a Salerno, entrando nella carrozza prenotata mi venne subito detto di non potervi accedere perché l’aria condizionata era guasta e mi venne subito indicata l’altra carrozza in cui andare. Fu così che mentre mi affrettavo a raggiungere il mio nuovo posto un quesito si faceva strada prepotente. Mi chiedevo sotto quale malefico auspicio cominciasse quel viaggio, già problematico per me perché mi portava lontano fisicamente e mentalmente, con tutta una serie di problematiche da affrontare che mi angosciavano e non poco e mi ritrovavo a dover condividere spazi con dei perfetti sconosciuti.

A Napoli, l’alta velocità, effettua sempre lunghe soste per permettere il corretto afflusso dei viaggiatori sempre molto numerosi e anche perché ci sono dei tempi tecnici in quanto il convoglio cambia numero. Una cosa tecnica che aveva il suo perché ma costringeva a stare fermi abbastanza per annoiarsi e troppo poco per scendere e andare al bar.

Dal mio posto privilegiato accanto al finestrino non mi restava che osservare il mondo fermo sul binario e provare a immaginare le storie di chi era fermo, di chi era in partenza o di chi doveva salutare un caro, magari a malincuore.
Quante storie, quante vite anonime, intrecciate e invisibili.
Lo sguardo si era posato su una strana combriccola di persone, piene zeppe di borsoni colorati e valigione, faticavano persino a muoversi in mezzo al bailamme di colori e voci. I bambini saltellanti al seguito non stavano un attimo fermi, non erano del posto di sicuro, lo si intuiva facilmente dal colore ambrato della pelle. Ma erano abbastanza nostrani da indossare abiti assolutamente anonimi.

Mi sono sempre domandata, in tutti questi anni, perché tra tutte quelle persone in sosta sul binario, proprio quelle mi avessero colpito. Caso fortuito o strano segno del destino?

La fermata durò mezz’ora circa ma parve infinita. Seduta al mio posto guardavo i viaggiatori che accedevano al treno e ogni qualvolta qualcuno si affacciava e allontanava dalla carrozza il mio sospiro di sollievo tradiva la speranza di un viaggio in solitaria che da lì a poco si sarebbe infranta come onda su uno scoglio.

Dopo pochi minuti, infatti, chi fa capolino nel vagone?

Proprio la donna dalle borse colorate con due bambini al seguito, una ragazzina poco più che adolescente con una testa enorme di riccioli neri e un bambino piccolo che reggeva un biberon in mano. Entrano, si accertano di avere i posti giusti, quelli prenotati sul biglietto e in un attimo riempiono la carrozza con tutti i bagagli che avevo visto giù. Mi sono sentita catapultata in un mercato multietnico, con mercanzia di ogni tipo, quasi percepivo odori di terre lontane. La cosa non mi andava proprio a genio ma ho preferito girare la sguardo altrove perché il treno aveva ripreso la sua corsa. Avremo passato forse più di un’ora a studiarci, lei, il cui sguardo indagatore tentava di nascondere la diffidenza mascherata a stento dagli occhiali e io con molta nonchalance rivolgendo lo sguardo distrattamente ora al soffitto ora al pavimento nel disperato tentativo di scoprire chi mi stava davanti e di farmi andare giù quella convivenza forzata, seppur a tempo, ma forzata.

Devo realizzare che le mie remore erano anche le sue, non c’erano dubbi, troppi indizi ci accomunavano, troppi sguardi indagatori, troppi silenzi assordanti.
La donna, non più giovanissima, reggeva stretto in braccio il bimbo piccolo che si era addormentato e si lasciava cullare da quella nonna amorevole e la ragazzina con le cuffiette intenta ad ascoltare la musica non veniva persa di vista nemmeno quando respirava. Non ricordo quale fu il pretesto che diede l’inizio a quella che fu una delle conversazioni più intense e più straordinarie della mia vita, che ricorderò in eterno, che mi insegnò l’umiltà, la fierezza, l’orgoglio, la dignità di una donna che aveva negli occhi il mare della sua terra, il cielo e la terra che non aveva visto mai più e nella quale desiderava andare a morire.

Fatima.

Il suo nome mi fa ancora commuovere, chissà dov’è ora.

Ancora bambina, poco più grande della nipote che stava portando a Torino dalla madre, aveva lasciato un paradiso diventato l’inferno per chi viveva in miseria per andare a servizio da una famiglia benestante a Napoli, più di trent’anni prima. Una vita portata avanti, tra solitudine e sacrifici, lontana dalla madre adorata, dai fratelli che erano sopravvissuti alla miseria grazie a lei e ai soldi che mandava a casa. Un matrimonio con un uomo del suo paese, voluto dalle convenzioni si era rivelato un fallimento ma lei Fatima lo teneva in scacco facendolo rigare dritto e non concedendo nulla in più di un pasto, quello era il suo dovere di moglie sottomessa ma neanche tanto perché a Napoli aveva imparato a sopravvivere ma anche a farsi rispettare da quell’uomo verso il quale sentiva di non avere alcun dovere.

-Puoi lavorare come faccio io che sgobbo lavando e cucinando!
E lo diceva apertamente, senza paura, guardandoti dritta negli occhi.
Fatima che comandava tutti a bacchetta a casa del medico in cui stava a servizio, Fatima che accudiva i due pestiferi gemelli adolescenti che “abbuscavano” da lei se non mangiavano le verdure, non facevano i compiti, non si lavavano i denti e non andavano a dormire presto.
I genitori non ci riuscivano, però erano bravi con i loro pazienti.

Fatima che faceva la spesa e diceva al dottore –devi comprare la frutta che è finita– devi pagare le bollette, io non ci vado in posta.

Fatima che diceva alla signora- il caffè te lo faccio prima di andare via e non quando vuoi tu.
Lei che dava pane al pane senza paura di essere cacciata via e non poterlo più guadagnare. Lei che aveva imparato a fidarsi e a farsi rispettare ma era rimasta sempre una straniera.
Fatima che in quelle ore mi snocciolò gli aneddoti più belli della sua infanzia, i suoi fratelli, la sua amata isola dal mare limpido e anche quelli più tristi, come quando sua madre era morta e lei non aveva potuto riabbracciarla, quel lutto vissuto a telefono, i soldi messi da parte per poter comprare l’abito da far indossare alla mamma prima di essere chiusa nella bara. Per sempre.

Fatima piangeva e faceva piangere anche me che mi sembrava di essere immensamente ricca e fortunata accanto a lei ma non mi impediva di sentirmi triste.
Fatima e il suo portoghese misto a napoletano che mi faceva sorridere e pensare che tutto il mondo è paese, che la lingua non è una barriera, che la pelle scura non la vedi più dopo un po’.

Fatima era un fiume in piena, il coraggio e la fierezza, il desiderio e la nostalgia.

Fatima era giovane fuori abbastanza da meritare ancora la felicità ma credo vi avesse rinunciato per sempre e da tanto.

Fatima voleva solo tornare sulla sua isola per acchiappare, come diceva lei, ancora una volta i pesci con le mani, fare i tuffi ed essere seppellita sotto una palma di fronte all’oceano.

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