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Formidabili quegli anni!

Il 12 dicembre 1975 a Napoli, davanti a 300 mila persone e ai tre segretari confederali Lama (CGIL), Storti (CISL) e Vanni (UIL), prese la parola, un disoccupato, un “lazzaro”, un proletario senza lavoro: Peppe Morrone.

I disoccupati di Napoli si stavano organizzando.
Volevano chiudere con i ricatti e l’utilizzo bieco della loro condizione da parte di tutti: politici, faccendieri, malavitosi.
Avevano cominciato a farlo già dal 1972.

E da allora il movimento cresceva. Si aprivano sedi nei “bassi”, nei vicoli del nel Centro Storico e in periferia: vico cinque santi, salita montesanto, vico banchi nuovi,  ponticelli, a secondigliano.
E in quei bassi si parlava di politica.
Di cambiamento dello “stato delle cose presenti”.
Di rivoluzione, addirittura.
E si faceva proselitismo: ogni sera venivano ad iscriversi decine e decine di disoccupati, prevalentemente maschi, di tutte le età e ascoltavano le “regole” della lotta, poi si fermavano a parlare e tornavano la sera dopo accompagnando fratelli, amici.

In quelle sedi politiche improvvisate c’erano anche gli intellettuali, i militanti delle organizzazioni politiche, gli studenti liceali o universitari, i giovani che provenivano dal volontariato cattolico: di estrazione borghese, avevano scelto di “tradire gli interessi della classe di appartenenza” come avevano scritto un centinaio di anni prima i teorici del marxismo.

Uno dei primi a schierarsi accanto ai senza lavoro era stato Cesare, una figura limpida e straordinaria per il suo impegno costante a sostegno dell’emancipazione dei “lazzari”: adesso è maestro di strada.

Quel 12 dicembre del ’75  era stato convocato lo sciopero generale a sostegno della “Vertenza Campania” con il principale obiettivo del lavoro ed i disoccupati organizzati non potevano mancare, sebbene i rapporti con il sindacato erano, almeno ufficialmente, inesistenti. Scesero in migliaia, ciascuno organizzato all’interno del proprio comitato. Presero la testa del corteo, facendosi largo con irruenza e determinazione.

Stretti e sballottati come sardine, all’avvio del corteo sotto la statua di Garibaldi e poi lungo il rettifilo, c’eravamo anche noi  del “Comitato di Quartiere San Giuseppe Porto”, un gruppo di giovani e giovanissimi che avevano aperto da un paio di anni, in un basso di una stanza con un bugigattolo annesso a Vico Banchi Nuovi, un intervento politico, all’inizio genericamente  e confusamente di volontariato,  a sostegno dei poveri, degli oppressi, dei bisognosi e più recentemente dei senza lavoro. Avevamo aperto da poco una “lista di lotta” e cominciato a iscrivervi i disoccupati del quartiere. Un “comitato di disoccupati organizzati” che con il tempo prese il nome dal vicolo e divenne una sigla famosissima in tutta Napoli, poi in Italia ed anche all’estero: “Banchi Nuovi”.

Arrivati in piazza Plebiscito i disoccupati organizzati si trovarono di fronte un doppio schieramento di caschi gialli, gli operai dell’Italsider di Bagnoli, chiamati ad assicurare il servizio d’ordine al comizio dei segretari nazionali del sindacato.

Sembrava certo lo scontro.

Improvvisamente e senza preavviso, come se fosse una decisione muta ed unanime,  i caschi gialli si aprirono componendo due ali all’interno delle quali ci fecero entrare fino a sotto al palco e mentre passavamo ci sbattevano anche le mani.

A me corsero i brividi lungo la schiena: i sottoproletari che rivendicavano, per la prima volta ed attraverso una propria organizzazione autonoma, di avere una  voce che andava ascoltata, ricevevano il riconoscimento in piazza dal settore d’avanguardia della classe operaia napoletana che sembrava inchinarsi al loro passaggio.

I disoccupati organizzati chiesero di salire sul palco e parlare. Silvano Ridi, il segretario della Camera del Lavoro, fece la mediazione con le segretarie nazionali confederali e fu permesso ad un disoccupato, Peppe Morrone del Comitato di Montesanto, ma non al leader indiscusso del movimento in quella fase, Mimmo Pinto, di prendere la parola.
Quindici giorni dopo veniva eletto sindaco di Napoli Maurizio Valenzi, un consigliere comunale del PCI, esponente di primo piano della resistenza antifascista napoletana.

E fu conseguente  la scelta di tenere la Festa nazionale dell’Unità a Napoli: era la città che aveva dato una svolta radicale non solo agli assetti istituzionali ma anche al modo di organizzarsi e prendere coscienza di tutti gli strati della popolazione. Il comizio di chiusura fu tenuto da Enrico Berlinguer davanti ad una folla oceanica.

C’eravamo andati anche noi a quel comizio; tutti, giovani borghesi e disoccupati organizzati: Loredana, Paola, Donatella, Daniela, Marisa, Ferruccio, Stefano, Paolo, Rafele, Enzuccio, O Giò, Cavallo Pazzo e tanti tanti altri.
Come tante sono le storie da raccontare di quegli anni formidabili.

Ho passato a Banchi Nuovi molto del mio tempo libero dal 1973 al 1990. Ed è stata un’esperienza straordinaria. Una vita fa.

Cercherò di raccontare qualche pezzo di quella vita ed ogni volta – ne sono certo –  sarò travolto dall’emozione e mi salirà il magone della nostalgia del sapore indimenticabile della lotta in strada.

(nella foto di Uliano Lucas il ragazzo in primo piano è un disoccupato detto “Cavallo Pazzo”)

(continua)

Pubblicato inLuoghi del Cuore

4 Commenti

  1. Ernesto Ernesto

    Leggendo capisco l’importanza di CONTAME, e ne sono orgoglioso.

  2. vincenzo viglietti vincenzo viglietti

    bello commovente .pur non essendo iscritto sono stato a molti cotrei mi ci portava un mio amico Piero è sono stato sempre contento di andarci.

  3. Rita Orlando Rita Orlando

    A quella Festa dell’Unità c’ero anche io, l’emozione di tutta quella gente, la partecipazione , l’entusiasmo riempivano l’aria; era bella quella certezza di avere il mondo in mano .

  4. Bezzo Bezzo

    Tra i dicoccupati organizzati c’erano anche molti delinquenti ma quando penso a quella festa dell’unità del 76 alla Mostra, ancora mi commuovo

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